«Il magistrato non è un prete, né uno storico, né un inquisitore». Ecco una breve riforma della giustizia a costo zero

Intervista al caporedattore del Messaggero Stefano Cappellini: «Il nostro sistema giustizia è una barbarie, ma basterebbe far tornare prassi alcuni principi già previsti nella Costituzione»

Mentre l’Associazione nazionale magistrati protestava contro la riduzione delle ferie delle toghe proposta da Matteo Renzi, il caporedattore del Messaggero Stefano Cappellini ha preso carta e penna per scrivere una proposta di riforma della giustizia in otto punti «che potrebbe entrare in vigore domattina, a costo zero, per il semplice fatto che è composta da principi già contenuti nella Costituzione». Negli otto punti, come conferma a tempi.it, inserisce tutto quello che oggi costituisce il nodo giustizia: dal rispetto della presunzione d’innocenza al divieto di esprimere giudizi morali, perché «il magistrato non è un prete. Non deve sindacare sul rispetto dei comandamenti, ma delle leggi».

Cappellini, lei ha richiamato l’attenzione su principi base della Costituzione e del nostro diritto.  Che però i magistrati già non rispettano.
Non si tratta di un problema che coinvolge i soli magistrati, ma anche la categoria dei giornalisti, che dovrebbero fare una seria autocritica. Si è creato un vero e proprio circo mediatico-giudiziario e certi atteggiamenti, contrari alla nostra Costituzione, sono diventati automatici. La mia è stata una provocazione, non ho una ricetta per realizzarla. Ho voluto solo ribadire dei pilastri già contemplati dalle nostre leggi. Serve una battaglia politica, culturale, fatta anche sui giornali, per far sì che questi principi tornino ad essere una prassi, cosa che non succede dai tempi di Tangentopoli.

“La sede naturale del processo è l’aula di tribunale”, scrive. Perché lo ribadisce?
Abbiamo assistito a molti casi in cui alcuni pm, che per fortuna restano una minoranza, hanno concentrato volontariamente tutto il loro sforzo investigativo nei giorni in cui la notizia di reato poteva finire sui media. Un esempio clamoroso è l’inchiesta Why not di Luigi de Magistris: è stata un’indagine che coinvolse persino ministri, oltre che numerosi politici. E alla fine quest’inchiesta non solo non è arrivata a nulla dal punto di vista giudiziario ma è anche stata smontata pezzo per pezzo prima che arrivasse in aula dallo stesso Csm. Ci sono molte altre inchieste del genere: un’altra scottante è stata Fastweb-Telecom Italia Sparkle. Il manager di Fastweb Silvio Scaglia è stato accusato nel 2010 di associazione a delinquere per evasione fiscale, è finito su tutti i giornali, ha vissuto una lunghissima carcerazione preventiva e poi è stato del tutto prosciolto. Basta leggere i giornali per vedere che i criteri specifici per l’applicazione della carcerazione preventiva (pericolo di reiterazione del reato, di fuga, pericolosità dell’indagato) non vengono più rispettati. La custodia cautelare semmai viene usata o come strumento di pressione o peggio come una sorta di condanna anticipata.

Tra le “riforme già esistenti” lei ricorda l’inversione dell’onere della prova: “Il destino giudiziario di un cittadino non dovrebbe dipendere dalla sua capacità di difendersi”. Oggi cosa succede?
Molto spesso un avviso di garanzia, che dà notizia di una indagine in corso, viene usato come marchio di infamia a prescindere dal processo. Di conseguenza, anche per colpa della stampa, un indagato si trova nella posizione scomoda di dover provare la sua innocenza, quando invece dovrebbe accadere il contrario. Questo avveniva nell’Inquisizione: l’accusatore muoveva l’accusa di stregoneria o eresia, ma poi toccava all’imputato trovare il mezzo per difendersi e dimostrare che non era così. L’accusa insomma era elevata a insindacabile arbitrio dell’inquisitore. Nel nostro sistema, teoricamente, l’accusa dovrebbe essere basata su elementi chiari e tocca al pm dimostrare la fondatezza del suo impianto. C’è un esempio recente che mi fa riflettere: il caso degli avvisi di garanzia giunti ad alcuni consiglieri regionali dell’Emilia Romagna per le spese pazze. In molti casi e in molte altre regioni le spese pazze ci sono state davvero. Ma quando è uscita la notizia dell’avviso di garanzia per il segretario regionale del Pd, Stefano Bonaccini, abbiamo letto che le spese contestate ammontavano 4 mila euro per un arco di tempo di 19 mesi, cioè circa 200 euro al mese. In questo caso mi pare evidente che sia l’accusa a dover provare che questa cifra modesta sia stata spesa illecitamente: ma il dibattito mediatico e politico che si è subito sviluppato è stata una condanna a Bonaccini.

Capitolo intercettazioni. “Conversazioni telefoniche sono state date in pasto all’opinione pubblica”, eppure “ci sarebbe già il segreto istruttorio da rispettare. Ci sarebbe”. Come si può farlo rispettare?
Secondo me bisognerebbe davvero parlare di sanzioni a chi è responsabile della fuga di notizia per il segreto istruttorio. Cosa che invece non avviene, perché il reato di divulgazione di segreto istruttorio non è mai, o quasi mai, applicato nei fatti. Non mi risultano molti casi di indagini aperte per chi lo abbia violato. In compenso si è diffusa la percezione nell’opinione pubblica che sia un diritto conoscere le intercettazioni, la trascrizione di telefonate o stralci di verbali di interrogatori. Questa pretesa è una violazione grave della Costituzione, la quale prescrive la segretezza della comunicazione privata. Io non parlo male delle intercettazioni in sé e del loro uso investigativo. Ma non si può pensare che questo materiale poi finisca in mano di tutti. Non è assolutamente un diritto avere libero accesso a qualsiasi telefonata, conversazione.

C’è un caso in cui la pretesa di pubblicare intercettazioni è diventata centrale nel dibattito politico, mediatico e giudiziario: il processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Lei cita proprio questo processo come esempio di un’altra riforma da fare: “La differenza tra giudice e storico. La missione di un magistrato non è scrivere la storia”.
Quest’esempio è cruciale. Nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa, mesi fa venne intercettato mentre parlava con l’indagato Nicola Mancino lo stesso presidente della Repubblica. Non penso che quest’intercettazione fosse corretta, ma anche ammettendo che lo fosse, ciò che mi colpisce è che le telefonate vennero definite penalmente irrilevanti dagli stessi magistrati dell’inchiesta. Eppure la richiesta di pubblicazione di quelle intercettazioni è stata al centro di una campagna giornalistica, in cui si è adombrato che nascondessero chissà quali segreti e misteri. Un caso incredibile, in cui la campagna stampa ha poi avuto un braccio politico, con il Movimento 5 stelle che in Parlamento chiedeva di rendere assolutamente pubbliche queste chiamate. È la prova lampante della barbarie del nostro sistema giustizia.