Il limite dell'”obiettivo” e quel di più dell’arte

Senza ombrello, sotto il temporale

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Tra le tante forme di idolatria che caratterizzano questa epoca (come diceva Chesterton, gli uomini non credono più a Dio, perciò credono a tutto), ce n’è una che tocca da vicino la nostra professione di schiavi della comunicazione. È l’idolatria della fotografia. Lo spunto non viene dalle tante e così spesso patetiche mostrucce che si vedono ad ogni angolo. Viene da una mostra-monstre organizzata dal Moma di New York, cioè il più titolato museo d’arte moderna del mondo. Si intitola ModernStarts e vuole essere un racconto, attraverso alcuni celebri pezzi delle raccolte del museo, di come il ’900 è iniziato (ed è stato un inizio davvero portentoso) e di come questo debutto ha segnato tutto il resto del secolo. Per farsi intendere gli organizzatori hanno azzardato degli accostamenti, sorprendenti e talora anche affascinanti. Tra questi ce n’è uno che dovrebbe far pensare i tanti idolatri della fotografia. Lo straordinario “Bagnante” di Cézanne (1885) è stato accostato a una foto di un ragazzo in posa quasi analoga, scattata a Odessa, in Ucraina nel 1993 da Rineke Dijstra. Ora, a parte la simpatia umana che questo ragazzo, dalla carnagione sbiancata, dallo sguardo alla Schevchenko e dal costume tipo quelli che in Italia si portavano negli anni 50, – a parte la simpatia che questo ragazzo suscita, c’è un abisso quasi impietoso tra le due immagini. E, badate, non c’entra il fatto che a confronto c’è il più grande pittore degli ultimi due secoli e un fotografo che pochi sanno chi sia. Non è una questione di qualità. È questione del mezzo espressivo: la fotografia non ce la fa. Non ce la fa a esprimere la verità che quel corpo contiene, non ce la fa a dirne il dolore, il mistero, la voglia di vivere. Quindi è fondamentalmente ingiusta, inadeguata.

Ci sono (pochi) fotografi che hanno sentito drammaticamente questa inadeguatezza del mezzo e hanno tentato di “scassarne” i limiti, di forzarne il linguaggio quasi oltre le stesse possibilità tecniche. Due ne abbiamo sicuramente in testa: Cindy Sherman e Serrano. La prima, in particolare, sembra ogni volta sfidare l’inerzia della fotografia, farla diventare quasi un organismo vivente in via perenne di modificazione (o, per essere più precisi, di decomposizione).

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