Il Dostoevskij di El Paso

Né marketing né interviste. Di lui parlano
solo quei libri cinerei e spietati, ma più luminosi
di tutta la gaia letteratura postmoderna

Fëdor Dostoevskij aveva gli stambugi pietroburghesi, Cormac McCarthy ha la frontiera americana. È l’ultimo grande scrittore religioso e l’erede di Joseph Conrad. Robert Coles sul New Yorker lo ha paragonato ai drammaturghi greci e ai moralisti medievali. McCarthy ha rilasciato solo due interviste in oltre vent’anni, di cui una, ha detto, per far uscire dalla depressione il suo editore. Non si è mai presentato a ritirare i numerosi premi che gli hanno attribuito. Scrivere per Cormac McCarthy rappresenta un atto di immensa solitudine, una specie di danza con il tempo, dialogo con la morte (ha investito vent’anni nella realizzazione di Suttree) e lotta contro l’entropia. Inizia a scrivere nell’esercito, fra un turno di guardia e l’altro. «Non ricordo perché, in realtà non so perché qualcuno lo faccia. Forse perchè annoiato, o fallito o qualcosa di simile». Cormac McCarthy è un cesellatore della parola, un consolatore religioso e un antiquario che racchiude il ventaglio di emozioni spremendole in sillabe di sconforto, disperazione e improvvisa gioia. La sua condanna alla polvere, o alla «creta» come la chiama in Meridiano in sangue, non prevede una domanda di grazia. Il suo furore contro l’uomo ti fa sentire vivo, con la sua messa in prosa del dolore del mondo e le immagini di bambini, vecchi e cani con la trachea sforacchiata. Le sue sono parole come funi, corde di fiato, usate come farmaci per ridarci un po’ della voce dei morti, dei lontani, dei dispersi, dei senza nome, anche se più nessuno alita sulla nostra polvere. Ogni parola di Cormac McCarthy è porosa all’eterno. McCarthy è sangue e grazia. Per lui una volta cancellata la meditazione sulla morte, la vita non riesce a separarsi dal lutto di sè. E infatti c’è più amore e speranza in un libro cinereo di Cormac McCarthy che in tutta la gaia letteratura postmoderna. Il grido «Elì Elì lammàh azavtàni», («Mio Dio mio Dio perché mi hai abbandonato»), nella voce di araldo del cristiano McCarthy non si trasforma in un trattato di morale pour les pauvres. «Io non ricordo di aver mai dato a nostro Signore motivi particolari per sorridermi. Però lui mi ha sorriso», si legge in Non è un paese per vecchi.

Non c’è posto per i buoni
È irresistibile il bagliore di verità, gratitudine e pietà distillato nei suoi romanzi, tutte prediche e parabole sul male dell’uomo moderno. Roger Scruton dice che il nichilismo è il tentativo di «cancellare dal corpo la faccia umana». McCarthy è l’esatta trasposizione letteraria di questa sentenza. Le sue città non hanno accolto che la perfidia del serpente, è una sorta di Tebaide capovolta, uno squallido deserto in cui si celebra la fissa, atona, perpetua adorazione del mistero del male. Alcolizzati, pluriomicidi, stupratori, canaglie umane, necrofili, incestuosi, cinici, corrotti, infami, il catalogo è questo. L’uomo per McCarthy è una muta che ulula e grugnisce con il muso nel truogolo. Cosa spinge un camionista a entrare in una scuola amish, a legare una manciata di bambine e sparare loro alla nuca, alla schiena e quando tentano di scappare? Cosa forza la mano di un quindicenne di Red Lake che un anno fa ha massacrato i suoi compagni di scuola, uno dopo l’altro, fra i banchi e le lavagne? McCarthy saprebbe rispondere con le sue visioni liquide e vischiose, ustionanti e corrodenti. Non c’è inglese più duro e sublime del suo, così prossimo a quello del grande William Faulkner da superarlo in nitore e tragedia. Ma anche a quello di James Joyce, con il quale McCarthy condivide lo spirito irlandese (il nome Cormac è in onore della lontana isola). Faulkner e McCarthy hanno in comune lo stesso editor, il mitico Albert Erskine, che ne fiutò il genio quando Cormac era solo uno sfaccendato. Secondo Saul Bellow un libro di McCarthy ha la capacità di dare la vita e la morte. Da almeno vent’anni lui scrive romanzi in sinfonia con il grande quartetto della letteratura americana – Ernest Hemingway, Faulkner, Hermann Melville e James Fenimore Cooper. Cormac McCarthy è l’unico scrittore in grado di alimentare la speranza in una terra dannata, assurda e brutale, facendoci sentire vivi in un universo che muore e si decompone. Lì dove la morale lavora sulle viscere, la penna di McCarthy usa la bile e la cistifellea, il diaframma e l’anima, impastando giustizia, peccato e redenzione attraverso una bellissima poetica dell’esistenza. Come dimostra il suo ultimo libro, il capolavoro The road.
Cormac McCarthy vive fra El Paso, in Texas, dal 1976, e Santa Fe, nel Nuovo Messico. Soprattutto in quest’ultima città, dove ha un incarico in un istituto di ricerca diretto da un amico premio Nobel. Proviene da una famiglia cattolica di Providence (Rhode Island), terzo di sei figli e 73 anni compiuti da poco. Si è sposato una prima volta nel 1961, a Chicago, dove ha finito il suo primo romanzo guadagnandosi da vivere come rivenditore di auto. Poi il divorzio preceduto dal primo figlio, Cullen, che oggi fa l’architetto. Nel 1965, al suo esordio con The orchard keeper, McCarthy si risposa con Annie, una ballerina con cui va a vivere a Louisville, nel Tennessee. Sbarcano il lunario in un fienile. Divorzierà anche da lei all’arrivo in Texas, la sua patria adottiva, come la chiamerà sempre.

La poetica del profondo Sud
Ha scelto El Paso perché è «una delle ultime autentiche città d’America». Non chiamatelo scrittore texano. E contrariamente a quanto si dice, McCarthy non è nemmeno un recluso. Piuttosto un uomo intensamente privato e pubblicamente riluttante. L’ex moglie Annie ricorda che «venivano a offrirgli duemila dollari per parlare in qualche università e lui rispondeva che ciò che aveva da dire stava tutto sul libro». Leggere McCarthy significa fare esperienza di frustrazione: un buon giorno è sempre seguito da uno terribile. E questo sentimento è tipico del Sud degli Stati Uniti, dove ci si inginocchia affranti davanti al mistero del male e dell’esistenza avvilita.
Le sue sentenze sono scandite dal biblico «and», tanto che è stato spesso chiamato «primordiale e mitico». Il critico letterario Harold Bloom, che non fa mai sconti agli scrittori, ha detto che McCarthy è una «tragedia universale del sangue». Ma non è un teatrante delle passioni o un manierista sentimentale. Tutta la sua produzione risente dei miti fondatori americani: la rigenerazione attraverso la violenza, la pastorale religiosa, la figura del cacciatore sacro, la colonizzazione dello spazio attraverso l’onore, la solitudine geografica, la devozione alla missione e un individualismo estremo che si nutre dello spirito comunitario. Nelle elegie di McCarthy si avverte il fiato della teodicea, il dolore senza senso che provoca la rivolta metafisica. In questo è lo scrittore del Novecento più vicino a Dostoevskij, che come McCarthy avrebbe voluto riconsegnare il biglietto d’ingresso. Fuori dal Santa Fe Institute ci sono decine di suv, minivan e una sghangherata Ford pickup. Quella di Cormac McCarthy. Si tratta di un pensatoio unico al mondo, dove biologi, fisici, linguisti, matematici e astronomi collaborano a un progetto interdisciplinare. McCarthy è l’unico scrittore del gruppo. Lavora da vent’anni con la stessa Olivetti Lettera 32, puoi sentirlo battere a macchina nel suo ufficio per ore, unico conservatore in un team di pensatori liberal. E soprattutto unico non laureato. Generalmente veste un paio di stivali texani, una t-shirt e dei jeans. È un ottimo conversatore, il suo timbro di voce è soft e audace, sebbene fugga davanti ai giornalisti. Capita di incontrarlo alla libreria di Barnes & Noble di El Paso, a cena nel suo ristorante preferito, Luby’s, con libri esoterici sotto il braccio. Richard Woodward di Vanity Fair lo ha incontrato un anno fa all’Istituto di Santa Fe, per la sola intervista che McCarthy ha concesso in oltre dieci anni di clausura letteraria. I soldi (tanti) non hanno cambiato la sua vita. Ha una casa sopra uno shopping center a El Paso, all’ormai celebre 607 di Coffin Avenue. Appena arrivò in città, Cormac McCarthy rilevò un lavaggio di auto.

Quel chiodo che ci tiene: la morte
Prima viveva in un motel a Knoxville, nel Tennessee. Fu lì che apprese che aveva vinto il prestigioso premio MacArthur, un riconoscimento per il quale Saul Bellow si era molto speso. «Vivevamo in una austerità totale», ricorda l’ex moglie Annie, che ora gestisce un ristorante in Florida. «Fa una vita oscura, è venuto qui per scrivere senza distrazioni», dice Dale Walker, uno scrittore che vive a El Paso. «Non parla con i giornalisti», dice il suo editor di New York, Paul Bogaards. «È completamente fuori dal sistema letterario», conferma l’amica Amanda Urban. «La sua vita è priva di eventi, non vuole essere una celebrità». Come rivela il magazine Esquire, McCarthy ha vissuto persino accanto a una trivellatrice. Nell’intervista a Vanity Fair ha detto che «uno scrittore che non si confronta con la morte non è uno scrittore». E si può dire che lui non scriva d’altro, nella sua sintassi che stordisce. Per Cormac McCarthy non c’è che questo chiodo che ci tiene: la morte. Continua a pensare che non esiste il progresso, inteso come concetto filosofico. «Penso che la nozione che la specie umana possa migliorare in qualche modo, che tutti possano vivere in armonia, è un’idea molto pericolosa», ha detto al New York Times nel ’93. «Coloro che sono viziati da quest’idea sono anche quelli che svenderanno le proprie anime, la libertà». Ci ha insegnato che una ferocia primordiale è presente vicino al desiderio, persino all’amore. Per usare le parole di George Steiner, Cormac McCarthy è «il canto che ci riporta alla casa dell’origine dove non siamo ancora mai stati».