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Il «cattivissimo Salvini» piace a tutti (ma c’è un rischio)

giugno 21, 2018 Caterina Giojelli

Il leader della Lega è in campagna elettorale permanente e funziona, Di Maio arranca con il fucile scarico, il Pd si affida a Toscani («e questo dice tutto»). Intervista ad Antonio Polito

«Il buonismo è finito. Ma il cattivismo di Salvini è meglio?». Se lo è chiesto Antonio Polito sul Corriere affrontando con una lucida analisi la linea del ministro degli Interni verso i migranti: «Il buonismo pretendeva di combattere il traffico degli esseri umani lasciando passare gli esseri umani, che è un po’ come voler combattere il contrabbando dando una mano ai contrabbandieri. Ma il cattivismo trascura gli esseri umani, oppure lascia intendere che siano complici e non vittime del traffico; e dunque li descrive in “crociera” nel Mediterraneo, pronti a godersi la “pacchia” una volta sbarcati». Ma se il buonismo non tira più e il cattivismo è destinato a fallire, come se ne esce? Soprattutto come fanno i giornali a trattare questi temi senza fare il gioco del cattivismo?

«In realtà non è detto che il cattivismo non possa aver successo soprattutto nell’opinione pubblica, che sa essere cattivissima», spiega Polito a tempi.it. «Contrariamente alla mitologia “italiani, brava gente”, gli italiani sanno essere cattivissimi, soprattutto quando sono stimolati ad esserlo, cioè in presenza di situazioni oggettive che preoccupano e producono più spesso cattiveria che politiche capaci di risolvere i problemi. Il cattivista incattivisce gli altri. Mentre il problema nelle società complesse è cercare la coesione, conciliare interessi e aspirazioni diverse e talvolta opposte, il cattivista produce altri cattivi e anche la convinzione che rimosso il cattivo, facendo i cattivi col cattivo, i problemi si risolvano. Di questo rischio devono essere consapevoli i media e soprattutto il ministro degli Interni, chiamato ad occuparsi della cosa più delicata che esiste in uno Stato, cioè la sicurezza e con essa, applicando la sua capacità coercitiva e repressiva, la libertà e i diritti dei cittadini».

 L’impressione è che Conte sia un fantasma, Di Maio ormai sotto il tappeto, Salvini invece è il ministro di tutto, lo chiamano anche a lanciare i messaggi di auguri ai ragazzi della maturità: è già un premier?
Questo non è lo stile di un premier, e se posso non è nemmeno lo stile di un ministro degli Interni. Non è un caso che raramente nella storia della Repubblica un leader di primo piano di un partito è diventato ministro degli Interni, ruolo in cui di solito ci si distacca dalla partigianeria politica, ci si allontana dalla militanza politica per assumere un abito più istituzionale e super partes come quello del garante della sicurezza. Perfino Maroni fece questo sforzo. Quello di Salvini è invece lo stile di un leader politico che sta usando la collocazione istituzionale per rafforzare le sue idee, le sue posizioni, i suoi consensi. Ecco perché molti cominciano a sospettare che dietro a questo ci sia un non detto, l’idea di tornare presto alle urne, di costruire una campagna elettorale preventiva e permanente. Da questo punto di vista sta facendo molto bene, sta rafforzando moltissimo i suoi consensi.

I sondaggi dicono che la Lega ha superato il M5S nelle intenzioni di voto, Di Maio intanto risponde al censimento dei rom con l’annuncio «censiremo i raccomandati nella pubblica amministrazione». Lei come guarda queste dinamiche, questa ricorsa agli annunci?
I sondaggi sono passeggeri, Renzi ha toccato vette altissime di popolarità dopo la nascita del suo governo e guardi come è finito. Quindi vanno presi cum grano salis, io per esempio ho i miei dubbi che i Cinquestelle siano più piccoli dal punto di vista elettorale della Lega perché sono molto più trasversali. Detto questo, i sondaggi attestano che moltissimi cittadini apprezzano la determinazione di Salvini – che apprezzo anche io – nel contrasto al traffico degli immigrati e dei clandestini. La battuta sui raccomandati della pubblica amministrazione ha restituito bene però il senso di impotenza, della difficoltà in cui si trova Di Maio: le politiche che si è preso l’impegno di realizzare al ministero del Lavoro e dello Sviluppo sono costose, qualsiasi intervento comporta l’uso di risorse finanziarie, perfino su una misura manifesto come quella per mettere ordine nella giungla dei riders ha dovuto ritrattare. Diciamo che quella battuta è dimostrazione plastica che in quel ministero non si possono fare annunci, c’è bisogno di soldi, bilanci, mentre Salvini va avanti per proclami e iniziative che non costano e di cui lui è signore e padrone. In altre parole Di Maio tenta la rincorsa con un fucile che non spara, le sue politiche richiederebbero mesi per non dire anni di programmazione, scelte collegiali, spostamento di risorse e non mi pare che nel governo ci sia la guida o il tempo necessario per farlo. Al contrario delle politiche di Salvini, per le quali il day by day funziona alla perfezione.

A proposito di dibattiti, dopo essersi iscritto al Pd, Oliviero Toscani lancia la mobilitazione contro Salvini e arruola il centrosinistra per uno scatto che faccia da base a un «grande manifesto di resistenza». Lei cosa pensa di queste e altre manifestazioni di “resistenza”, come l’appello del finalisti del premio Strega a non chiudere i porti?
“Resistenza”: Marx diceva che la storia si ripete sempre due volte, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa, e a me preoccupa molto la possibilità di trasformare in farsa delle tragedie storiche. La resistenza fu fatta contro l’invasore tedesco che occupava il suolo patrio, qui invece non ci sono né tedeschi né nazisti in circolazione, siamo in un regime democratico, Salvini è arrivato dove è arrivato con il voto degli italiani ed è ampiamente rimovibile da lì. Questo è il punto centrale della democrazia: quando vorremo, potremo liberarci di Salvini. Naturalmente tutti gli appelli alla solidarietà nei confronti dei migranti, dei rom, sono legittimi e positivi perché danno il senso di una società civile che discute, che si occupa degli altri, ma non dobbiamo fare la resistenza a nessuno. Il fatto poi che la voce più autorevole che si leva oggi dal Pd sia quella di Oliviero Toscani la dice lunga sulla condizione di crisi in cui versa quel partito.

Intanto ci sono stati gli incontri fra Conte e Merkel, Merkel e Macron: cosa si muove in vista del Consiglio europeo di fine giugno?
È una situazione molto difficile perché la tendenza di tutti i governi è quella a una risposta fondata sulla sovranità, chiudersi nei propri confini, mentre l’unica soluzione possibile sarebbe quella di aprire le frontiere e condividere il peso di queste migrazioni. Sono due le cose che si possono fare: la prima è ridurre e filtrare gli ingressi alle frontiere esterne, cioè sul Mar Mediterraneo, dove non possono agire solo gli italiani ma deve agire l’intera Europa. Dobbiamo paradossalmente fare l’opposto di quello che dice Salvini quando incita a riprenderci le nostre frontiere, dobbiamo ottenere che diventino frontiere comuni, di tutti. La seconda è che il tempo necessario per capire chi può restare e ha il diritto per restare venga speso in tutti i paesi e non solo nel paese di primo ingresso, cioè in Italia. Ma queste cose richiedono un impegno di solidarietà comune tra i vari paesi europei che contrasta con la ragione di questa emergenza politica, col fatto che invece tutti gli Stati vogliano chiudersi nei loro confini. Probabilmente finirà con il solito compromesso, ma il compromesso non risolve il problema.

Foto Ansa

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