«I patrioti governeranno Hong Kong». L’ultima mossa del regime cinese

Pechino annuncia la modifica della legge elettorale dell’isola. Potrà candidarsi solo chi obbedisce al Partito comunista. E arriva la stretta sui consiglieri distrettuali

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Aggiornamento del 23 febbraio 2021. Il ministro per gli Affari costituzionali e continentali, Erick Tsang, ha annunciato che saranno introdotte modifiche ai regolamenti della città per obbligare i consiglieri distrettuali a giurare fedeltà alla Cina. Chiunque abbia violato la legge sulla sicurezza nazionale o promuova l’autodeterminazione di Hong Kong sarà squalificato e rimosso dalla sua posizione. Anche invocare il suffragio universale per la città “autonoma” sarà vietato. Chi non presterà giuramento in modo convincente non potrà candidarsi per cinque anni. Non è ancora chiaro se la norma avrà valore retroattivo: in questo caso, potrebbero essere squalificati tutti i consiglieri democratici che nel novembre 2019 riportarono una vittoria schiacciante alle ultime elezioni distrettuali sul fronte pro Pechino. Il voto del 71,2 per cento degli aventi diritto, infatti, assegnò 17 distretti su 18 ai democratici (in precedenza erano tutti e 18 in mano a Pechino). Quasi l’80 per cento dei 452 seggi furono conquistati dal fronte democratico.

«Hong Kong deve essere governata da patrioti». È questo il nuovo mantra del Partito comunista cinese, che intende cambiare il sistema elettorale dell’ex città autonoma per assicurarsi che nessun oppositore del regime, in barba ai principi democratici riconosciuti dalla Costituzione di Hong Kong, ottenga incarichi di responsabilità a livello governativo e parlamentare.

CHI SONO I «PATRIOTI»

Lo ha ribadito ieri anche Xia Baolong, il grande organizzatore della campagna anticristiana del Zhejiang tra il 2013 e il 2017, oggi direttore del potente Ufficio che sovrintende agli affari di Hong Kong e Macao (Hkmao), braccio politico del regime nell’isola. «Solo a Hong Kong succede che alcune persone si ribellano contro la madrepatria o usano la loro opposizione al paese e al governo centrale come slogan elettorali», ha dichiarato Xia.

Il direttore ha anche aggiunto che non possono essere definiti «patrioti» tutti coloro che violano la legge sulla sicurezza nazionale, che «invocano» sanzioni occidentali contro la Cina o il governo di Hong Kong e che non appoggiano «in modo genuino» la sovranità cinese sull’ex colonia britannica. Xia ha poi criticato l’attuale opposizione democratica, colpevole di essere «anticinese» e favore dell’indipendenza di Hong Kong.

ADDIO ELEZIONI “LIBERE”

Dal rapido identikit del perfetto «patriota» fornito da Xia è chiaro che non sarà consentito candidarsi, o comunque vincere le elezioni, a chiunque intende battersi per la democrazia della città o opporsi al dominio del regime comunista. Pochi mesi fa, infatti, sono stati incriminati tutti quei politici che hanno partecipato alle primarie democratiche con l’obiettivo di bocciare il budget proposto dal governo di Carrie Lam e così costringere la governatrice alle dimissioni.

La riforma del sistema elettorale di Hong Kong dovrà essere eseguita «sotto la leadership di Pechino», ha precisato il direttore del Hkmao: sarà cura della Cina garantire che chiunque venga eletto in Parlamento o faccia parte del governo, del sistema giudiziario e di ogni altra importante organizzazione cittadina, sia un patriota. «Le posizioni che contano, in ogni caso, non possono essere ricoperte da forze anti Cina che vogliono danneggiare Hong Kong».

FINE DELL’AUTONOMIA

Quello prefigurato da Xia è l’obiettivo finale della legge sulla sicurezza nazionale: cancellare anzitempo il modello “Un paese, due sistemi” e trasformare Hong Kong, che in base a un trattato internazionale dovrebbe conservare un «alto grado di autonomia» fino al 2047, in una qualunque altra città della Cina continentale dominata dal regime. La modifica del sistema elettorale in senso antidemocratico sarà l’ultimo tassello del mosaico illiberale che Pechino ha cominciato a comporre con la promulgazione della (incostituzionale) legge sulla sicurezza nazionale, entrata in vigore l’1 luglio. La legge, in meno di un anno, ha di fatto portato alla cancellazione delle libertà civili della popolazione di Hong Kong e allo scioglimento dell’opposizione democratica (tutti i suoi principali esponenti, politici e non, sono a processo). Modificando la legge elettorale, Pechino vuole assicurarsi che un’opposizione organizzata al regime non possa più costituirsi.

@LeoneGrotti

Foto Ansa