I danni della giustizia cinematografo

Mafia Capitale non era mafia. ArcelorMittal fugge dall’Ilva. Bye bye prescrizione e l’inutile battaglia sull’evasione. È tutto un cinema

Fare politica inseguendo le suggestioni dei magistrati nuoce gravemente alla salute. Non solo a quella delle persone coinvolte, cui viene rovinata la vita e la carriera, ma anche a quella della comunità. L’ultimo esempio in ordine di tempo è costituito dalla vicenda “Mafia Capitale”, l’inchiesta romana coordinata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone (oggi presidente del tribunale in Vaticano) che, come ha sentenziato l’altro giorno la Cassazione, è stata sì una storia di ruberie e malaffare, ma non di mafia. Tesi che alcuni giornali – tra cui anche il nostro – ha sempre sostenuto.

Confusione di ruoli

C’è un punto della questione che merita di essere sottolineato e ieri l’ha fatto con buona lucidità Peppino Sottile sul Foglio.

«La Suprema corte comincia finalmente a capire che l’aggravante mafiosa è diventata da qualche anno a questa parte la sceneggiatura necessaria senza la quale nessun processo finisce sui giornali. È la via più breve sperimentata dai cosiddetti magistrati coraggiosi per inserire la propria inchiesta, anche la più pallida o la più fragile, nei più alti gironi del circo mediatico-giudiziario. È la vocazione al cinematografo».

La “vocazione al cinematografo”, come la chiama Sottile, è la grande malattia che ammorba parte della magistratura italiana e parte della nostra classe giornalistica. C’è confusione di ruoli: magistrati che scrivono sentenze come fossero giornalisti e giornalisti che s’ergono a giudici in base a proprie simpatie e inclinazioni; in entrambi i casi, seguendo più suggestioni che prove. E, sempre in entrambi i casi, “facendo carriera” (vero de Magistris?).

Meno 5 mila posti di lavoro

Trasformare in politica questa tendenza è stato il grande errore della sinistra dai tempi di Mani Pulite, finché la cosa non le è sfuggita di mano, come si dice, e sono arrivati i grillini con la loro onestà manichea e disumana.

Ma, appunto, a pagarne le conseguenze siamo noi tutti, come si vede dalla vicenda Ilva, industria dalla storia travagliata di cui, solo un anno fa, si festeggiava la possibile rinascita, grazie all’interessamento di ArcelorMittal. Solo che, anche qui, a causa dell’irrigidimento ideologico del governatore Pd Michele Emiliano e dei cinquestelle, l’immunità penale precedentemente concessa al colosso franco-indiano sarà eliminata. Risultato: dai 3 ai 5 mila posti di lavoro sugli 8 mila impiegati a Taranto sono a rischio.

Lo dice anche Davigo

E che dire del furore giacobino dei cinquestelle contro la prescrizione? O la «svolta epocale», come la definiva ieri sul Corriere il guardasigilli Alfonso Bonafede, sul carcere per gli evasori? Sopprimere la prima significa tenere ostaggi di una giustizia lenta e macchinosa i cittadini. Promuovere la seconda è, al minimo, inutile. Lo ricordava ieri Libero: di «epocale» nella riforma grillina c’è ben poco se non l’innalzamento di due anni per la pena massima che passa da 6 a 8 anni. In realtà una norma che punisce gli evasori esiste già, scriveva ieri Libero, il problema è che non viene applicata:

«Dal 2007 al 2016, ultimo dato disponibile, sono stati poco più di 3mila i condannati per reati fiscali: 3.222, per l’esattezza. Un numero già esiguo che anno dopo anno ha anche subìto un calo. Se, infatti, nel 2011 i contribuenti riconosciuti colpevoli erano stati 504, nel 2016 sono stati appena 45. Ancora: tra il 2011 e il 2016, emerge dai dati dell’Istat, sono stati aperti più di 200mila procedimenti per perseguire i reati in materia tributaria. In media, 33.500 ogni dodici mesi. Nello stesso arco di tempo, tuttavia, le condanne sono state appena 1.625. In pratica significa che arriva una condanna definitiva ogni 100 procedimenti aperti».

Combattere l’evasione fiscale si può fare, a patto di sapere come farlo, come ha spiegato l’ex viceministro Mario Baldassarri a Radio Radicale. La riforma grillina avrà solo l’effetto di ingolfare i tribunali con migliaia di nuove inchieste e processi, senza risultati concreti (non lo dice Tempi, ma quel “garantista” di Piercamillo Davigo).

Autorità assolute

Combattere l’evasione fiscale è una cosa seria, ma a patto, anche, di non fare troppo i “puri”, come ironizzava ieri sulla prima pagina della Stampa Mattia Feltri:

«1) Beppe Grillo non fu mai scritturato da Mediaset per l’abitudine, disse Silvio Berlusconi, di essere pagato senza fattura, come accadde per alcune serate al Covo di Nord-Est, discoteca di Santa Margherita Ligure, secondo la testimonianza resa ai carabinieri dal titolare della discoteca medesima. 2) Il premier Giuseppe Conte a inizio decennio si ritrovò con un paio di cartelle esattoriali da cinquantamila euro per tasse, imposte e multe non saldate. 3) L’azienda del padre di Luigi Di Maio, di cui in seguito lo stesso Di Maio divenne socio al cinquanta per cento, aveva accumulato un debito con Equitalia di oltre centosettantamila euro, e un dipendente denunciò di essere stato retribuito in nero. 4) L’azienda del padre di Alessandro Di Battista, di cui lo stesso Di Battista è stato amministratore, aveva ugualmente un dipendente retribuito in nero, e debiti tributari oltre i sessantamila euro. 5) Il presidente della Camera, Roberto Fico, alloggiava a Napoli nell’appartamento della compagna in cui era impiegata, di nuovo in nero, una governante a ore. Dunque, quando parlano di politiche fiscali, e in particolare di carcere per gli evasori, si potrà essere d’accordo oppure no, ma bisognerà ammettere che nel ramo i cinque stelle sono autorità assolute».

Foto Ansa