I 1800 giorni di carcere di Asia Bibi. In attesa di «risorgere con Lui»

«Sono stata condannata perché cristiana. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui»

Asia Noreen Bibi avrebbe potuto porre fine al suo calvario due anni fa. Sarebbe bastato poco per uscire dalla sua cella senza finestre nella prigione di Sheikhupura, in Pakistan, dove è stata rinchiusa nel giugno del 2009 ed evitare l’impiccagione. Una semplice parola l’avrebbe scagionata nel giro di pochi giorni dalle accuse di blasfemia per cui è stata condannata a morte l’8 novembre 2010. Un giudice, «l’onorevole Naveed Iqbal», come l’ha chiamato lei in una lettera, lo stesso che l’ha destinata «a una morte orribile» pur non avendo prove, un giorno è entrato nella sua cella di isolamento e le ha fatto una proposta che tutti considererebbero ragionevole: «Mi ha offerto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam». Asia Bibi non si è scomposta, anzi l’ha ringraziato «di cuore» per averle offerto una via di salvezza, poi gli ha risposto che preferiva morire «da cristiana» piuttosto che uscire dal carcere «da musulmana». Ed è davanti al suo carnefice che ha fatto la sua semplice e coraggiosa professione di fede: «Sono stata condannata perché cristiana. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui».

Per sapere davvero chi è Asia Bibi basta questo. Dilungarsi sui dettagli del suo caso giudiziario serve solo a comprendere fino in fondo il valore della sua testimonianza. La donna pakistana, di fede cattolica, ha marito e cinque figli. Il 14 giugno del 2009, giorno in cui è cominciato tutto, lavorava nei campi come sempre. Era andata a prendere dell’acqua da un pozzo per ristorarsi e poi l’ha offerta alle donne musulmane che lavoravano con lei, ma loro le hanno risposto accusandola di avere infettato la fonte. Perché lei, in quanto cristiana, è un’infedele. Asia Bibi ha respinto quell’appellativo e si è rifiutata di convertirsi all’islam, spiegando quanto fosse grande tutto quello che Dio aveva fatto per lei nella vita. Di conseguenza, le donne l’hanno accusata di blasfemia per insulti al profeta Maometto. Solo cinque giorni dopo, il 19 giugno, il mullah musulmano Qari Muhammad Sallam ha formalizzato l’accusa davanti alla polizia.

Non c’è peggiore disgrazia per un cristiano che essere accusato di blasfemia. La cosiddetta “legge nera” è stata introdotta nel codice penale pakistano nel 1976. Le pene per chi insulta l’islam, Allah o Maometto, includono l’ergastolo e la condanna a morte. Recentemente, la Corte della sharia ha chiesto che la norma venga cambiata e che l’unica sanzione possibile sia la condanna a morte. Nella stragrande maggioranza dei casi la legge viene utilizzata in modo strumentale per vendette personali o ragioni economiche: gli accusati, infatti, sono spesso costretti ad abbandonare le loro proprietà, che vengono rilevate per due soldi o addirittura sequestrate dagli accusatori. Ne è prova il fatto che oltre il 95 per cento di queste accuse si rivelano in sede giudiziaria false e infondate. Ma nonostante questo non c’è scampo per chi viene accusato di blasfemia: molti cristiani sono stati uccisi mentre entravano in tribunale per il processo, perché per i gruppi fanatici islamici non c’è giustizia umana che possa contraddire quella divina. Questo è il motivo per cui sempre più spesso gli imputati non assistono ai dibattimenti in aula e, anche quando vengono assolti, sono costretti a lasciare il paese per sempre.

Gli stessi rischi li corre anche Asia Bibi, portata subito in prigione dopo la formalizzazione dell’accusa e prontamente condannata in primo grado l’8 novembre 2010 dal tribunale di Nankana Sahib. L’11 novembre, gli avvocati della donna hanno formalizzato la richiesta d’appello all’Alta Corte di Lahore ma il processo, a distanza di quasi 4 anni e dopo ben 4 rinvii, l’ultimo sine die, non è ancora cominciato perché il caso è sensibile, nessuno vuole farsene carico e anche i giudici musulmani sanno che assolvendola possono rischiare la vita. Questi infatti non guardano in faccia nessuno e hanno già ucciso i due uomini che più si sono battuti per salvarla: il potente governatore islamico del Punjab, Salman Taseer, assassinato a Islamabad il 4 gennaio 2011, e il ministro cattolico delle Minoranze Shabhaz Bhatti, crivellato di colpi nella capitale il 2 marzo dello stesso anno. «Quante altre persone devono morire a causa della giustizia?», si è chiesta in una lettera Asia Bibi, che in questi anni di prigionia ha sofferto per sé, per loro e per la sua famiglia, che oggi vive in un luogo nascosto «ed è terrorizzata», come dichiarato dall’avvocato della donna a tempi.it.

Asia Bibi è stata trasferita nella prigione di Multan, vive in carcere da ormai quasi 1800 giorni ma non si scoraggia, si rallegra perché in prigione una guardia «mi ha fatto il dono di insegnarmi a leggere» la Bibbia e trae dalla sua fede in Dio la forza di andare avanti. A Natale, in una lettera al Papa, ha scritto: «In questo inverno sto affrontando molti problemi: la mia cella non ha riscaldamento e non ha una porta adatta a ripararmi dal freddo pungente, anche le misure di sicurezza non sono adeguate, non ho abbastanza soldi per le necessità quotidiane e sono molto lontana da Lahore, dunque i miei familiari non riescono ad aiutarmi». Ma «ho fiducia nel progetto che Dio ha per me e magari vorrà realizzare l’anno prossimo».

A Pasqua, a chi è andato a visitarla in carcere, ha detto queste parole tra le lacrime: «Oggi per me non c’è posto in tribunale, non c’è occasione o luogo dove possa dimostrare la mia innocenza. Prego e spero che un giudice riceva luce da Dio e abbia il coraggio di vedere la verità. Mi specchio nella croce di Cristo, nella certezza che tanti fratelli e sorelle nel mondo mi sono vicini e stanno pregando per me. Quando Cristo risorgerà, nel giorno di Pasqua, Egli deciderà per me una nuova strada di giustizia, mi terrà con Lui in un regno dove non vi sono ingiustizia e discriminazione. Credo con tutto il mio cuore, con tutte le mie forze e la mia mente che risorgerò. La salvezza verrà presto anche per me. Cristo ha promesso che risorgerò con Lui».