Jimmy Lai in carcere. Così è terminato il disastroso 2020 di Hong Kong

Il 2020 sarà ricordato come l’anno in cui il regime cinese ha messo le mani illegalmente su Hong Kong. Il processo farsaa Jimmy Lai lo dimostra

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Non poteva chiudersi peggio il 2020 di Hong Kong. La Corte suprema della città ha infatti stabilito che il magnate dell’editoria Jimmy Lai, campione della lotta per la democrazia, deve tornare in carcere in attesa del processo di aprile. La Corte di ultimo appello ha accolto così ieri la richiesta del governo di Carrie Lam, che si è opposto alla decisione dell’Alta corte, che il 23 dicembre aveva rilasciato su cauzione l’editore di 73 anni dopo un mese di carcere.

IL RILASCIO SU CAUZIONE PRIMA DI NATALE

Jimmy Lai è stato incriminato in base alla legge sulla sicurezza nazionale e rischia una pena che va dai tre anni fino all’ergastolo da scontare nella Cina continentale. Il magnate è accusato di frode e collusione con le forze straniere per aver rilasciato interviste ai media stranieri. Lai era stato arrestato in estate e portato via in manette davanti a fotografi e telecamere. Rilasciato su cauzione, era stato nuovamente arrestato a dicembre e incriminato l’11 del mese.

Il giudice Victor So, uno dei magistrati scelti dalla governatrice Carrie Lam per sovrintendere ai processi per violazione della legge sulla sicurezza nazionale, aveva deciso di non concedergli la cauzione. Prima di Natale, l’Alta corte ha però cambiato idea e Lai è stato rilasciato previo pagamento di 10 milioni di dollari di Hong Kong e a patto che il magnate restasse a casa sua, senza rilasciare interviste né parlare sui social media.

LE CRITICHE DI PECHINO

La decisione è stata però fortemente criticata dal principale organo editoriale del Partito comunista cinese, il Quotidiano del popolo, che in un editoriale ha giudicato «inconcepibile» la decisione di rilasciare su cauzione il 73enne definendolo un personaggio «noto ed estremamente pericoloso». Forse le corti locali, continuava l’editoriale, «hanno qualche difficoltà a livello giuridico» e devono ora prendere la «giusta decisione».

Dopo l’uscita dell’articolo, il governo di Hong Kong ha fatto ricorso e il massimo tribunale della città ha rispedito Lai in carcere. La dinamica del processo farsa conferma la totale perdita di autonomia del governo locale a vantaggio di Pechino, che con la legge sulla sicurezza nazionale ha definitivamente cancellato il modello “Un paese, due sistemi” che doveva restare in vigore fino al 2047.

UN 2020 DISASTROSO

La revoca della cauzione a Jimmy Lai conclude indegnamente un 2020 disastroso per la città. Dopo il successo delle proteste antiestradizione, l’entrata in vigore l’1 luglio della legge sulla sicurezza nazionale ha completamente cambiato il panorama e la storia della città in pochi mesi. Basta fare un rapido (e certamente incompleto) riepilogo per rendersene conto: per la prima volta nella storia della città è stata proibita la veglia di commemorazione delle vittime di Piazza Tienanmen, cancellate le elezioni parlamentari, i deputati democratici costretti ad abbandonare per sempre il Consiglio legislativo, le manifestazioni contro il governo messe al bando, i giornalisti schedati e impossibilitati a svolgere il proprio lavoro, comuni cittadini malmenati e arrestati per aver pronunciato critiche al governo per strada e sui social media, professori dissidenti licenziati, testi scolastici emendati di ogni riferimento non elogiativo verso la Cina, famosi attivisti incarcerati, altri incriminati e processati, altri ancora costretti all’esilio.

Come dichiarato a tempi.it da Wu Chi-wai, presidente dal 2016 del Partito democratico di Hong Kong, «oggi chiunque può essere arrestato a Hong Kong e processato solo perché non piace a Pechino. Ma la cosa più grave è che può essere processato e incarcerato nella Cina continentale. Questa è la cosa peggiore per noi: la popolazione soffrirà molto per questo motivo. Hong Kong ormai non è più governata dalla Costituzione, ma dalla legge cinese. Noi dobbiamo continuare a combattere per la democrazia e prendere ad esempio i paesi dell’Europa dell’Est che sono vissuti per 40 sotto la dittatura sovietica. Sappiamo che ci vorrà molto tempo, ma siamo determinati a resistere. E alla fine, un giorno, vinceremo noi».

C’È ANCORA SPERANZA

Nonostante le enormi difficoltà, c’è ancora speranza per Hong Kong come dichiarato proprio da Jimmy Lai a Tempi in una delle ultime interviste rilasciate prima del suo arresto:

«Ovviamente mantengo la speranza per la mia città. Poche settimane fa (mesi, ndr) alcune studentesse del liceo sono stare arrestate solo per aver sollevato dei cartelloni bianchi, senza scritte, in un centro commerciale (uno dei metodi più comuni per denunciare la censura di Pechino, ndr). Da un lato, questo dimostra fino a che punto è arrivata la repressione. Dall’altro, però, dimostra che le nostre studentesse non hanno alcuna intenzione di cedere a un regime che si sente minacciato perfino da un foglio di carta. Quando guardo il coraggio di queste studentesse, come potrei non nutrire speranza per Hong Kong?».

Foto Ansa