«Anziché in Grecia, il referendum avrebbero dovuto farlo in Germania»

«Bisogna chiedere a chi i soldi li deve prestare, non a chi li deve ricevere». Intervista a Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni

Diktat contro democrazia. Germania contro Grecia, nord Europa contro sud. Podemos o non podemos. Il referendum greco è destinato a far parlare ancora molto di sé tra detrattori e sostenitori, ma se è vero – come pare – che la Grecia non potrà contare sugli aiuti di Vladimir Putin, forse l’azzardo referendario parte già azzoppato.
Tutti o quasi si schierano dalla parte della Grecia contro la cancelliera di ferro Angela Merkel e l’Europa dei vincoli di bilancio oppressivi in nome della solidarietà mediterranea. A distaccarsi dal coro dei sostenitori di Tsipras e Varoufakis c’è Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, che propone la sua ricetta con una battuta: «La Grecia non può diventare la Calabria d’Europa».

Mingardi, come ha visto la scelta greca di indire un referendum sugli accordi?
È stata una scelta furba, dal punto di vista di Syriza. Tsipras conosce meglio di noi i suoi elettori. Era convinto che i greci avrebbero confermato il voto che avevano espresso qualche mese fa: un voto contro l’“austerità”, in buona sostanza, anche se l’alternativa non si capisce dove porti. Ora però bisogna vedere come i greci se la giocheranno delle trattative.

Non crede che un bagno di democrazia possa far bene ai negoziati?
Il valore del referendum è risibile. È stato organizzato in una settimana e agli elettori veniva chiesto un parere su scenari (Grexit, rinegoziazione del debito…) rispetto ai quali anche economisti e analisti non sanno bene che pesci pigliare. L’hanno messo in piedi come un derby tra sì e no all’austerità, tra la bandiera che sventola e la cinghia che si stringe, senza che l’elettore avesse tempo per riflettere e fare una scelta ponderata. Non è certo stata una grande pagina di democrazia.

Ma allora perché è piaciuta tanto a taluni politici nostrani?
Perché veicola un messaggio semplice e facile da vendere agli elettori. Prima di promettere ai loro elettori un referendum sull’Europa, però, i nostri politici dovrebbero impegnarsi a ridiscutere la “sacra” costituzione in materia di referendum sulle politiche fiscali, e i trattati internazionali… oppure potrebbero accontentarsi di una consultazione “alla Grillo”, via internet, ma il valore sarebbe quello di un sondaggio, e il mondo è pieno di sondaggi non propriamente affidabili.

La Grecia però crea un precedente, quello per cui siano i popoli dei singoli stati a decidere del loro destino, pur con tutti i limiti del caso.
Sembra sempre che l’Europa sia fatta da Stati democratici (Francia, Italia e Grecia) contro l’arcigna e antidemocratica Germania. E dove li mettiamo i Paesi baltici, l’Europa dell’Est, i Paesi del Nord? Ci sono anche paesi che hanno fatto delle riforme dolorose che li hanno resi competitivi mentre altri competitivi non sono anche perché evitano accuratamente di fare riforme strutturali. La vera domanda da farsi è una sola.

Quale?
Perché il referendum greco dev’essere moralmente vincolante per il nord Europa? La democrazia “europea” di cui tanti si riempiono la bocca prevede il diritto di voto per i Paesi del Sud, e il diritto di rimanere in silenzio per i Paesi del Nord?

Insomma più che un referendum greco, ci vorrebbe un referendum tedesco.
Esatto, bisogna chiedere a chi i soldi li deve prestare, non a chi li deve ricevere. Se uno ti chiede se vuoi più o meno regali sotto l’albero a Natale, è ovvio che rispondi di più. Meno lo è che io possa e voglia metterceli. Attenzione a non sottovalutare un fatto: Merkel e Schauble, il suo ministro delle Finanze, godono di un indice di approvazione in patria attorno al 70 per cento. Gli stessi socialdemocratici tedeschi appaiono molto rigorosi, sulla Grecia.

Alla fine dei conti la soluzione qual è? Più o meno Europa?
Il problema di avere più Europa è che si dovrebbe fondare su costanti e continue ridistribuzioni di denaro e risorse, un rubinetto che non si può chiudere, creando ovvi problemi politici e culturali: basti pensare che l’Italia non vi è ancora venuta a capo dopo 150 dall’unificazione, figurarsi un intero continente. Purtroppo l’Europa è nata con una miopia incredibile: ha regole per ogni cosa (le polemiche sul diametro delle zucchine!) ma non per gestire il fallimento di uno Stato sovrano o la possibilità che uno Stato possa decidere di lasciare l’Eurozona. Non si è mai visto un club con regole per entrare ma nessuna regola per uscire.

Quindi l’Europa ha bisogno di più regole per stare in piedi.
Non più regole: regole migliori, che consentano una risoluzione dei conflitti che non degeneri, tutte le volte, in provvedimenti discrezionali, ad hoc. Attenzione all’idea che “più Europa” sia una soluzione praticabile. Si potrebbero aprire conflitti sulle risorse, difficilmente gestibili. L’Europa poteva essere una grande Svizzera, ha voluto diventare una Francia, speriamo non diventi una grande Italia.

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