Gratteri. La solitudine di un magistrato che si è messo in testa di cambiare la giustizia italiana

Dopo aver visto Renzi rimangiarsi la sua nomina a ministro e lasciar cadere le riforme proposte dalla “sua” commissione, il procuratore dovrà anche lasciare Reggio Calabria

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Nel febbraio 2014, quando Matteo Renzi salì le scale del Quirinale per presentare a Giorgio Napolitano la lista dei ministri “in pectore”, il suo nome occupava la casella della Giustizia. E probabilmente Nicola Gratteri sarebbe stato un ottimo ministro. Invece il presidente della Repubblica obbligò il giovane presidente del Consiglio a cancellare il suo nome. Si disse allora che quel veto fu dettato da ragioni di opportunità politico-istituzionale. E forse qualcosa era vero: un magistrato che diventa Guardasigilli qualche dubbio lo solleva. Ma allora perché un magistrato (Piero Grasso) è divenuto poi presidente del Senato?

Resta il fatto che Gratteri, dal febbraio 2009 procuratore aggiunto a Reggio Calabria e magistrato di punta nella repressione della ’ndrangheta, ormai la prima organizzazione criminale d’Italia (e probabilmente mondiale), sarebbe stato un ottimo ministro della Giustizia. L’uomo ha grande esperienza e idee chiare, spesso propone soluzioni di equilibrio. Nell’aprile 2014, intervistato da chi scrive, Gratteri aveva confermato seccamente l’esistenza dell’accordo con Renzi e del «tradimento» dell’ultimo minuto: «Qualcuno mi ha fermato», aveva detto il magistrato, spiegandone così il perché: «Avevo un programma che avrebbe cambiato tante cose, avrebbe smontato quel che nella giustizia penale e civile non funziona…».

Renzi, quasi per scusarsi della figuraccia patita al Quirinale, nel settembre 2014 aveva cercato di rimediare. Così aveva deciso di nominare Gratteri presidente della commissione per la riforma delle norme antimafia. Già a metà dello scorso gennaio il magistrato aveva concluso un lavoro monumentale, fatto di 246 pagine per 130 nuovi articoli di codice che, aveva dichiarato Gratteri, potevano «entrare in vigore all’80 per cento subito, con un decreto legge».

Va detto: alcune delle proposte di Gratteri hanno ricevuto critiche dal fronte garantista e dell’avvocatura. Ma sta di fatto che nove mesi dopo di quella ipotesi di riforma non è passato quasi nulla. Chissà, forse Andrea Orlando, poi divenuto ministro della Giustizia al posto del procuratore aggiunto, si è messo di traverso; o forse i 92 magistrati che lavorano nel palazzone sordo e grigio del ministero hanno frenato la verve del collega (si sa, la categoria è malata d’invidia). Forse, più banalmente, a bloccare ogni cosa è stato il muro di gomma della giustizia italiana…

Resta il fatto che Gratteri è probabilmente una delle migliori intelligenze giudiziarie italiane, ma come mostrano queste due vicende è già stato sacrificato due volte sull’altare della politica. E non basta: presto per l’alto magistrato arriverà un terzo colpo. Perché il procuratore aggiunto, in omaggio alle norme, dovrà anche lasciare Reggio Calabria per scadenza di mandato: «Fra un anno me ne vado», ha annunciato lo stesso Gratteri parlando a Roma, alla Giornata della giustizia. «Dovrò andare in giro a cercare altro, sperando stavolta che i centri di potere non siano anche lì. Ma io posso anche fare il sostituto procuratore. E comunque resto un uomo libero».

Gratteri ha concluso aggiungendo poche parole, molto amare: «Vengo combattuto dai centri di poteri che hanno molta forza nelle istituzioni: vuol dire che qualcosa sto facendo». In effetti, chi cerca di fare qualcosa per la giustizia italiana spesso si trova bloccato, azzoppato, isolato. Un vero peccato.

Foto Ansa

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