Grandi opere, arriva il “débat public” per mettere fuori causa i santoni ambientalisti e i no tutto

Il ddl del ministro dell’Ambiente Andrea Orlando per le infrastrutture: dibattito pubblico alla francese con le comunità locali per alleggerire burocrazia e proteste

Lo aveva promesso e lo farà, Andrea Orlando, ministro dell’Ambiente. La proposta di legge per l’introduzione in Italia delle procedure proprie del “débat public” di stampo francese verrà presentata prima della pausa estiva, sempre che il governo regga.

Apparentemente, tutti sono d’accordo, nella realtà non mancano i dubbi. Sia perché chi non conosce Orlando lo crede (a torto) un “giovane” sprovveduto e digiuno di un settore delicato come quello dell’ambiente, sia perché l’Italia è un Paese nel quale lo spazio concesso alle riforme è quello dei talk show, delle chiacchiere, delle piazze, delle interviste e molto di rado queste prendono forma e, quando ciò avviene, spesso accade che il risultato finale sia modello Fornero, ovvero da cambiare ancor prima di essere adottato.

Veniamo al punto. Débat public, dibattito pubblico, di cosa stiamo parlando? Wikipedia è lapidaria: «Il dibattito pubblico (in francese débat public) è in Francia una fase della procedura di sviluppo dei grandi progetti organizzativi o di infrastruttura, che permette ai cittadini di informarsi e di esprimere il loro punto di vista sulle iterazioni e sulle conseguenze dei progetti». Ecco, in sintesi è questo che il ministro Orlando vorrebbe introdurre in Italia. Per provare a sbloccare un po’ la nostra sempre più bizantina realizzazione delle infrastrutture.

Possiamo mettere alcuni punti fermi sul disegno di legge che stanno approntando i super esperti del ministero.

Innanzitutto è credibile che il débat public sarà obbligatorio per interventi di un certo rilievo, ovvero per i quali sia già prescritta una VIA obbligatoria o che prevedano un investimento che superi la soglia di 100 milioni di euro. I tecnici del ministero, d’altro canto, non potranno che recepire l’auspicio presentato da Orlando sugli stessi organi di stampa e, pertanto, il débat public dovrebbe poter essere anche attivato su richiesta delle comunità locali, direttamente o attraverso i propri rappresentanti nelle istituzioni (ad esempio consiglieri regionali e parlamentari) anche per progetti più modesti.

Il débat public all’italiana, poi, così come accade Oltralpe, dovrà far riferimento ad un comitato nazionale che vaglierà i progetti avanzati dai soggetti che intendano realizzare gli interventi e fisserà una durata (indicativamente sei mesi?) per il confronto pubblico. Ogni soggetto legittimato a partecipare al dibattito pubblico dovrà quindi nominare un rappresentante tecnico qualificato, superando la stagione degli stregoni, dei santoni e degli esperti di tutto e di niente. Ultimate le procedure di confronto verrà steso un rapporto, che tenga conto dei contenuti del dibattito e delle proposte emerse. Entro tre mesi dalla data di pubblicazione di questo rapporto, sarà il soggetto proponente l’intervento (ad esempio l’azienda che voglia realizzare un impianto) a comunicare se intenda ignorare le osservazioni insistendo sul progetto iniziale, raccogliere le modifiche proposte al progetto o rinunciare all’iniziativa.

Va anche sottolineato che sarà presumibilmente prevista la possibilità di contestare il regolare svolgimento del dibattito pubblico, ma solo entro certi limiti, ampiamente codificati.

Ciò che più conta – ed è ciò su cui confida certamente il ministro dell’ambiente – è che se il soggetto proponente l’intervento si impegnerà a modificare conseguentemente il progetto iniziale, ovvero se accoglierà le osservazioni emerse, potrà fruire di uno “sconto” significativo relativo alle odiose tempistiche burocratiche pendenti (autorizzazioni, concessioni, eccetera), creando di fatto una corsia preferenziale che finirà col rendere conveniente l’accordo tra i diversi soggetti interessati dai progetti riducendo pertanto al minimo le conflittualità oggi all’ordine del giorno nel nostro Paese.

Andrea Camaiora, giornalista, dal 2010 si occupa di infrastrutture e lavori pubblici per l’associazione comuni italiani. Autore di interventi relativi alle infrastrutture e al loro impatto socio culturale, ha promosso l’adesione di Anci al rapporto Nimby 2013