Google si piega alla censura di Pechino

Il colosso informatico starebbe sviluppando un’app per il mercato cinese capace di bloccare le ricerche scomode per il Partito comunista

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Il nome in codice è Dragonfly, la sua missione è impedire qualsiasi tipo di ricerca in tema di religione, diritti umani, democrazia e proteste pacifiche, insomma, tutto ciò che risulta scomodo e inviso al Partito comunista. È questo il progetto a cui Google e Pechino starebbero lavorando dalla primavera del 2017 per portare in Cina una versione censurata del motore di ricerca.

Lo rivela il magazine The Intercept, affermando di avere visualizzato documenti “confidenziali” in base ai quali a Mountain View è in cantiere un’app in grado di identificare e filtrare automaticamente i siti web bloccati dal Great Firewall, il mega scudo digitale cinese che impedisce l’accesso agli indirizzi internet considerati pericolosi dal governo e controlla tutto quello che succede col web, impiegando due milioni di dipendenti e decidendo quali siti possono essere letti e quali no, cosa può essere pubblicato e cosa no, come il massacro di piazza Tiananmen del 1989, rendendo impossibile controllare la posta di Gmail o guardare video su YouTube, accedere a Facebook e Twitter, così come leggere il New York Times o il Wall Street Journal.

Tra gli esempi di portali soggetti alla censura che secondo l’inchiesta del magazine verranno rimossi dalla pagina dei risultati, e sostituiti dal disclaimer “alcuni risultati potrebbero essere stati rimossi a causa dei requisiti di legge”, figurano quelli dell’emittente britannica Bbc e di Wikipedia. Non solo, l’app consentirà di inserire in una black list le “query” sensibili così da non mostrare alcun risultato o immagine nel caso in cui l’utente inserisca determinate parole di ricerca.

«UN TERRIBILE PRECEDENTE». Il Securities Daily, di proprietà dello Stato, ha negato, tuttavia l’esistenza di un progetto Dragonfly è stata confermata all’Intercept (e alle maggiori agenzie di stampa internazionali) da fonti interne a Google che parlano di «rabbia fra gli sviluppatori» per quanto deciso molto in alto e che sta coinvolgendo solo poche centinaia di persone delle oltre 88 mila oggi alle dipendenze del colosso informatico. Tutto questo rappresenta «un terribile precedente» e «avrà implicazioni molto gravi non solo per la Cina, ma per tutti noi, per la libertà di informazione e di internet», ha commentato al magazine Patrick Poon, ricercatore di Amnesty International ad Hong Kong. «Il più grande motore di ricerca al mondo che obbedisce alla censura in Cina è una vittoria per il governo cinese. Nessuno si prenderà più la briga di sfidare la censura». E sono molte le parole, come Tibet, Xinjiang, Liu Xiaobo o Dalai Lama, che secondo Asia News potrebbero finire nella censura automatica.

IL DIETROFRONT DI GOOGLE. L’accelerazione al progetto è stata data a dicembre dopo un incontro fra l’ad di Google Sundar Pichai e un alto funzionario del governo cinese. Per ora Dragonfly dovrebbe lanciare solo l’app per Android, il sistema operativo mobile che detiene oltre l’80 per cento della quota di mercato del paese.

Dopo aver lasciato otto anni fa l’enorme mercato cinese in polemica con governo, accusato di censurare contenuti e di sostenere cyber attacchi contro i suoi codici sorgente e contro i dissidenti, Google sembra aver fatto pace con Pechino. Più di 750 milioni di utenti internet nuovi di zecca valgono bene la censura.

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