Gerusalemme, case per i cristiani. «Non lasciateci soli»

Carlo Costalli (Mcl) ci racconta la costruzione di un’ottantina di appartamenti che serviranno ad ospitare giovani coppie cristiane. «Il problema è il progressivo spopolamento. Un secolo fa i cristiani erano il 25 per cento della popolazione, oggi sono meno di quindicimila. A maggio consegneremo al Papa le chiavi d’argento della nostra opera».

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È appena tornato da Gerusalemme. Carlo Costalli è il presidente nazionale del Movimento cristiano lavoratori (Mcl), storica associazione che celebrerà tra poco i quarant’anni di vita. «Per festeggiare la ricorrenza abbiamo voluto partecipare ad un’opera, un’iniziativa visibile. Grazie all’amicizia con monsignor Fouad Twal, patriarca della Chiesa in Gerusalemme, con il quale collaboriamo da anni attraverso le scuole e il seminario del patriarcato, abbiamo partecipato e in parte finanziato un progetto a lui molto caro: la costruzione di abitazioni per giovani coppie cristiane abitanti in Gerusalemme».

Com’è la situazione dei cristiani a Gerusalemme?
Il problema è il progressivo spopolamento. Un secolo fa erano il 25 per cento della popolazione, oggi sono meno di quindicimila. C’è quindi il rischio dello spopolamento, che si somma a quello della carenza di lavoro. Ciò che preme maggiormente a monsignor Twal è la difficoltà per le giovani coppie di trovare un’abitazione. Abbiamo, quindi, “sposato” il progetto della costruzione di un’ottantina di appartamenti, nella periferia di Gerusalemme, sulla strada per Betlemme, dove il patriarcato ha comprato tre anni fa un terreno. 

Come stanno procedendo i lavori?
Spediti. Una delle quattro palazzine previste è quasi finita e durante la nostra visita abbiamo assistito alla consegna delle chiavi degli appartamenti a chi vi abiterà. Il 19 maggio saremo ricevuti da Benedetto XVI in udienza, proprio in occasione dei quarant’anni di Mcl. Sarà quella l’occasione in cui, assieme al patriarca, consegneremo al Papa le chiavi d’argento della nostra opera.

Che significato date al vostro sforzo?
È un modo di difendere l’identità religiosa e culturale cristiana. Una presenza che può essere un ponte di pace tra Israele e i territori circostanti, in prevalenza arabi e musulmani. Dobbiamo fare di tutto per salvaguardare la presenza dei cristiani, composta da molti laici, religiosi e tante esperienze no-profit europee, soprattutto italiane. Monsignor Twal ce lo ripete sempre: «Non lasciateci soli». Il sentirsi collegati al mondo cattolico dà visibilità e forza.

Che speranze avete che la vostra iniziativa freni il continuo assottigliamento della comunità cristiana?
Monsignor Twal è convinto che se i giovani cominciano a vivere insieme la futura classe dirigente non potrà che convivere. Garantire delle abitazioni decenti ai cristiani nelle vicinanze della popolazione israeliana può certamente aiutare questo incontro.

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