Francia. Fondi pubblici sarebbero stati usati per finanziare i jihadisti in Siria

I fondatori di Syrie Prévention Familles, incaricata di prevenire la radicalizzazione dei giovani, sono in stato di fermo con l’accusa di avere inviato fondi pubblici ai loro figli che si sono uniti all’Isis

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Fondi pubblici stanziati dallo Stato francese per prevenire la radicalizzazione dei giovani sarebbero stati inviati da un’associazione a jihadisti in Siria. È con questa accusa che sono stati posti in stato di fermo venerdì 23 giugno Valérie de Boisrolin, Anne Duong e il marito Raymond, fondatori dell’associazione Syrie Prévention Familles.

«FINANZIAMENTO DEL TERRORISMO». Stamattina tutti i giornali francesi riprendono l’esclusiva del Journal du dimanche (Jdd), secondo cui le tre persone citate sono accusate di «finanziamento del terrorismo e associazione a delinquere con finalità terroristiche». L’indagine, aperta dagli inquirenti francesi a fine 2016 dopo che i trasferimenti sono stati scoperti, è solo l’ultimo caso che conferma il fallimento dei centri di deradicalizzazione, istituiti nel 2014 dal governo di François Hollande per impedire ai giovani musulmani di unirsi allo Stato islamico.

QUASI 20 MILA EURO. Léa de Boisrolin è partita per la Siria nel giugno del 2013 all’età di 16 anni per raggiungere un islamista radicale, suo promesso sposo. La giovane si era convertita dopo averlo incontrato e vive tuttora in Siria con lui insieme al figlio che hanno generato insieme. La madre, Valérie, è accusata di avere inviato a Léa 1.200 euro e altri 4.000 alla madre di un jihadista che voleva aiutare il figlio a fare ritorno in Francia. La donna ha confermato al Jdd l’invio di denaro ma ha negato di averlo distratto dai 90 mila euro di sovvenzioni che lo Stato ha versato all’associazione. Altri 13 mila euro di Syrie Prévention Familles, secondo l’accusa, sarebbero invece stati inviati dai coniugi Duong ai due figli partiti per la Siria nel 2014. De Boisrolin ha anche annunciato che si dimetterà dall’associazione.

«I CENTRI SONO UN VERO FALLIMENTO». Ad oggi, e al di là dell’eventuale conferma delle ultime accuse durante il processo che verrà istruito, l’esperimento dei centri di deradicalizzazione «è un vero fallimento», come dichiarato a febbraio dalla senatrice Esther Benbassa, che guida dall’anno scorso una commissione del Senato per valutare l’esperienza dei centri. Secondo Benbassa «principianti allo sbaraglio» hanno drenato ingenti risorse dallo Stato per aprire centri inutili, se non dannosi. Sotto accusa è finita in passato Dounia Bouzar, antropologa francese di origini algerine, autrice di libri contro la radicalizzazione islamica e famosa per aver ingaggiato nel suo centro Farid Benyettou, amico dei fratelli Kouachi (attentatori di Charlie Hebdo), che avrebbe abbandonato il jihadismo dopo cinque anni di carcere. Secondo Benbassa, a fronte di finanziamenti pubblici pari a 930 mila euro, Bouzar «avrebbe deradicalizzato molte giovani donne ma l’unica che ha mostrato a tutti i media alla fine è partita per la Siria». Fallimentare anche l’esperienza di Sonia Imloul a Seine-Saint-Denis.

FONDI USATI PER SCOPI «OPPOSTI». Il Figaro ha intervistato alcune persone che hanno avuto a che fare con l’associazione dei tre indagati. E non sono affatto sorpresi: «A dir la verità, lo temevamo. Ci sono cose che non bisognerebbe fare, anche se si vuole aiutare i propri figli», anche se l’obiettivo è «salvarli dall’inferno». Secondo un membro «importante» dei servizi segreti francesi, «lo Stato ha messo a disposizione fondi importanti per la deradicalizzazione, senza definire in modo adeguato la missione e senza controlli. Molte associazioni si sono precipitate per mettere le mani su questa manna. E i fondi sono serviti spesso per motivi diversi, se non opposti, a quelli per cui erano stati stanziati».

Foto Ansa

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