Forza Monti, forza politica. Ci vuole un governo con Alfano, Bersani, Casini

Niente è più necessario per l’ora presente che un governo tecnico nel senso politico del termine “tecnico”, cioè sostenuto con convinzione e senza secondi fini. Per questo sarebbe l’ideale che i partito ci mettessero la faccia e ce la mettessero ai massimi livelli. Dentro Alfano, dentro Bersani, dentro Casini. Perché se la politica fallisce, falliamo tutti. E dopo la politica non c’è il paradiso

Per favore, professor Mario Monti, lasci perdere l’idea di mettere Andrea Riccardi alla Cultura e vada avanti nell’opera di persuasione dei partiti. Cosa dice il Capo dello Stato, davvero l’eroe patriottico di cui neppure gli amici più stretti immaginavano potesse mostrare tanta passione unita a imparzialità e senso non parruccone, e anzi spigliato, fresco, geniale, delle istituzioni? Dice che «in queste ore bisogna sprigionare il massimo della coesione nazionale». Ha ragione Napolitano, e Monti ci sta provando: se è vero come è vero che l’ora è drammatica per il destino dell’Italia, niente è più necessario per l’ora presente che un governo tecnico nel senso politico del termine “tecnico”, cioè sostenuto con convinzione e senza secondi fini. Per questo sarebbe l’ideale che i partito ci mettessero la faccia e ce la mettessero ai massimi livelli. Dentro Alfano, dentro Bersani, dentro Casini. Come minimo tutte e tre le colonne che reggono il Parlamento e costituiscono l’asse portante dell’attuale rappresentanza popolare, dovrebbero partecipare con convinzione e assoluta dedizione all’impresa Monti. Non solo. Secondo il nostro modesto giudizio sarebbe necessario, anche dopo la conclusione dell’esecutivo Monti, che almeno i due principali partiti – Pdl e Pd – si presentassero agli italiani con la stessa opzione e programma di “Grosse Koalition” con cui gli analoghi partiti tedeschi affrontarono la crisi incombente all’indomani delle elezioni del 2005. Anche l’Italia, di qui e per tutto il corso della prossima legislatura, avrà probabilmente bisogno di un governo di Grande Coalizione. Perché?

Allarghiamo un po’ l’orizzonte e guardiamo più in là dei legittimi ragionamenti, posizionamenti e attese future su cui sembra che i partiti facciano dipendere la loro adesione al progetto di mettere in sicurezza la nave Italia. Siamo con il Giappone il paese più vecchio del mondo. Abbiamo il record di denatalità e se negli anni Sessanta per ogni italiano  non attivo c’erano tre nostri connazionali al lavoro, oggi siamo nelle condizioni che un lavoratore si sobbarca il mantenimento di tre italiani non attivi. Abbiamo un debito pubblico che sfiora i 2 mila miliardi e interessi sullo stesso debito pericolosamente vicini alla soglia del default per impossibilità algebrico-matematica che il Pil italiano possa mai pagare interessi sul debito che abbiano tassi di rendimento dei titoli di Stato (e spread rispetto ai Bund tedeschi) come quelli registrati in questi giorni. Inoltre, il Pil italiano è saldamente attestato sullo zero virgola e niente indica che risalirà nel biennio a venire, allorché sarebbe attesa (per ingiunzione europea) la fatidica centratura del pareggio di bilancio. Certo, una fola, ma anche una zavorra ulteriore alla speranza di tornare a crescere.

Si dovrebbe aggiungere altro per completare il panorama: i costi stratosferici dello Stato; la completa cancellazione di ogni attenzione al “fattore famiglia” allorché in paesi come la Germania è addirittura tema di legge Costituzionale e sancisce un limite invalicabile alla tassazione delle persone fisiche; un sistema pubblico dell’istruzione che si impedisce per corporativismo e ideologismo farlocco di applicare la legge sull’autonomia e libertà scolastica di Luigi Berlinguer, bloccando così ogni nuovo slancio, rischio educativo e apertura alla formazione delle nuove generazioni; le regioni del Sud fuori da ogni parametro economico e rette, di fatto, dall’economia criminale e in nero; l’evasione fiscale al Sud e la lotta all’evasione fiscale concentrata al Nord; le tasse sulle imprese che sfiorano il 50 per cento quando un imprenditore italiano avrebbe tutto l’interesse a emigrare appena oltre confine, dove in Austria, Slovenia e perfino nella extracomunitaria Svizzera le tasse sono la metà o comunque, caso svizzero, il sistema paese offre ben altre facilitazioni a chi vuole fare impresa di quelle che offre l’Italia…

E tralasciando tutto il resto di mali strutturali italiani cui ci istruisce anno dopo anno l’Osservatorio del Nord Ovest di Luca Ricolfi (tanto per fare un nome di un piemontese e di sinistra, che è quanto di più corretto politicamente si possa immaginare in Italia) vogliamo parlare di patriottismo negli altri paesi, dove diversamente da ciò che succede in Italia, nell’azione quotidiana dei sistemi industriali, politici, massmediatici, culturali, vengono anteposti alle risse, ai conflitti, alle ideologie e al gossip, gli interessi nazionali?

Secondo l’economista Luigi Campiglio, il nuovo ’29 dell’economia mondiale è cominciato nel 2007, con la spaventosa esplosione dei famigerati subprime, i prodotti finanziari di ultima generazione anglo-americana che sono risultati tossici in quanto illiquidabili, spazzatura, non rappresentando altro che il fallimento di milioni e milioni di mutui americani. Grandi banche anglo-americane sono saltate per aria e, dal 2007 ad oggi, altre di esse attendono pericolosamente di essere salvate o traghettate all’inferno dei prestiti statali forzosi, ergo salvate dai contribuenti. In Europa sono le banche francesi, tedesche e olandesi quelle maggiormente in sofferenza per la quantità ancora rilevante di titoli tossici detenuti nel loro portafoglio. Ma cosa succede? Succede che una recente direttiva dell’Autorità bancaria europea (Eba) favorisce i detentori di subrime e punisce le banche italiane che invece sono rimaste fuori da questo perverso circuito speculativo e hanno “in pancia” solo una quota minima di titoli tossici. Ancora sull’Europa: la Bce non agisce come prestatore di ultima istanza e dunque non aiuta gli Stati in difficoltà come l’Italia, mentre la Germania continua a macinare record costruiti sulla debolezza altrui. I titoli di Stato tedeschi diventano di fatto beni rifugio come l’oro in confronto agli altri titoli di Stato europei e, per di più, la politica monetaria della Bce avvantaggia le esportazioni tedesche, con il risultato che mentre i partner europei sono alla canna del gas e non sanno come uscire dal circuito perverso debito pubblico-imposizione fiscale, la Germania alleggerisce di giorno in giorno il proprio deficit e, addirittura, taglia le tasse (lo spirito prussiano ha di nuovo preso alla testa la Germania?).

Altrove nel mondo, i fiori si stanno tramutando in erba avvizzita. Negli Stati Uniti, anzi, il deserto avanza, si teme una forte contrazione dei consumi e crisi occupazionale per la primavera 2012 e i venti di guerra che spirano sull’Iran, non aiutano i mercati a immaginare una ripresa. Ancora detta all’ingrosso: Cina e Bric marciano a livelli di crescita apprezzabili. Basti la semplice compulsazione e confronto delle curve Pil dei paesi europei – pressoché identiche al ribasso, fatta eccezione, relativa eccezione, per la Germania – con le curve del Pil di Cina, India e Brasile, che insieme fanno la metà della popolazione mondiale, e si capirà che il futuro è già volato da un’altra parte. Ma attenzione, anche se il futuro volge il suo sguardo ad Oriente, siccome il mondo è oggi un villaggio globale, una cittadella in cui benessere e malessere prima o poi si travasano per vasi comunicanti, per osmosi o, almeno, per ineluttabile interdipendenza dei mercati, nemmeno l’Oriente potrebbe salvarci da un corto circuito economico, sociale e politico che avesse base in Occidente.

Dunque, è necessaria un po’ di lungaggine, riflessione, sguardo sull’altrove da casa Italia nelle ore e nei giorni cruciali in cui si capirà se la nostra è una casa o una tendopoli che si appresta ad essere spazzata via dai cicloni della congiuntura più drammatica che sia mai stata vissuta dalle generazioni del dopoguerra. È questo orizzonte vasto ciò che in queste ore e in questi giorni dovrebbero guardare e sfidare  gli uomini dei partiti italiani che tanto sono stati vilipesi (e in larga parte ingiustamente vilipesi) da una doxa mediatica e giudiziaria irresponsabile e ottusa. Perché se la politica fallisce, falliamo tutti. E dopo la politica non c’è il paradiso. Dopo la politica che è l’arte di mediare interessi, l’arte del compromesso, l’arte del fair play al posto della pura contrapposizione degli interessi, della esclusiva partigianeria e del conflitto fuori di metafora parlamentare, c’è solo la guerra, il dolore, la miseria. Non per qualcuno. Ma per tutto il popolo. Perciò, forza Monti, forza politica, forza uomini dei partiti.