Forte: «Per la Lombardia questa intesa sull’autonomia è solo l’inizio»

Di Pietro Piccinini
12 Settembre 2026
Intervista al consigliere di Fdi relatore della risoluzione appena approvata dal Consiglio regionale: «Finalmente lo Stato riconosce che esiste una pluralità di soggetti politici che “fanno la Repubblica”. Vantaggi per i cittadini soprattutto su risorse della sanità e previdenza complementare»
L’ingresso del Pirellone, sede del Consiglio regionale della Lombardia
Foto Depositphotos

Matteo Forte (Fratelli d’Italia) è stato relatore della risoluzione approvata giovedì 10 settembre con cui il Consiglio regionale della Lombardia ha dato mandato al presidente Attilio Fontana di firmare le intese tra Stato e Regione – secondo la cosiddetta riforma Calderoli – sull’attribuzione di ulteriori forme di autonomia in quattro ambiti: protezione civile, professioni, previdenza integrativa e gestione delle risorse finanziarie in materia sanitaria. «Un primo piccolo passo verso un rinnovamento istituzionale atteso da anni», ha detto Forte intervenendo nell’aula del Pirellone. Lo stesso governatore leghista, pur parlando di «risultato storico», lo ha definito «un primo tassello della ridefinizione dell’autonomia e del rapporto Stato-Regioni in Italia».

Consigliere Forte, perché queste sottolineature? Sembrano fatte per smorzare gli entusiasmi degli “autonomisti”.
Ma no, è che le cose vanno presentate per quel che sono, senza vendere illusioni. Rispetto alla ventina di materie che la Lombardia aveva inserito nella risoluzione del Consiglio del 2017, dopo il referendum regionale voluto da Roberto Maroni, oggi discutiamo di appena quattro “funzioni di materie”. Del resto è un limite imposto due anni fa dalla sentenza sulla legge Calderoli della Corte costituzionale, che ormai – lasciatemelo dire – agisce sempre più come attore politico, una specie di terza Camera del paese.

In che senso? Che cosa dice la Consulta in quella sentenza?
I giudici hanno sposato una particolare interpretazione – non certo l’unica possibile, aggiungerei – secondo la quale la legge sull’autonomia differenziata non permette allo Stato di devolvere materie o ambiti di materie, ma solo specifiche funzioni legislative o amministrative, appunto. Prendiamo la protezione civile: l’autonomia regionale, stando alla lettura che ha voluto dare la Corte costituzionale, non comporta che la competenza sull’intera materia possa passare alle Regioni, bensì che una Regione – come recitano, per esempio, le intese appena approvate dalla Lombardia – può, a fronte di un evento naturale particolarmente catastrofico, procedere “in deroga” alla norma nazionale, nominando un commissario e reclutando personale ad hoc, purché sia per uno specifico periodo di tempo molto limitato.

Matteo Forte
Il consigliere regionale lombardo Matteo Forte (foto da Facebook)

Parte dell’opposizione vi contesta che avreste potuto osare di più, visto che a Roma c’è un governo amico.
Certo, con il piccolo particolare che è stato l’intervento della Corte costituzionale a ridurre il perimetro e che, per poter osare di più in altri ambiti, occorre definire centralmente i famosi Lep, livelli essenziali di prestazioni. Che in via teorica esistono dalla riforma del Titolo V – correva l’anno 2000 – ma che nella pratica in molte materie nessuno ha mai definito, perché definirli è parecchio complicato. Comunque, almeno per quanto riguarda la sanità, la stessa sentenza della Consulta riconosce che i Lea, i livelli essenziali di assistenza, che sono già definiti, corrispondono ai Lep, motivo per cui in questo ambito grazie all’intesa possiamo ottenere uno spazio di autonomia ulteriore.

Quale spazio di autonomia?
Potranno essere superati alcuni vincoli sui fondi che la Lombardia già riceve dallo Stato (non si tratta quindi di entrate extra). Per esempio: se dovessero avanzare risorse destinate da Roma alla cura di una determinata patologia, ad oggi non potrebbero essere riallocate a livello regionale; grazie a queste intese, invece, la Lombardia potrà utilizzarle per assumere più personale, diminuire le liste d’attesa, fare fronte all’aumento della spesa farmaceutica, eccetera.

Benefici concreti per i cittadini lombardi ce ne sono, quindi.
Io ne vedo soprattutto nella sanità, per i motivi che ho detto. E poi nella previdenza complementare, perché grazie all’autonomia differenziata la Lombardia potrà attivare, insieme ai fondi privati già esistenti, una rete di protezione che ampli le coperture per tutta una serie di soggetti che oggi non sono adeguatamente coperti: innanzitutto i dipendenti della Regione, delle partecipate, degli enti pubblici locali, ma anche dipendenti delle Pmi, autonomi, lavoratori discontinui, eccetera. Parliamo di una platea che secondo le stime va da 643 mila a 1,3 milioni di lavoratori. Non pochi. Faccio presente che in Trentino, Regione a statuto speciale, la previdenza complementare copre il 70 per cento della forza lavoro; in Lombardia, a oggi, appena il 44 per cento. Un dato che si può sicuramente migliorare.

La risoluzione appena approvata conferisce al governatore anche il mandato di proseguire le trattative con lo Stato su ulteriori spazi di autonomia. Che intenzioni avete?
Nella citata risoluzione del 2017 la Lombardia chiedeva maggiore autonomia nei rapporti con l’Unione Europea, nella disciplina dei tributi regionali (federalismo fiscale), sull’ambiente, sull’istruzione… Tutte materie, però, per cui aspettiamo ancora che lo Stato definisca i Lep.

In aula ha voluto sottolineare come positivo il fatto che le intese sull’autonomia siano state costruite «sul modello delle confessioni religiose». In che senso?
Come nel 1984, quando fu rinnovato il Concordato, il governo italiano riconobbe che la religione cattolica non è la sola religione dello Stato, aprendo a una pluralità di espressioni, così la corretta interpretazione del regionalismo costituzionale deve ammettere che esiste una pluralità di soggetti politici che “fanno la Repubblica”. È proprio quello che è avvenuto nella definizione di queste intese. La Regione è di fatto un “contropotere” che ha tutto il diritto di promuovere, in certi ambiti, diversi modi di governare. Del resto perché le Regioni, che sono previste nella Carta dal 1948, furono istituite soltanto nel ’70? Perché i governi democristiani volevano evitare di creare un “contropotere” comunista in Emilia-Romagna, Lombardia, eccetera. È chiaro, insomma, che il tema è nella stessa Costituzione: l’autonomia non è soltanto amministrativa – e qui mi ricollego a quanto osservato a proposito della sentenza della Corte costituzionale – ma è proprio politica. Così come c’è un pluralismo confessionale, c’è anche un pluralismo politico-legislativo. Infatti le Regioni legiferano, non si limitano ad amministrare.

Ci sono state tensioni nella maggioranza nel giorno della votazione, in particolare tra Fratelli d’Italia e la Lega, il partito di Fontana, primo sponsor di tutta questa iniziativa per l’autonomia. Ci sono questioni di merito oppure – come dicono i giornali – c’erano conti da regolare per le nomine nella sanità regionale, o per le forzature sul fine vita?
L’autonomia differenziata non è in discussione. È una riforma del governo Meloni su cui siamo tutti d’accordo. Che poi all’interno della maggioranza ci siano malumori relativi ad altri problemi, questo, diciamo, è cronaca quotidiana.

L’iter delle intese tra Stato e Regione è stato già molto lungo. Che cosa manca adesso?
La firma del presidente Fontana. Dopo di che il Consiglio dei ministri dovrà produrre il disegno di legge da sottoporre alla ratifica del Parlamento. Non mi aspetto sorprese, vista anche l’accelerazione che la maggioranza si è imposta.

All’opposizione non piace questa autonomia. La rivendicava, invece, sul suicidio assistito. La proposta di legge regionale in materia, però, non è arrivata in aula perché la commissione guidata proprio da lei ha ritenuto che non toccasse alla Lombardia legiferare sul fine vita, ma allo Stato. Autonomisti a corrente alternata?
Sono proprio i promotori del suicidio assistito a dimostrarsi favorevoli all’autonomia “a piacimento”, finché fa loro comodo, anziché in punta di Costituzione. Il tema del fine vita tocca diritti fondamentali che sono di esclusiva competenza dello Stato, e che tali restano anche a fronte della riforma del Titolo V scritta dalla sinistra. Per quanto la proposta di legge regionale sul suicidio assistito riguardasse “solo” l’organizzazione del servizio sanitario, essa implicava comunque che la vita umana da diritto indisponibile diventasse un bene disponibile. Questo non possono certo sancirlo le singole Regioni. Posto che personalmente credo che neanche lo Stato possa decidere una cosa del genere.

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