Tentar (un giudizio) non nuoce

Perché sono favorevole a una legge sul suicidio assistito

Di Raffaele Cattaneo
12 Luglio 2025
Dopo le sentenze della Consulta, solo con una legge restrittiva penso che si possa impedire la diffusione di una cultura della morte
Senato
Tra una settimana potrebbe arrivare in Senato un testo sul suicidio assistito (foto Ansa)

«Devi esserci dentro per capire. Non poteva nemmeno piangere da sola, perché doveva chiedere a qualcuno di asciugarle le lacrime». Sono le parole, riportate dal Corriere della Sera del 10 luglio, di Nicoletta, la sorella di Serena, la prima lombarda che ha avuto accesso al suicidio medicalmente assistito con un farmaco fornito dal Servizio sanitario.

Ridare senso e contenuto alle parole

Descrivono il dramma umano che sta dietro queste vicende, di fronte al quale occorre innanzitutto grande rispetto e immensa pietà, nel senso della pietas cristiana: ovvero un debito di amore e di rispetto che si deve ancor più verso i congiunti; niente a che vedere con la degenerazione semantica con cui oggi usiamo un termine così importante, riducendolo a pietismo d’accatto.

E per stare di fronte a drammi così, occorre un’educazione alla pietà che il nostro popolo sembra avere smarrito. Occorre cioè ricominciare a dare senso e contenuto a parole come dignità, sofferenza e morte, per potervi stare di fronte in modo umano.

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Dico sì a una legge sul fine vita

È in questa prospettiva che voglio guardare alla proposta di legge sul fine vita, che dovrebbe approdare in aula al Senato il prossimo 17 luglio per una prima discussione. Anche se molto probabilmente, potrebbe slittare a dopo l’estate con la volontà di trovare un testo il più possibile condiviso.

Ma è opportuna una legge sul fine vita? Oppure, di fronte a questi fatti, bisognerebbe lasciare spazio solo alla coscienza privata e alla libertà del singolo, per evitare, come sostiene qualcuno, un’invasione di campo dello Stato su temi dai quali i poteri pubblici dovrebbero stare lontani?

Se in astratto posso comprendere le ragioni dei propugnatori di questa idea, concretamente, nel momento che stiamo vivendo in Italia, penso esattamente il contrario: una legge nazionale è necessaria, ed è assolutamente decisivo che sia fatta bene.

Il caos dopo l’intervento della Consulta

Serve una legge nazionale perché la situazione attuale è ingestibile e frammentaria per diversi motivi. Innanzitutto per le sentenze della Corte Costituzionale, che su questo argomento, dal 2019, si è pronunciata quattro volte, introducendo una depenalizzazione per chi assiste il suicida quando ricorrano quattro condizioni:

  1. la persona è affetta da una patologia irreversibile,
  2. fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che trova assolutamente intollerabili,
  3. è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale,
  4. è capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Un intervento che molti hanno scambiato per l’istituzione di un nuovo diritto, cosa che non compete alla Corte Costituzionale, bensì al Parlamento. Se è vero che il Parlamento non deve legiferare perché “tirato per la giacca” da altri organi istituzionali, è altrettanto vero che oggi si è creato uno scenario ingestibile.

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Il far west del fine vita

Le Regioni, infatti, stanno procedendo per conto proprio e in ordine sparso, per cui nelle regioni rosse di fatto il diritto al suicidio assistito è già stato surrettiziamente introdotto. In Toscana è stata approvata la legge proposta dall’Associazione Coscioni, e in Emilia-Romagna è bastata addirittura una delibera di Giunta per disciplinare le modalità con cui il sistema sanitario deve intervenire per erogare la prestazione – peraltro in tempi ben più rapidi di quelli con cui i cittadini si vedono erogare esami clinici o cure mediche, anche salvavita. Come se il compito del Servizio sanitario regionale fosse quello di erogare la morte, anziché curare e tutelare la vita.

Altre Regioni, come la Lombardia, non si sono pronunciate per incompetenza, riconoscendo che è solo il Parlamento nazionale ad avere la legittimazione per disciplinare una materia così delicata.

Inoltre, alcuni tribunali civili – come, ad esempio, quello di Trieste – sulla base di ricorsi degli interessati e di un’interpretazione estensiva delle sentenze della Corte Costituzionale, sono arrivati a condannare le strutture sanitarie regionali al pagamento di una sanzione (500 euro per ogni giorno di ritardo) per non aver erogato la prestazione.

Si è così generato un precedente sufficiente a intimorire ogni funzionario, dirigente o amministratore regionale che si dovesse assumere la responsabilità di interpretare la sentenza della Corte in modo differente, esponendosi al rischio di dover poi sostenere le spese conseguenti.

Diritto alla vita e cure palliative

Se dunque una legge nazionale, a mio parere, è assolutamente indispensabile e urgente, il testo base che sarà portato all’attenzione del Senato sulla base della proposta elaborata dalla maggioranza è condivisibile? Io credo di sì, e mi riconosco in questo testo di quattro articoli che, in sintesi, stabilisce:

  • nel primo articolo, l’esistenza di un diritto alla vita come diritto fondamentale che regge ogni altro diritto, e dunque l’insussistenza di qualsiasi forma di diritto alla morte e la nullità di qualunque atto che dovesse andare in quella direzione;
  • nel secondo, l’introduzione della depenalizzazione del reato nei casi già previsti dalla sentenza n.242/2019 della Corte Costituzionale, con una precisazione restrittiva là dove si parla di “trattamenti sostitutivi di funzioni vitali” e con la previsione che la persona sia “inserita nel percorso di cure palliative”;
  • nel terzo, il rafforzamento degli interventi a sostegno delle cure palliative e del loro potenziamento, con l’obiettivo di raggiungere il 90% della popolazione entro il 2028, ritenendole la via maestra per accompagnare in modo umano e con le adeguate competenze professionali chi vive questi drammi;
  • nel quarto, la disciplina della composizione e del funzionamento del Comitato nazionale per la valutazione della sussistenza dei requisiti richiesti, ma soprattutto la previsione esplicita che non possono essere impiegati personale, strumentazione e farmaci “di cui dispone a qualunque titolo il Servizio sanitario nazionale”, ribadendo così che il servizio sanitario ha il compito di curare, anche quando non può guarire, e non di somministrare la morte.

No alla cultura della morte

Diritto alla vita, non alla morte. Cure palliative come risposta corretta delle istituzioni. Depenalizzazione solo nei casi strettamente già indicati dalla Corte. Non utilizzabilità del Servizio sanitario nazionale per erogare le prestazioni connesse al suicidio assistito.

Mi sembrano quattro pilastri solidi su cui incardinare una norma che affermi il primato della vita e non diffonda una cultura della morte, propedeutica – come già avvenuto in tanti Paesi – a una deriva eutanasica così comoda, sbrigativa e poco costosa quanto inumana e pericolosa per il futuro di tutti.

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