Lettere al direttore
Meloni al Quirinale, perché no?
Caro direttore, non capisco dove sarebbe lo scandalo di un eventuale prossimo capo dello Stato di destra?
Carlo Serafetti
Infatti non ci sarebbe nessuno scandalo. Solo che, poiché la sinistra pensa alla magistratura, alla cultura e al Quirinale come “roba sua”, allora è uno scandalo anche solo ipotizzarlo. Sull’argomento, la invito a leggersi la godibile intervista apparsa ieri su Repubblica a Sabino Cassese il quale, interpellato da Concetto Vecchio sul pericolo di una Capo dello Stato “fascista”, dà alcune risposte definitive: «Non esiste un discrimine fascismo-antifascismo. Tutti i cittadini hanno eguali diritti, secondo l’articolo 3 della Costituzione». «Nella Costituzione italiana antifascista vige il principio delle libertà e dell’accesso alla carica di tutti i cittadini con i diritti civili e politici». «Giorgia Meloni al Colle? Per quattro anni è riuscita a governare il nostro paese. Mi sembra un grande successo, no?».
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Gentile direttore, riflettendo sulla mia esperienza come provita, dal referendum sulla 194 in poi, mi rendo conto di quanto sia cambiato nel tempo l’atteggiamento della stampa quotidiana. Se le parole di ferma condanna dell’aborto di Giovanni Paolo II avevano grande risonanza nei principali organi di stampa, in genere per essere criticate duramente da una prospettiva «progressista», con il passare del tempo le parole che giungono dal papa su questi temi hanno un po’ alla volta smesso di fare notizia, fino ad essere trascurate dalle principali fonti di informazione. La risonanza di ciò che oggi dice Papa Leone, che recentemente ha fatto più di un intervento su temi bioetici, ribadendo l’insegnamento della Chiesa, è modesta, in genere limitata a fonti di informazione cattoliche.
Non credo che esista una «congiura del silenzio» orchestrata da qualcuno, credo che nella sensibilità di chi sceglie le notizie da proporre ai lettori il fatto che il papa e la Chiesa siano contrari all’aborto, all’eutanasia, sia ormai una non-notizia, qualcosa che si sa ma che non ha più alcuna rilevanza. Questo secondo me pone un problema alla Chiesa, dal momento che l’insegnamento dei papi e dei vescovi ha come primo obiettivo non tanto partecipare al dibattito pubblico, quanto formare le coscienze dei cristiani che, come molte indagini sociologiche dimostrano, su questi temi morali troppo spesso dissentono dall’insegnamento della Chiesa. In assenza del canale mediatico, che una volta teneva desta l’attenzione dei cattolici, magari disturbando un po’ quelli più «accomodanti», quanto delle parole del Papa arriva ai fedeli? Quanto la predicazione e la catechesi nelle parrocchie riporta fedelmente tutta l’insegnamento che il Papa rivolge ai cristiani? E come raggiungere i cattolici che alla messa ci vanno solo per alcune feste comandate? Credo che il possesso di mezzi di comunicazione «orientati», di sale stampa non sia più sufficiente per annunciare il vangelo della vita e della famiglia.
Benedetto Rocchi
Gentile Benedetto, lei ha ragione, ma questa condizione di minoranza non deve far desistere dal “dire”, dallo spiegare e dall’argomentare le nostre ragioni. Questo “dire” risulta sempre più efficace quando è accompagnato da qualche esempio positivo (e ne esistono ancora tanti, per fortuna). La storia del popolo che affrontò il disastro della diossina a Seveso, raccontata da Pietro Piccinini su Tempi è, da molti punti di vista, ricchissima di indicazioni.
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