“Lista della morte”, nuovo caso in Inghilterra. Muore anziana di 83 anni

Ricoverata per un’infezione alle vie urinarie, non in pericolo di vita, le è stato applicato il mortifero protocollo. Ma ora anche il governo è costretto a intervenire

Ancora una volta si torna a discutere del Liverpool care pathway, il protocollo di fine-vita applicato in molti ospedali inglesi. Si tratta di una procedura con la quale i medici valutano l’aspettativa di vita del paziente e, in base a quella, proseguono con la sospensione di medicine, alimentazione e idratazione. Un criterio ritenuto dagli esperti non troppo affidabile. Per questo il Lcp non ha ancora ottenuto il cosiddetto “gold standard”, un termine usato in medicina per indicare l’esame diagnostico più accurato per accertare lo stato di salute. E il governo cerca di correre ai ripari.

DENUNCE SU DENUNCE. Mentre i mesi passano, si moltiplicano le denunce di parenti che dichiarano che sono stati avvisati troppo tardi, che non erano al corrente che il loro caro fosse stato messo sulla “death list”, che non sapevano che sarebbe morto entro poche ore.
L’ultimo caso di cronaca su cui sta investigando la polizia riguarda una anziana di 83 anni, Jean Tulloch, morta lo scorso marzo nel Western General Hospital di Edinburgo. La donna è stata ricoverata in ospedale per un’infezione alle vie urinarie, niente di particolarmente complesso o a rischio vita. Come succede spesso in queste storie di malasanità inglese, suo figlio Peter è arrivato in ospedale e ha notato che era stata rimossa la flebo con nutrimenti e idratazione. Dopo aver chiesto spiegazioni al medico curante, gli è stato risposto che si trattava dell’applicazione del Lcp. Dopo 30 ore in queste condizioni, sua madre è morta.

GOLD STANDARD. Quindi, subissato di proteste di centinaia di famiglie, il ministro della Salute, Jeremy Hunt, ha ordinato un’indagine completa sugli ospedali che seguono il Lcp. Si legge tra i motivi del bisogno di questo nuovo rapporto: «Negli altri 21 stati in cui viene adottato il Lcp ha ottenuto il gold standard. Ma in realtà ci sono scarse prove che sia dichiarabile con certezza quanto resta da vivere al paziente. Per questo le raccomandazioni per l’uso di percorsi di fine vita in cura per il morente non può essere effettuata al momento attuale. Sono necessari studi clinici randomizzati o altri studi ben progettati per ottenere ulteriori evidenze circa la sua efficacia».