Quella dell’Europa è una tragedia ridicola

Di Rodolfo Casadei
10 Dicembre 2025
La National Security Strategy ci dice che gli Stati Uniti ci tagliano fuori dal rapporto con Russia e Medio Oriente. Ci sono motivi ideologici, ma soprattutto nuda volontà di potenza. Per gli Usa è meglio trattare con 27 paesi separati che con una monolitica Unione Europea
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Bruxelles, Belgio, 5 dicembre 2025 (Ansa)
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Bruxelles, Belgio, 5 dicembre 2025 (Ansa)

Domenica sera Rai Storia ha trasmesso un film di Bernardo Bertolucci con Ugo Tognazzi e una giovanissima Laura Morante: La tragedia di un uomo ridicolo. Si potrebbe parafrasarlo per descrivere la condizione dell’Europa dopo la pubblicazione della prima National Security Strategy del secondo mandato di Donald Trump: la tragedia di un continente ridicolo. Ridicolo esattamente come il personaggio interpretato da Tognazzi, e cioè non per stupidità o demeriti intrinseci, ma perché vittima della storia, della lotta politica e delle complicità fra gli altri personaggi del racconto.

L’Europa è uscita con le ossa rotte dalla Seconda Guerra mondiale, spartita fra le due potenze che erano entrate nel conflitto due anni dopo il suo inizio: Unione Sovietica e Stati Uniti. La parte occidentale del continente ha avuto la fortuna di vivere una condizione di subalternità agli interessi atlantici che le ha permesso di sviluppare istituzioni più libere e un’economia più efficiente di quelle della parte orientale. Ha potuto pure dare vita a un esperimento di progressiva integrazione fra stati sovrani senza precedenti storici sia per gli aspetti positivi che per quelli problematici, in quanto tale esperimento era nell’interesse della potenza tutelare americana: si trattava di evitare una rinascita della rivalità franco-tedesca e di prevenire attraverso la crescita economica rivoluzioni di stampo comunista (e perciò filo-sovietico).

Ma era nell’interesse americano anche che l’Europa non diventasse un soggetto strategico autonomo, e gli europei si sono lasciati convincere che la soluzione migliore per la loro difesa era la Nato, un’alleanza politico-militare egemonizzata dagli Stati Uniti (che da soli spendevano per armamenti più di tutti gli altri paesi del mondo sommati insieme e giunsero ad avere 260 basi militari nei paesi europei, contro zero dei paesi europei negli Stati Uniti) che doveva proteggerli dalla minaccia sovietica.

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Prima la Nato poi la Ue

Finita la Guerra fredda col tracollo del sistema comunista nell’Est europeo, il buon Mikhail Gorbaciov, l’uomo della glasnost e della perestrojka, premio Nobel per la pace, propose lo scioglimento delle rispettive alleanze militari in Europa (Nato e Patto di Varsavia) e la delega di tutte le questioni della sicurezza del continente all’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, prodotto degli accordi di Helsinki del 1975 (passando per la Csce). La Nato rispose picche, e l’Europa partecipò con entusiasmo all’allargamento a Est dell’alleanza, trasformando di fatto l’ingresso nel patto atlantico in un prerequisito per l’adesione all’Unione Europea: tutti i paesi che sono diventati membri della Ue a partire dal 2004 (e sono dieci) prima sono entrati a far parte della Nato.

L’entusiasmo cominciò a venire meno quando la Nato deliberò (aprile 2008) che anche Ucraina e Georgia sarebbero divenute membri dell’organizzazione. Francia e Germania obiettarono, memori del minaccioso discorso di Putin a Monaco un anno prima, timorose della prevedibile reazione russa. E rimasero scettiche circa la promessa di adesione fatta a Ucraina e Georgia per tutto il quindicennio successivo, fino all’attacco russo a Kiev del febbraio 2022. Mentre durante tutto quel periodo i presidenti ucraini incontravano i presidenti americani che rinnovavano loro la promessa (l’ultima volta avvenne nel novembre 2021, incontro Biden-Zelensky a Washington). Dopo l’invasione dell’Ucraina gli europei hanno accolto con sollievo l’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato, e hanno cominciato a guardare alla potenziale adesione di Ucraina e Georgia in una luce diversa.

Donald Trump e Vladimir Putin si stringono la mano all'arrivo ad Anchorage, in Alaska, per il vertice sull'Ucraina
Donald Trump e Vladimir Putin si stringono la mano all’arrivo ad Anchorage, in Alaska, per il vertice sull’Ucraina (foto Ansa)

Il partner russo

E dopo tutta questa storia, cosa leggiamo a pagina 27 della National Security Strategy, novembre 2025, nel capitolo dedicato alla strategia Usa nei riguardi dell’Europa?

«La nostra politica generale per l’Europa dovrebbe dare priorità (…) al porre fine alla percezione, e impedire la realtà, della Nato come un’alleanza in continua espansione».

Che potremmo tradurre così: per più di trent’anni vi abbiamo convinto ad agire contro i vostri interessi, dando la priorità all’allargamento a Est della Nato anziché alla creazione di istituzioni multilaterali che sviluppassero il partenariato fra Ue e Federazione Russa, perché la nascita di un’entità euroasiatica da Lisbona a Vladivostok avrebbe messo in discussione l’egemonia globale degli Usa; siamo riusciti talmente nei nostri intenti che la Russia è transitata dal benevolo Gorbaciov al crudele Putin. Adesso che abbiamo reso impossibile qualunque convergenza fra Russia e Ue per almeno cento anni, per favore fatevi da parte: quello che oggi ci interessa è la «stabilità strategica con la Russia» (citata tre volte nel capitolo sull’Europa).

Cioè gli Usa hanno impedito all’Europa di sviluppare un partenariato strategico con la Russia dopo la fine della Guerra fredda, e adesso quel partenariato strategico con Mosca se lo accaparrano loro in esclusiva, e a noi lasciano l’Ucraina in rovina da ricostruire e da custodire!

Gli Usa e il Medio Oriente

Non è questa l’unica beffa riservata agli europei dal documento. Con loro ci si prende la libertà del doppio standard. I paesi del Medio Oriente vengono esentati dagli standard etico-politici occidentali; al loro riguardo si dichiara che bisogna

«abbandonare l’esperimento maldestro dell’America di costringere queste nazioni – in particolare le monarchie del Golfo – a rinunciare alle loro tradizioni e alle loro forme storiche di governo.(…) La chiave per relazioni di successo con il Medio Oriente è accettare la regione, i suoi leader e le sue nazioni così come sono, lavorando insieme su aree di interesse comune».

Invece per l’Europa vale esattamente il contrario:

«(…) questo declino economico (dell’Europa – ndt) è eclissato dalla prospettiva reale e più cruda della cancellazione della sua civiltà. I problemi più ampi che l’Europa si trova ad affrontare includono le attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi. (…) Vogliamo che l’Europa rimanga europea, che riacquisti l’autostima della propria civiltà e che abbandoni la sua fallimentare dedizione al soffocamento normativo».

A quest’ultimo fine Washington si schiera apertamente dalla parte delle forze politiche sovraniste:

«La crescente influenza dei partiti europei patriottici è motivo di grande ottimismo. (…) La nostra politica generale per l’Europa dovrebbe dare priorità (…) al coltivare la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa all’interno delle nazioni europee».

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Una guerra per gli Stati Uniti d’Europa

Attribuire motivazioni principalmente ideologiche all’opzione trumpiana favorevole a un’Europa di nazioni sovrane e ostile all’Unione Europea sarebbe però miope. Gli interessi strategici dei soggetti internazionali vengono sempre presentati avvolti in luccicanti involucri ideologici, ma in realtà consistono ultimamente nella nuda volontà di potenza. Molto semplicemente, per gli Stati Uniti è meglio trattare con 27 paesi separati che con una monolitica Unione Europea: il presidente dell’”art of the deal” lo sa meglio di tutti.

Su questo punto russi, cinesi e mezzo mondo sono d’accordo con lui: ben pochi sentono il bisogno di un’altra superpotenza con cui fare i conti sulla scena internazionale. Che il fantasticato superstato europeo venga presentato dai suoi fautori come una potenza benigna, un attore pacifico e fautore del diritto internazionale cambia poco. Non c’è bisogno di avere letto Mearsheimer o Morgenthau o qualsiasi altro teorico del realismo delle relazioni internazionali: a questo mondo tutti sanno, per esperienza, che le superpotenze agiscono da superpotenze, cioè con aggressività e innata vocazione all’ampliamento della propria sfera di influenza.

Unione Europea o Stati Uniti d’Europa

La retorica varia: difesa dei valori tradizionali, progressismo liberale, rivincita del Sud del mondo, primato del diritto e dei diritti (sarebbe questa la new entry europea). Ma la realtà è la stessa per tutti: competono per l’egemonia. Per il superstato europeo non sarebbe diverso. Con l’aggravante che per diventare realtà dovrebbe imboccare la strada bismarckiana o cavouriana di una guerra costituente: mandare le truppe dei 27 sui campi di battaglia del Donbass mentre gli esausti ucraini tirano il fiato e gli americani si defilano. Ma allora il culmine del processo di integrazione europea coinciderebbe con la negazione di fatto delle ragioni che lo hanno ispirato ottant’anni fa: nata per prevenire future guerre fra stati europei, l’Unione Europea si trasformerebbe in Stati Uniti d’Europa attraverso quello che prevedibilmente sarebbe il conflitto più sanguinoso di tutti i tempi, con probabile utilizzo di armi di distruzione di massa.

Pluralità di Stati sovrani

Da cui una paradossale conclusione: mentre nel secolo scorso a precipitare le due grandi guerre sono stati gli squilibri fra i grandi stati europei del tempo, che non sarebbero esistiti se il continente si fosse trovato sotto un potere imperiale, nel nostro secolo gli interessi della pace in Europa sarebbero meglio serviti dal pluralismo degli stati che dalla loro unificazione nel superstato europeo, perché questa passa necessariamente attraverso una guerra costituente.

L’interessato auspicio di Trump, Vance e Musk, che incoraggiano gli europei a restare divisi e a non rinunciare alle sovranità nazionali dietro la speciosa giustificazione che questo rianimerebbe la “grandezza europea” di contro ai rischi di un collasso di civiltà, finisce per essere un buon consiglio al di là delle nascoste intenzioni: la pace e quindi la conservazione in vita dell’Europa è molto più probabile se resta l’attuale pluralità di stati sovrani, che procedono coi necessari compromessi di chi non è troppo potente, che non se la Ue si lancia nel conflitto russo-ucraino vedendo in esso il catalizzatore della propria unificazione. Un altro paradosso, che conferma l’ossimoro iniziale: quella dell’Europa è una tragedia ridicola.

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