Esiste ancora una scuola libera e cattolica?

Rilanciamo l’idea di un anno di sperimentazione dell’autonomia, risoluzione del problema del titolo abilitante, eliminazione del valore legale del titolo di studio

Il grande don Villa pone tre questioni formidabili, individua tre punti strategici agendo sui quali, mercé anche il trambusto del Covid, si potrebbe fare della scuola italiana un luogo di libertà. Un anno di sperimentazione dell’autonomia, risoluzione del problema del titolo abilitante, eliminazione del valore legale del titolo di studio: tre mosse per un programma liberale (e Dio sa quanto ci sarebbe bisogno di libertà nella scuola, e quanto la scuola sia strategica per la rianimazione post – Covid di un paese agonizzante), che riscuotono adesioni convinte da parte di autorevoli personaggi politici.

Ma leggiamolo bene il fondatore della scuola post – terremoto di Tarcento:

«Era un “segno del tempo” facile da cogliere perché il cristiano da sempre, direi per natura, sa bene come si fa la scuola e avrebbe potuto almeno suggerire una decisione straordinaria: un anno di sperimentazione della autonomia! Fosse stata anche solo una provocazione avrebbe riacceso una questione grossa, avviandola su binari corretti. Sarebbe bastato, semplicemente e finalmente, dare dimostrazione di fiducia alle singole realtà scolastiche rendendole libere e responsabili nella gestione della attività per la durata imprevedibile della pandemia. Non sarebbe stato un pilatesco “arrangiatevi”, anzi sarebbe stato il primo e vero passo in applicazione della legge 10/3/2000 numero 62 dopo vent’anni di vergognoso oblio, ponendo come unica condizione una puntuale relazione circa i metodi usati, le criticità affrontate e le soluzioni adottate».

Il problema più grande non è la conclamata e ormai quasi secolare sordità delle istituzioni repubblicane della scuola. Quello ormai è un elemento fisso del paesaggio. Non è nemmeno più la ripetitività della strategia di approccio a questi e ad altri problemi che strangolano la scuola italiana (non quella paritaria, proprio tutta la scuola…) che i grandi player dell’educazione cattolica e libera adottano da ormai quasi un secolo.

No. Il problema è radicale: «Il cristiano da sempre, direi per natura, sa bene come si fa la scuola e avrebbe potuto…». Avrebbe potuto. E poi ancora, come rintocchi di una campana sempre più lontana, “fosse stata..”, “sarebbe bastato…”

Perché tutto questo non è accaduto, nonostante «il cristiano da sempre, direi per natura, sa bene come si fa la scuola»? Perché non è accaduto, se non come gesto di alcuni singoli, genitori, docenti, presidi (e gli studenti? Dove sono in tutto questo gli studenti?). A volte addirittura come gesto nascosto, come scelta di stare davanti alla buriana del Covid con una dignità personale e un desiderio di bene per la scuola, i ragazzi, i colleghi senza darlo a vedere. Un desiderio nobile. Azioni buone, che spero di aver compiuto anch’io in questi mesi, e delle quali non sono capace di giudicare gli esiti ultimi. Ma desideri e azioni private.

Quello che non è accaduto è il sorgere di una richiesta pubblica di autonomia (in cui le azioni buone e i desideri nobili avrebbero trovato una casa non clandestina), il porsi (e l’opporsi, che sono la stessa cosa, come insegnavano Maritain, Lazzati e don Giussani…) di uno sguardo alternativo alle circolari a rotelle e alle ordonnances multicolori. Di uno sguardo cristiano, quello sguardo che «da sempre, direi per natura, sa bene come si fa la scuola».

La domanda a cui ho paura a rispondermi è: “Perché non è accaduto? Perché non sono più capace, non siamo più capaci di riconoscere per natura, per istinto ed esperienza come si fa la scuola? E quindi di porre, con forza ed efficacia, l’inizio di un cambiamento che è precisamente la nostra responsabilità storica, oltre che la necessità direi vitale del nostro Paese?”. Questo è esattamente il punto.

Il problema è radicale perché chiede se la scuola libera e cattolica in Italia esiste ancora. Non come nobile o prestigiosa istituzione, ma in quanto soggetto sociale autonomo, vivo e capace di immaginarsi, costruirsi e viversi a partire non dalla omologazione (per quanto mediamente di qualità) ai parametri della scuola di Stato (siano essi ministeriali o di “mercato”, come le classifiche delle scuole più “performanti”, città per città e regione per regione…) ma da uno sguardo originale che tende a coincidere concretamente con lo sguardo di Cristo sulla realtà (come dice Romano Guardini).

Un soggetto sociale vivo e “comunionale”, o meglio molte scuole vive e comunionali, autonome e innervate in uno sguardo che non è solo etica o valori, ma prima di tutto cultura/carità/missione sono necessarie perché tutta la scuola si liberi e il Paese si svegli dal coma. Cosa significa esserlo, concretamente, costruendo una scuola? Noi lo siamo ancora? (Non assolviamoci facilmente: i tempi sono troppo duri per l’autoindulgenza…). E come è possibile ritornare ad esserlo? Cosa comporta nel profondo delle motivazioni e nel concreto dello scelte, oggi, essere una scuola libera e cattolica?

Questo è il problema. Le riforme, per quanto essenziali, si fanno se esiste un soggetto vivo. Altrimenti è solo il potere che trasforma se stesso.

Foto Ansa