«L’esercito italiano rischia il default. Non abbiamo nemmeno la benzina per far volare gli aerei»

Gianandrea Gaiani, direttore di AnalisiDifesa, spiega perché Mario Mauro fa bene ad allarmarsi sullo stato finanziario delle Forze armate italiane

«Quello che ha detto ieri Mario Mauro è vero: le Forze armate italiane rischiano il default funzionale». Così a tempi.it, Gianandrea Gaiani, direttore di AnalisiDifesa, commenta l’allarme lanciato dal ministro della Difesa sul probabile futuro del nostro esercito. «Tutta l’Europa sta tagliando sulla spesa militare? Francia e Germania, paesi che dissipano denaro pubblico meno di noi, spendono fra i 30 e i 33 miliardi di euro per la Difesa, circa il doppio dell’Italia con i suoi 14 miliardi e mezzo».

Qual è il risvolto più grave dei pochi mezzi finanziari a disposizione delle Forze armate italiane?
Il problema maggiore non è tanto la dotazione di strumenti all’avanguardia, come gli aerei americani F35, che avremmo dovuto risparmiarci (a favore dell’acquisizione di Eurofighter, progettati dai paesi europei, fra cui l’Italia), ma la capacità operativa del nostro esercito. Il 70 per cento della spesa militare va in stipendi, infatti, e del 30 per cento rimanente soltanto una misera parte viene utilizzata per l’uso e il mantenimento dei mezzi a nostra disposizione e per l’addestramento militare.

Il ministro della Difesa ha dichiarato che i tagli alla spesa rischiano di compromettere la “prontezza” delle Forze armate. Cosa significa?
Banalmente vuol dire non essere in grado di difendersi militarmente. L’Italia tiene in porto le navi militari. Non abbiamo nemmeno la benzina per far volare gli aerei, che rimangono chiusi negli hangar. I nostri reggimenti si addestrano sempre più sulla forza fisica e hanno ridotto all’osso le esercitazioni al combattimento. Non avendo soldi per l’uso, la manutenzione, l’addestramento, la nostra difesa è compromessa. Solo i reggimenti destinati alle missioni estere hanno un budget che consente loro di esercitarsi adeguatamente. Ma possono mantenere una certa capacità operativa solo grazie ai fondi per le missioni estere, approvati di anno in anno in Parlamento, che non fanno parte del normale budget militare.

Con gli F35, lo Stato italiano sembra aver dimostrato di avere i soldi per comprare nuovi mezzi militari ma non per tenerli in funzione.
È una contraddizione che fa luce non solo sulla pochezza dei soldi pubblici destinati alle forze militari, ma anche sul loro uso sbilanciato, o addirittura sbagliato. Faccio un esempio sugli F35: è come comprarsi con un mutuo una Ferrari di cui non hai bisogno, e poi non avere i soldi per il bollo, l’assicurazione eccetera. La tieni in garage e non puoi usarla. Nei prossimi anni ci troveremo nuovi sistemi d’armi, senza soldi per la manutenzione e per l’uso.

Cosa comporta questo?
Certamente non un risparmio. Se si va sotto lo standard, le prestazioni dei militari non si stabilizzano, regrediscono, e perciò bisognerà recuperare tutti gli anni perduti. Allo stesso modo, è uno spreco di soldi non pagare i costi di manutenzione degli strumenti militari, dotarsi di equipaggi che poi non sono utilizzabili.

Siamo in un periodo di crisi economica. Non è ragionevole tagliare sulle spese militari?
Siamo anche in un periodo di crisi nel Mediterraneo. Dobbiamo far fronte a una situazione strategica infuocata. Libia, Egitto, Siria sono in fiamme. Non è molto saggio, anche economicamente, tagliare le spese militari con Al Qaeda alle porte. Inoltre, uno dei sistemi più antichi per far ripartire l’economia è quello delle “commesse interne”. Si può investire (si deve fare comunque) per riportare vicino allo standard europeo il bilancio per le Forze armate italiane, e ciò porterebbe oltre alla sicurezza nazionale nuovi posti di lavoro. Ma anche qui c’è un grave problema: non può deciderlo da solo un paese a sovranità limitata, obbligato a rispettare il tetto sul deficit imposto dall’Unione Europea.