A Er Pelliccia gli hanno ritirato la patente

Povero Er Pelliccia, il giorno dopo gli hanno pure ritirato la patente di indignato. Troppo impresentabile Fabrizio Filippi per simboleggiare la pura protesta, con quei pantaloni abbassati fin sotto l’elastico delle braghe, il tattoo sulla pancetta e quel ridicolo nomignolo da sfasciavetrine de Cesaroni de noantri.

Povero Er Pelliccia, il giorno dopo gli hanno pure ritirato la patente di indignato. Troppo impresentabile Fabrizio Filippi per simboleggiare la pura protesta, con quei pantaloni abbassati fin sotto l’elastico delle braghe, il tattoo sulla pancetta e quel ridicolo nomignolo da sfasciavetrine de Cesaroni de noantri. D’altronde, nessuna sorpresa: siamo il paese in cui Antonio Di Pietro aderisce ai contenuti della manifestazione (il giorno prima) e invoca la legge Reale (il giorno dopo), senza sentire la benché minima urgenza di coerenza logica.

Non appena ci si è resi conto che l’indignazione di Er Pelliccia non era abbastanza trendy, si è cominciato a ridicolizzarlo. Er Pelliccia si fa le canne, Er Pelliccia frequenta un’università telematica ma non fa esami, Er Pelliccia chatta sui siti giusti in cerca di qualche tipa. Non cita Herman Hesse, ma scrive cose tipo «la merda più la giri più puzza», non è un patito dei film di Ermanno Olmi ma ama pellicole più banali come Paura e delirio alla Svegas (il refuso è suo) e nel pantheon della sua bacheca Facebook mette miti come Jack the Ripper e il mostro di Firenze e pensatori come Rocco Siffredi e Cicciolina. Così quel Bertoldo der Pelliccia è stato sistemato, canzonato e deriso da quegli stessi che, fino al dì precedente, hanno gonfiato il palloncino delle sue idee e il giorno dopo l’hanno scoppiato per suscitare l’ilarità del pubblico in sala.

Ma Er Pelliccia non è l’unico ad essere confuso. A essere confusi sono anche tutti quei ragazzi che non tirano gli estintori ma che girano con l’indignazione in tasca. Sono Er Pelliccia anche loro, anche se sotto braccio hanno il Manifesto anziché l’estintore. Chiedono di nazionalizzare le banche, di abolire i fondi d’investimento, urlano «il debito non lo paghiamo noi» ritenendo che quel debito non abbia nulla a che fare con l’Ipod che hanno in tasca e la villetta di papà al mare. Vivono nel mondo della semplificazione dei tweet, non chiedono più libertà d’avventura e d’impresa ma la settimana corta e la baby pensione. Non sono ragazzi con le idee chiare e i modi un po’ scomposti. Sono ragazzi senza idee, con l’aggravante di essere vecchi a vent’anni. Come ha detto Fabrizio Rondolino a tempi.it, «i manifestanti non violenti sono dei “bamboccioni”. Sono ragazzi che protestano non perché vogliono cambiare il sistema, ma solo per rivendicare la loro porzione di sistema. Vogliono pensioni, sovvenzioni, contratti a vita e tutto quel welfare che hanno avuto i loro genitori. Nessuno, ad esempio, chiede l’abolizione degli ordini professionali, nessuno rivendica il proprio merito dicendo che può farcela: è una posizione conservatrice».

Il dramma è che di questi bamboccioni – della loro vita, della loro educazione, del loro, scusate la parola, destino – non importa nulla a nessuno. Sono bersagli per la propaganda di destra e manichini per i secondi fini della sinistra. Er Pelliccia è solo il nome dell’ultimo di cui non ci siamo occupati.