Il documento sinodale spiegato oltre le bandierine ideologiche Lgbtq+

Di Piero Vietti
29 Ottobre 2025
Monsignor Giovanni Paccosi spiega a Tempi origine, forzature e scopo delle indicazioni ai vescovi votate sabato scorso: «C’è chi voleva che emergesse un determinato messaggio, ma l’orizzonte è più ampio. Stiamo attenti alla tentazione dell’assemblearismo»
Papa Leone XIV, di spalle, incontra i nuovi vescovi ordinati nell'anno e i vescovi di missione, l'11 settembre 2025
Papa Leone XIV, di spalle, incontra i nuovi vescovi ordinati nell'anno e i vescovi di missione, l'11 settembre 2025 (foto Ansa)

«La Chiesa italiana apre alle coppie omosessuali, sostiene i Gay Pride e chiede di dare più spazio alle donne». In estrema sintesi sono state queste le parole usate dai principali media per descrivere il centro del documento che sabato scorso l’Assemblea del Sinodo della Chiesa in Italia ha approvato, dopo quasi cinque anni di discussioni, dibattiti, riflessioni e confronto: 72 pagine fitte fitte, divise in tre parti e 124 proposizioni che toccano i temi più disparati e servono a dare suggerimenti alle diocesi su come proseguire la propria missione.

Nelle ore successive ai lanci d’agenzia è iniziato il solito balletto di precisazioni e smentite, a chi spiegava che nel documento non si parla di Gay Pride e che non c’è nessuna novità rispondeva chi sostiene che adesso «la Chiesa di Leone restituisce dignità ai gay».

Monsignor Giovanni Paccosi, vescovo di San Miniato, ha scritto un breve articolo domenica sul blog In Terris commentando il documento e le reazioni ad esso: «Ho sentito in più punti la forzatura di far diventare richiesta di tutti ciò che era solo di pochi e la difficoltà di chi doveva votare, senza ormai poter più far distinzioni, articoli in cui c’erano, tutte insieme, proposte non omogenee e – è una mia valutazione – tendenziose», ha scritto. «Sul punto controverso dell’accoglienza delle persone omosessuali, per esempio, si aggiunge all’accoglienza auspicata il “riconoscimento”. Ma “riconoscere” non è sinonimo di “accogliere”: ho ascoltato io, come tanti con me, papa Francesco affermare che la Chiesa accoglie tutti, ma non accetta che si portino “bandiere”, altrimenti si scade in una rivendicazione ideologica». Tempi lo ha raggiunto per un commento al documento sinodale e per approfondire il suo intervento scritto.

monsignor Giovanni Paccosi, vescovo di San Miniato
Monsignor Giovanni Paccosi, vescovo di San Miniato

Monsignor Paccosi, può spiegare in breve in cosa consiste il documento votato sabato dall’Assemblea sinodale? A leggere i media sembra si occupi principalmente di Lgbtq+, ma non è proprio così. 

Il documento che abbiamo approvato viene da un cammino lungo quasi cinque anni, suddiviso in tre fasi: la fase narrativa, durata due anni, in cui si sono raccolte quelle che sembravano le emergenze principali del cambiamento verso uno stile più missionario e verso una maggiore capacità di vicinanza e di comunicazione della fede nella Chiesa italiana. La fase sapienziale, in cui a partire da quanto emerso dall’ascolto si doveva cominciare a indicare le linee concrete di cambiamento di alcuni aspetti della vita della Chiesa. E la fase profetica, nella quale si sono riscontrate alcune problematiche metodologiche, durante la quale si dovevano fare delle scelte. Il documento nasce come riassunto da consegnare ai vescovi, perché traducano queste indicazioni in scelte concrete. Nell’ultimo passaggio, quello dell’Assemblea, che doveva votare i punti fondamentali di cambiamento c’è stata una impasse, perché le proposizioni in cui si era riassunto tutto il contenuto del cammino precedente sono sembrate inadeguate. E poi perché – e questa è una mia interpretazione – il ruolo degli esperti, chiamati dalla seconda fase in poi, è diventato preponderante. Questo ha portato a un documento finale che sembra voler prendere decisioni immediate su aspetti che non sono tutta la vita della Chiesa italiana. I temi fondamentali del documento sono la necessità di rimettersi in una dimensione di missione che abbia lo stile della prossimità, la necessità di un cambiamento nel modo di formare i cristiani, sia nella formazione iniziale sia nella formazione permanente – e qui è emersa molto l’importanza dei gruppi, delle comunità, della preghiera, cioè della vita cristiana come comunità, perché non ci si forma se non nell’esperienza viva della comunità. L’altro grande tema su cui si chiede un cambiamento è quello della gestione delle strutture, sia le strutture di partecipazione che le strutture materiali, di cui la Chiesa in Italia è anche troppo ricca e che costituiscono a volte un peso, soprattutto nelle situazioni in cui ci sono parroci che hanno tre o quattro parrocchie da gestire e comunità che si riducono perché c’è meno frequenza e perché tante parti d’Italia si spopolano. Il cammino sinodale non finisce adesso. Quello che è emerso nel documento finale è stata un’accentuazione esagerata di alcuni aspetti che sapevamo già che la stampa avrebbe ripreso, e che forse potevano essere espressi in un modo meno provocatorio. E c’è chi voleva che venissero espressi proprio in quel modo.

Al di là delle interpretazioni forzate circolate su agenzie e social, però, il documento contiene espressioni “ambigue”, come ha sottolineato anche lei nella sua riflessione. Perché non si riesce a trovare un giudizio unitario e chiaro, che dica “sì sì, no no”?

L’ambiguità non è dovuta a un’incapacità di comprendere, ma a un voler tenere insieme tutti, anche posizioni effettivamente molto polarizzate, e questo ha portato a delle proposizioni in cui si dicono cose molto diverse e che però dovevamo votare tutte insieme. La maggior parte dei delegati presenti non voleva certo andare contro un cammino durato cinque anni e ha accettato di lasciare anche cose ambigue: alcuni di loro perché pensano che queste siano davvero le urgenze della Chiesa italiana, ma molti, credo, perché sono dentro un orizzonte più grande in cui anche queste cose saranno ricomprese e vissute con pazienza. È un documento che non ha aspetti di imposizione nella formulazione: dà indicazioni che vengono dall’Assemblea. Un’Assemblea in cui c’è stata la volontà da parte di alcuni di non perdere neanche le posizioni minoritarie: molte cose che ci sono nel documento sono frutto di posizioni minoritarie. Però non si è voluto lasciare indietro niente. Questo ha portato a un documento che vuole essere esaustivo di tutti i temi, includendo alcuni aspetti di ambiguità, e ha portato anche, secondo me, a perdere una vivezza di esperienza. La cosa che ho visto di più è stata la gioia di sperimentare nell’ascolto reciproco, nel metodo della conversazione spirituale, che era quello proposto per gli incontri sinodali. La gioia di riconoscere che nell’ascolto viene fuori qualcosa di più grande di quello che ognuno porta. La sottolineatura del valore della vita comunitaria e dell’esperienza comunitaria in tutti gli aspetti della vita cristiana non si perde. È vero, è stato difficile arrivare a una vera sintesi e sottolineare le cose che sono più fondamentali, ma questo forse sarà anche il compito di noi vescovi.

⁠Leggendo il documento e in particolare i punti sui quali si sta concentrando l’attenzione di tutti (che poi sono anche i punti commentati dagli stessi vescovi), sorge spontanea una domanda: ma davvero si pensa che queste siano le questioni preminenti nella Chiesa italiana? Non sono forse altre? C’è come la sensazione di uno scollamento dalla realtà…

Credo che la lettura del documento nella sua interezza, soprattutto dei testi di introduzione e di quanto posto all’inizio di ogni paragrafo, aiuti a comprendere che l’orizzonte è molto più ampio. Che le nostre chiese si concepiscano come mandate a dar testimonianza di Cristo è una cosa che ancora è difficile da scoprire. C’è molto ripiegamento su noi stessi. Il fatto che tutta la Chiesa italiana riconosca che invece dobbiamo metterci in cammino, in missione, come ci ha indicato papa Francesco e ci ripete papa Leone, mi sembra una cosa fondamentale. Anche l’altro tema, quello della formazione, mostra che la formazione alla vita cristiana non può avvenire attraverso dei corsi o dei momenti, ma è una vita che si vive nella comunità, perciò l’importanza delle piccole comunità, dei movimenti, delle associazioni, delle nuove comunità è molto importante perché è un’esperienza già in atto.

Il cardinale Robert Francis Prevost (futuro papa Leone XIV) con papa Francesco (foto Ansa)
Il cardinale Robert Francis Prevost (futuro papa Leone XIV) con papa Francesco (foto Ansa)

Il primo compito della Chiesa non è mettere dei paletti, ma aiutare tutti a fare un cammino partendo dal punto in cui si è. Poi, però, quando questo diventa rivendicazione, allora fa sorgere il contrasto. Ma questo credo sia più in quei pochi punti che hanno provocato polemica che non nella totalità del messaggio. E anche l’altro aspetto, quello del cambiamento delle strutture e della partecipazione comunitaria più profonda, credo sia una cosa veramente fondamentale. E questi anni di cammino sinodale hanno fatto fare dei passi grandi fra di noi. C’è ancora un po’ di sospetto e di stanchezza da parte di tantissimi. Il cammino sinodale sì, ha coinvolto tante persone, ma se io guardo la mia diocesi, metà delle parrocchie non ha partecipato e non ha partecipato per una sfiducia che attraverso il dialogo, che poi porta appunto a momenti assembleari e documenti, cambi qualcosa. Invece, se si è vissuto il metodo che è stato indicato, quello dell’ascolto reciproco in incontri in cui al centro ci siano la preghiera e l’ascolto dello Spirito Santo, veramente qualcosa accade. Le persone cominciano a vivere una coscienza, una responsabilità diversa.

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Papa Leone, fin dalla sua elezione, ha puntato molto su una posizione cristocentrica. Sparire perché resti Lui. Nient’altro. Non pensa che nel documento approvato ci sia invece una tendenza un po’ troppo sociologica, se non ideologica, nell’analizzare certe questioni? Sembrano tante bandierine piantate per rivendicare qualche vittoria. Non ci si discosta dalla missione che dovrebbe essere prioritaria, e cioè testimoniare innanzitutto Cristo?

Il rischio, nella nostra esperienza, è sempre quello di dare per scontata la fede, per cui non bisogna meravigliarsi che anche un documento come questo cerchi di arrivare a tutte le conseguenze. Ci pensavo mentre votavamo gli articoli: se io dovessi creare un tavolo o un gruppo o un servizio per ognuna delle cose che si sono proposte, nella mia diocesi non basterebbero i fedeli per fare tutte le strutture che dovremmo fare. Ma questa è l’indicazione di un cammino in cui dobbiamo veramente riprendere l’origine, cioè che noi siamo nel mondo per dare testimonianza che la vita con Cristo è la vita vera. E che tutti i fremiti e gli aneliti e i desideri di verità e di bellezza che ci sono nel mondo possono trovare nell’esperienza cristiana il loro compimento. Ma questo va fatto, con umiltà e nella condivisione del bisogno di ogni persona e quindi della situazione concreta in cui si vive. Questo ha voluto sottolineare tutto il cammino del sinodo. Mi ha impressionato in ogni momento del cammino sinodale che la preghiera è stata molto importante. Se la preghiera non si è vissuta in modo formale, se il riferimento a Cristo che c’è stato in ogni momento non è un saluto alla bandiera, come si dice in America Latina, veramente può essere utile, per cambiare il nostro metodo. Ma tutto il cammino sinodale, come tutto il magistero di papa Francesco da cui questo cammino è stato voluto del resto, sono intrisi di una visione di fede che non è possibile comprendere se non in uno sguardo in cui è chiaro che chi fa è Cristo e che noi siamo strumenti nelle sue mani. Fra di noi come Chiesa italiana ancora questo è da chiarire e da far emergere da decenni di una tentazione di risolvere le cose con dei programmi o con dei documenti. Ma la novità del cammino sinodale è stata proprio andare oltre questo. All’inizio ci siamo detti: lo scopo non è arrivare a delle determinazioni, lo scopo è iniziare uno stile e un metodo. Poi forse nel documento che abbiamo votato si è tornati un po’ a identificare la novità con certe scelte che si risolvono in programmi nuovi. La grande parola del cammino sinodale è “ascolto”, cioè riconoscere che è un Altro che porta le redini della vita e della realtà e farcene servitori, e che questo Altro è diventato carne in una storia concreta che si chiama Chiesa. Un certo accento assemblearista in stile anni Settanta è inevitabile che ci sia ancora, ma mi sembra che il cammino sinodale ci stia portando veramente a un’altra dimensione, in cui la fede è chiamata ad essere lo sguardo con cui ci guardiamo gli uni gli altri e ci sentiamo inviati nel mondo per dare testimonianza di Cristo.

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Lei scrive di credere «fermamente che la sinodalità sia la strada della Chiesa». Non pensa che ci sia un equivoco sul significato del termine “sinodalità”, spesso trattata come una sorta di grande assemblea d’istituto? Lo stesso papa Leone nella sua recente intervista a Elise Allen ha detto, parlandone, che «non si tratta di trasformare la Chiesa in un sistema democratico».

La sinodalità non è altro che un termine che esprime la dinamica della comunione. La comunione nella Chiesa è un dono che viene dall’essere stati scelti e cambiati e trasformati da Cristo nel battesimo, nella confermazione, dall’essere fatti suoi. E quando siamo scelti, diventiamo immediatamente una cosa sola. La sinodalità, si potrebbe dire, è il modo con cui questa coscienza di essere una cosa sola è chiamata a diventare reale. Perché noi siamo una cosa sola, ma a volte sembra che nella Chiesa siamo come quei gemelli separati alla nascita che non sanno di essere fratelli e lo devono scoprire. La sinodalità è l’aiuto per camminare in questa direzione, rendendola concreta, quindi mettendoci davvero in ascolto gli uni degli altri. La tentazione dell’assemblearismo è sempre alla porta, anche perché siamo figli di una certa storia – molti di quelli che hanno partecipato anche al cammino sinodale sono gente come me, hanno più di sessant’anni, quindi sono stati abituati a pensare che l’assemblea è l’affermazione della propria opinione, che sicuramente è la più intelligente, la più interessante, mentre invece proprio il metodo che c’è stato proposto, quello della conversazione nello Spirito. Il rischio è che la Chiesa diventi un luogo in cui si crede che la maggioranza ha la verità in mano, mentre sappiamo che chi costruisce la Chiesa sono i santi, non le maggioranze. Ma il valore della sinodalità è proprio in questo rendere più facile vivere la comunione e superare il clericalismo sia dei sacerdoti che anche di molti laici, in cui le responsabilità si concepiscono come l’affermazione della propria opinione, oppure come delegare tutto ai preti perché facciano loro. Questo cammino può aiutare invece i laici a prendere coscienza che ognuno è costruttore della Chiesa e non ne è padrone, non ne è padrone neanche nelle opinioni, ma la nostra opinione deve sempre rinascere dal confronto con l’esperienza cristiana, quindi con la parola di Dio vissuta nella comunità cristiana, nel magistero, nella adesione cordiale alla Chiesa. È un cammino, non c’è tutto già fatto, ci sono gli inciampi, i momenti di stanchezza, quelli che vogliono andare troppo avanti e quelli che restano indietro. Però questo cammino non è nostro, è di Cristo. Quando ero parroco a Firenze, nella mia parrocchia ho cominciato con la gente a organizzare degli incontri sinodali con questo stile, mettendoci in ascolto del Signore, della preghiera e poi comunicare quello che ognuno di noi sentiva come vero per l’esperienza vissuta. E senza rispondere gli uni agli altri, cercare di valorizzare ciò che gli altri proponevano, e poi vivendo dei momenti di fraternità, quindi mangiando insieme, facendo delle uscite. E io ho visto cambiare, cambiare moltissimo l’atteggiamento della maggior parte dei laici che vivevano insieme a me nella parrocchia. Ecco la validità del metodo sinodale, che peraltro nell’esperienza del movimento di Comunione e Liberazione si è sempre vissuto, perché i nostri incontri nelle scuole di comunità sono questo, sono un ascolto di ciò che lo Spirito fa sorgere negli altri e poi un lasciarsi giudicare dalla parola di Dio e dalla testimonianza del carisma. Io sono stato allenato a questo atteggiamento di non voler imporre, ma di voler ascoltare e di decidere in base alla responsabilità che mi è affidata. La validità di questo metodo è grande, è un po’ difficile applicarlo. Siamo abituati invece a fare dei confronti di opinioni e cercare di imporre le nostre su quelle degli altri. È un Altro che costruisce, e noi siamo chiamati a servirlo insieme nella comunione della Chiesa.

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4 commenti

  1. Guido Clericetti

    Grazie di questa eccezionale e preziosa intervista, a conferma che Tempi è di fatto l’unico baluardo al chiacchierume anticattolico non soltanto della stampa cosiddetta laica ma spesso anche di quella che pretende di essere di casa nostra. Spero che lo legga e lo mediti anche la dirigenza ciellina e si convinca finalmente che questo mensile altrettanto ciellino andrebbe valorizzato nel Movimento ed anche aiutato a ritornare settimanale come l’aveva voluto quel genio di Amicone.
    Don Giussani, il grande valorizzatore di tutte le iniziative dei suoi figli, l’avrebbe fatto con tutta la sua ardente generosità profetica da cui sono nate tante Opere, dalla Jaka al Meeting di Rimini, dal Sabato a Radio Supermilano, dal TTM alla Fraternità Missionaria di san Carlo Borromeo, dai Memores Domini al Brasile. O no?

  2. Andrea Bellinaso

    Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa quel povero diavolo di Berlicche di questo documento. Magari si starà sfregando le manacce. Nella poca chiarezza, o meglio nell’ambiguità, i lupi vestiti da agnello girano più liberamente.

  3. MARIA PAGETTI

    Dopo la lettura dell’articolo mi sovviene una frase del Vangelo:”Dai loro frutti li riconoscerete” .
    Nasce cosi’ spontanea la domanda: un documento finale del Sinodo che si trovi ad essere ambiguo su punti importanti nella definizione di cosa sia l’uomo e di cosa significhi amare, e’ da considerarsi un frutto buono?

  4. Silvio Ciccarone

    Premetto che non sono cresciuto in un movimento con lo stile di Comunione e Liberazione che a volte può portare frutti importanti ed altre volte a chiacchiere senza costrutto.
    Dall’intervista ricavo una cosa importante: che i cristiani devono tornare ad essere, come agli inizi, una vera comunità di persone che si riconoscono nell’unico Gesù Cristo e da questo si riconoscono anche fratelli.
    I fratelli possono anche essere molto diversi tra loro, ma devono evitare di mangiarsi l’un l’altro per accaparrarsi l’eredità, cioè la Chiesa.
    Questo significa che, fatti salvi il magistero e la dottrina, occorre sapersi accogliere per come si è.

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