L’attivista conferma le “bufale” sul ddl Zan: «Vogliamo l’utero in affitto»

L’attivista Grassadonia afferma entusiasta sul palco di Milano che «la legge è solo l’inizio». I veri obiettivi sono: smantellare la legge 40 e utero in affitto

Ha ribadito Alessandro Zan, deputato del Pd e primo firmatario della legge: «Questa non è una legge sulle minoranze ma contro i crimini di odio». E ha ricordato ai manifestanti all’Arco della Pace – ottomila secondo gli organizzatori radunati a Milano l’8 maggio per sostenere il ddl Zan e contro l’omotransfobia -, tra le note di Bella Ciao, le bandiere di Pd, Cgil e Sentinelli: «È importante quello che ha fatto Fedez dal palco del Primo Maggio e per questo lo voglio ringraziare: ha squarciato il velo di ipocrisia»

Bugia. A squarciare il velo di ipocrisia è stata Marilena Grassadonia, responsabile Diritti e libertà di Sinistra italiana, già presidente di Famiglie arcobaleno. Che ha detto tutto quello che dall’onorevole Zan e al segretario del Pd Enrico Letta fino al nuovo leader della sinistra influenzarolo Fedez si son guardati bene dal tematizzare. La prima cosa che ha chiarito entusiasta sul palco da «donna di sinistra, lesbica, madre, femminista» a proposito della legge “contro i crimini d’odio” è che:

«è giusto che chi commetta violenza e discriminazioni venga punito. Ma c’è una parte ancora più importante forse per noi che è quella dell’istituzione della giornata del 17 maggio come giornata contro l’omolesbobitransfobia, oppure la strategia nazionale dell’Unar: ecco queste sono le azioni importanti che fanno di una legge di realtà una legge di prospettiva che guarda al futuro.  E noi è questo quello che vogliamo (…) È importante entrare nelle scuole, fare l’educazione alle differenze e al rispetto. Abbattere gli stereotipi di genere: è questa la vera forza. Il disegno di legge Zan è solo l’inizio».

La ri-educazione dell’Unar

Sorvoliamo sulla ben nota “strategia dell’Unar”: sono anni che l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali della presidenza del Consiglio dei ministri costringe i ministri stessi a imbarazzanti dietrofront: vedi i 10 milioni stanziati nel 2013 per finanziare la “strategia nazionale Lgbt” a partire dalle scuole e poi il ritiro, nel 2014, dei materiali che propinavano ai bambini cose come il «ritratto dell’individuo omofobo», la definizione di sesso maschile e femminile come un’astrazione, la lettura di libri in cui i protagonisti sono eterosessuali una violenza, la religiosità un disvalore che caratterizza gli omofobi, la famiglia padre-madre-figli «uno stereotipo da pubblicità».

Oppure la richiesta, nel 2015, di accreditare come ente di formazione il circolo Mario Mieli (autore favorevole a pedofilia e pederastia). O lo scandalo che nel 2017 ha travolto l’ex presidente Francesco Spano, tesserato a una associazione contro le discriminazioni che organizzava festini a base di droga, orge e sfruttamento della prostituzione omosessuale e che nel 2016 ricevette dall’Unar un finanziamento di 50 mila euro.

«Puntiamo all’utero in affitto»

Sorvolando dunque sul concetto di “educazione” e “rispetto” introdotto nelle scuole, Grassadonia ha chiarito bene cosa significhi approvare il ddl Zan:

«Cominciamo dal disegno di legge Zan e continuiamo verso la legge 40 che lascia indietro le donne single di questo paese che se non sono accompagnate da un uomo non possono accedere alla tecnica di fecondazione assistita. Vogliamo la revisione della legge 164/82 ormai antica sui percorsi di transizione ma non lo dico io, lo dice la vita, lo dicono le storie delle nostre compagne e dei nostri compagni trans. Vogliamo una stagione dei diritti in cui si parli realmente di ius soli, di fine vita, di matrimonio egualitario, di Pma e di Gpa e vogliamo quello che è rimasto indietro: il riconoscimento dei figli e delle figlie delle famiglie arcobaleno. Siamo solo all’inizio».

Sdoganare il genere

Ricapitolando il ddl Zan è una legge di prospettiva che aprirà alla libera autocertificazione di genere, come ha scritto James Kirkup sullo Spectator ripreso da Marina Terragni sul Feminist Post:

«La legittima richiesta di tutelare i diritti e la dignità delle persone omosessuali e transessuali veicola in realtà l’obiettivo forte, ovvero l’identità di genere in direzione del self-id, che è la libera decisione di scegliere il proprio genere indipendentemente dal sesso di nascita e con un semplice atto amministrativo unilaterale, all’anagrafe o dal notaio. Il self-id, che ha un notevole impatto sulla società e in particolare su donne e bambine, è stato recentemente respinto in Gran Bretagna “a furor di popolo” (il 94 per cento dei britannici contrari, sondaggio del Times di giugno 2020). Il ddl Zan intende introdurlo surrettiziamente in Italia veicolato dalla legge contro l’omobistransfobia».

Le bugie dei fact checker

Non solo: al contrario di quanto asseriscono i fact checker dell’Espresso che si picca di smontare le “bufale della destra” sul ddl Zan, dal gender a scuola all’identità di genere che cancella le donne («spesso a questa obiezione si aggiunge quella che la legge Zan nominando “l’identità di genere” possa consentire alle persone transessuali, transgender e non binarie di scardinare il vigente sistema di rettificazione anagrafica del sesso. Non è così») all’introduzione dell’utero in affitto («Falso. Questa è una legge sulle aggressioni. Inoltre, in Italia la “gestazione per altri”, definita da altri “utero in affitto”, non è legale»), i sostenitori di Zan ammettono che è proprio lì che vogliono arrivare, alla Pma, cioè fecondazione assistita, e Gpa, cioè gestazione per altri. Sottolinea ancora il Feminist Post segnalando il discorso della attivista di Sinistra Italiana:

«Quanto all’utero in affitto o gestazione per altri: il deputato Nicola Fratoianni, stesso partito di Grassadonia, figura già tra i firmatari di una proposta per la Gpa cosiddetta “solidale”, che tra i suoi effetti avrebbe proprio quello di promuovere il riconoscimento come genitori di tutti i committenti, “solidali” o “commerciali”».

E ancora, sulla 164/82:

«Le parole di Marilena Grassadonia confermano dunque finalmente che il concetto di identità di genere, al centro della legge Zan, non è che l’apripista alla riforma della legge 164/82 per approdare al self-id, nonostante le ripetute smentite dei firmatari a cominciare dallo stesso Zan. Esiste già, del resto, una piattaforma per una proposta di legge del MIT, Movimento Identità Trans, che chiede l’introduzione in Italia del self-id».

L’attivista le canta alla sinistra

Sul Feminist Post è spiegato bene come la proposta scardini il sistema vigente. Se poi a confermare tutti i timori sul ddl liberticida era già stato lo stesso Zan, il deputato che ora sta con Fedez, accusa la Rai censura e predica su giornali, tv e palchi che il suo disegno di legge non punirà le opinioni (peccato che nel 2013 fosse stato lui a invocare la censura per impedire di parlare sulla rete di Stato all’avvocato cattolico Giancarlo Cerrelli, ritenendo assurdo che il servizio pubblico si facesse megafono di opinioni contrarie a un disegno di legge sull’omofobia in discussione al Parlamento), oggi Grassadonia le canta ai manifestanti molto meglio di qualunque rapper al concerto del Primo Maggio. Le canta ai manifestanti ma anche agli ipocriti di sinistra, dove pure Michele Serra si è accorto che il ddl Zan è ambiguo.

Pippo Baudo antisistema

Per trovare qualcosa di veramente antisistema bisogna sintonizzarsi su Pippo Baudo che a Fedez avrebbe «spento le telecamere durante il suo discorso». E che ai colleghi tutte bandiere e arcobaleno e manine alzate “contro l’odio”, “stop all’odio”, “basta odio”, ricorda che:

«Quanto si prefigge il Ddl Zan è già previsto dalla nostra Costituzione nei primi 12 articoli, quelli fondamentali. (…) È inutile aggiungere un’altra legge che confonde le cose. La nostra Costituzione è perfetta ed è garantista al massimo. Il Ddl Zan è la complicazione delle cose semplici. La vita che facciamo e, in particolare, la vita che conduciamo in Italia, ci ha dato tutte le marce che ci servono per vivere tutti insieme con tutte le diversità e le mentalità che si possono avere».

Non resta che il compagno Rizzo

Quanto invece a trovare qualcosa di sinistra, non resta che il compagno Marco Rizzo che dopo averle suonate a piazze, politica e cortei («se Fedez è di sinistra, allora io non sarò mai più di sinistra. Chiamatemi comunista e basta. Con questa gente neanche un caffè. Anzi, sono fiero di essere loro nemico») ha ricordato alla Verità:

«L’ho detto e lo ripeto: la battaglia per i diritti civili è un’arma di distrazione di massa per coprire le nefandezze compiute sui diritti sociali. Il Pd si è ridotto ad essere una riedizione del partito radicale, che si batte per i diritti gay ma poi cancella l’articolo 18 e le conquiste dei lavoratori del dopoguerra (…). Io mi sono sempre impegnato a combattere l’utero in affitto: una pratica nazista, degna del dottor Mengele. Mi hanno massacrato per questo, ma continuerò a rivendicare questa battaglia. La voglia di avere un figlio è un desiderio: e i desideri non sono diritti. Specialmente quando consistono nello strappare figli alle madri povere del terzo mondo, per essere venduti su un catalogo, come fossero una merce».

Il mondo al contrario

Rizzo sa che per una affermazione del genere potrebbe essere sanzionato dalla legge Zan ma del mondo “al contrario” – dove gli uomini possono rivendicare le quote rosa, i rapper miliardari parlare dal palco dei lavoratori e vendere smalto agli uomini – ne ha abbastanza:

«Io rivendico il mio diritto di esprimere un’opinione supportata da fatti. I signori della sinistra rivendicano dei desideri che finiscono per mercificare il corpo delle donne. E io dovrei essere punito al posto loro (…). Le leggi contro l’omofobia ci sono già. Se vogliamo, possiamo modificare l’articolo 3 della Costituzione, aggiungendo che nessuno può essere discriminato per l’orientamento sessuale. Basta questo. Io sono contro ogni discriminazione: ma non voglio nemmeno essere “indirizzato” a darmi lo smalto sulle unghie».

Foto Ansa