Viaggio a Damasco, a pochi isolati da Ghouta: «Qui dei gas non c’è traccia»

«Mi fa ridere Obama quando minaccia di bombardarci per salvare il popolo siriano. Là davanti a Jobar combattono tunisini, afghani, ceceni, turchi e al qaidisti nemici dell’America. Qui invece vivono solo siriani»

Damasco, dei gas sarin non c’è segno. Almeno questo è quello che dice la gente nella capitale siriana a poche centinaia di metri da Jobar, il villaggio della piana di Ghouta dove le milizie di Assad avrebbero fatto strage di civili usando armi chimiche.
Pochi giorni fa era stato il cattolico siriano Samaan a raccontare a tempi.it di non aver sentito nulla di questi attacchi, pur vivendo a meno di un chilometro dal quartiere in questione. Oggi a raccogliere le voci della gente per strada è Gian Micalessin, che nel suo reportage per il Giornale presenta tutte le perplessità e le paure con cui in Siria si vivono questi giorni, in attesa di capire le mosse degli Stati Uniti.

«COI RIBELLI CI SONO AFGHANI, CECENI E QAIDISTI». «Qui ogni notte vedo e sento i bombardamenti dei ribelli. Vedo anche quelli dell’esercito che risponde. Quando il tutto sale d’intensità scappo in cantina per salvare la pelle. Di gas non ne ho mai visto l’ombra. Eppure vivo in prima fila. Se faccio due passi e arrivo a quell’angolo riesco a scorgere le case e le strade di Jobar». Il racconto è di Malek, regista sessantenne che vive a Damasco. La sua abitazione si affaccia su piazza Khouri e porta i segni della guerra. Anche lui è perplesso quando gli si parla degli attacchi con armi chimiche, e su Obama ha un giudizio è netto: «Mi fa veramente ridere quando minaccia di bombardarci per salvare il popolo siriano. Là davanti a Jobar combattono tunisini, afghani, ceceni, turchi e al qaidisti nemici dell’America. Qui invece vivono solo siriani. Siriani di tutte le fedi e di tutte le etnie come è sempre stato qui in Siria negli ultimi cinquant’anni. Ma per lui il vero popolo siriano è quello venuto dall’estero. Quello che ci spara addosso da Jobar».

«VOI OCCIDENTALI PARLATE SOLO DELLE ARMI CHIMICHE». Ma nel reportage ci sono anche le voci di chi in due anni di violenza ha imparato a convivere con lo scoppio delle bombe, e tutti i giorni prova a ricominciare. Come Mohamed Osman, sunnita 29enne che gestisce un negozio di scarpe nella capitale siriana. «Siamo stati colpiti già tre volte. Ogni volta spendo trecento dei vostri euro per rimettere a posto le vetrine», racconta al Giornale. Pure lui ce l’ha con la posizione dura assunta dall’Occidente verso il governo di Assad: «Parlate di quell’attacco chimico e vi dimenticate che noi da oltre due mesi viviamo quest’incubo delle bombe ribelli. Io sono sunnita e stando a voi dovrei stare con gli oppositori armati, invece sono qui a cercar di mandare avanti gli affari e a beccarmi le bombe di quegli integralisti arrabbiati. Una settimana fa, quando i colpi di mortaio hanno colpito il mio negozio per la terza volta, due mie clienti mi sono impazzite dalla paura. Erano terrorizzate. Voi invece parlate solo delle armi chimiche e non vi chiedete come mai, a un chilometro di distanza, nessuno si sia accorto di nulla. Pensate veramente che il nostro esercito sia così pazzo da sterminarci tutti».

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