Nell’indifferenza del mondo, i cristiani continuano a essere perseguitati in Pakistan. «Siamo come la Chiesa primitiva»

All’ordine del giorno violenze e soprusi contro i fedeli del paese musulmano. «Abbiamo bisogno di riscoprire la fraternità come quella della Chiesa primitiva, che era radicata nella fede»

Articolo tratto dall’Osservatore Romano – Lahore, 28. Oltre 250 famiglie cristiane, nei giorni scorsi, sono state minacciate di morte e cacciate dalle loro case, nel villaggio Chak 31 nel distretto di Khanewal, in sud Punjab, per paura di attacchi di massa e dell’incendio del loro villaggio. Quanto accaduto «testimonia l’aumento degli episodi di violenza e i soprusi contro le minoranze religiose in Pakistan e ricorda il grave episodio dell’attacco alla Joseph Colony, quartiere cristiano di Lahore, avvenuto due mesi fa», si legge in un rapporto compilato da due organizzazioni pakistane, la Human Rights Commission of Pakistan (Hrcp) e la Organization for Development and Peace (Odp), impegnate nel promuovere la pace e difendere i diritti umani. Mentre la politica pakistana è stata impegnata nella formazione del nuovo Governo, dopo le elezioni generali, le due organizzazioni lanciano un pressante appello «a tutte le parti interessate, alla politica, ai partiti, alla società civile, alle organizzazioni religiose, perché operino attivamente per mitigare l’intolleranza religiosa e promuovere la coesione sociale».

La fuga delle famiglie è stata la soluzione prescelta per evitare un massacro. Tutto è nato da una provocazione: circa 15 giorni fa, alcuni musulmani hanno accusato un commerciante cristiano, Asher Yaqoob, proprietario di un negozio di alimentari, e i suoi clienti cristiani di aver atteggiamenti poco rispettosi verso l’islam, aizzando i fedeli musulmani del villaggio vicino. I cristiani hanno chiamato la polizia, ma un ufficiale, invece di proteggerli, è giunto a capo di un folla di 6o musulmani che hanno cominciato a percuotere qualunque persona incontrassero, e a devastare case e negozi. Ne sono seguiti scontri e Asif Khan, un musulmano, è stato colpito a morte da uno sparo. A quel punto, la folla ha minacciato un attacco di massa e di dare alle fiamme l’intero villaggio. Le famiglie cristiane non hanno avuto altra scelta che la fuga. Negli scontri alcuni cristiani sono stati arrestati dalla polizia.

Sempre nel Punjab un giovane cattolico è stato ucciso e altre due persone sono state ferite in seguito a un’aggressione avvenuta nel villaggio di Kushpur, del distretto di Faisalabad, famoso per essere «il cuore pulsante dei cattolici pakistani». L’omicidio — ha raccontato a Fides padre Khalid Rashid — è stato motivato dalla disputa su un pezzo di terra che alcuni abitanti cristiani hanno venduto a una famiglia musulmana. Nella spedizione punitiva è stato ucciso il giovane cattolico Faisal Patras, mentre suo fratello Danish e suo padre Patras sono rimasti gravemente feriti. La polizia è intervenuta e ha arrestato l’omicida, un musulmano di 25 anni. «Durante i funerali — ha raccontato padre Rashid — c’era molta tristezza e commozione. Tutto il villaggio si è stretto attorno alla famiglia colpita. Ho lanciato un messaggio di perdono e di pace: i cristiani non cercano vendetta. La giustizia farà il suo corso per le vie legali. L’omicidio non è motivato da odio religioso, ma da una lite fra contadini. Certo, i cristiani sono sempre i più vulnerabili. Confidiamo nel nuovo Governo e speriamo possa fare qualcosa in più per la tutela delle minoranze».

Intanto, una veglia ecumenica ha segnato la celebrazione della Pentecoste per le diverse comunità cristiane di Lahore, capitale del Punjab, che si sono ritrovate per un incontro di preghiera e riflessione, con lo scopo di rafforzare lo spirito di comunione e condivisione. Alla veglia, tenutasi alla vigilia di Pentecoste nella chiesa di san Giuseppe a Lahore, e organizzata dal Comitato di unità ecumenica, hanno preso parte centinaia di fedeli e i rappresentanti delle quattro principali comunità cristiane in Pakistan: monsignor Sebastian Francis Shaw, vescovo ausiliare di Lahore (Chiesa cattolica); i vescovi Samuel Robert Azaria e Irfan Jamil (Chiesa del Pakistan anglicana); il reverendo Salamat Masih (Esercito della Salvezza) e il reverendo Arif M. Siraj (comunità presbiteriana). «La fede dei primi cristiani — ha ricordato il vescovo Jamil — era basata sulla loro esperienza personale: avevano visto il Signore, lo avevano sentito, lo avevano toccato e lo mostravano ai fedeli attraverso la fraternità, la condivisione del pane e la testimonianza. Abbiamo bisogno di riscoprire la fraternità come quella della Chiesa primitiva, che era radicata nella fede». Il vescovo ha posto l’accento anche sull’evangelizzazione, chiedendo ai fedeli di condividere l’annuncio: «Cristo è risorto dai morti e noi siamo suoi testimoni».

Il vescovo ausiliare di Lahore, incoraggiando le iniziative e gli sforzi ecumenici, ha rimarcato che la solidarietà fra i cristiani si vede nelle difficoltà, ma anche nei programmi sociali che «stimolano ad avvicinarsi gli uni agli altri».

Secondo il reverendo Arif M. Siraj, moderatore della comunità presbiteriana in Pakistan, dobbiamo riscoprire «l’urgenza e la bellezza dell’unità, che è dono dello Spirito Santo. Ringraziamo il Signore per il dono del suo Santo Spirito, nella Pentecoste: lo Spirito è con noi sempre». «L’unità tra le Chiese deve essere visibile. In un Paese islamico come il Pakistan — ha concluso il vescovo Azaria — siamo chiamati a essere testimoni di Cristo».