Noi cristiani nel cuore dell’islam

Come si fa a «formare una società più umana» in una terra che è come un’unica «grande moschea» e dove le conversioni sono punite con la morte? Risponde Camillo Ballin, vicario dell’Arabia del nord

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Pubblichiamo l’articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Sono passati 47 anni da quando, nel 1969, il 25enne Camillo Ballin è diventato sacerdote nell’ordine dei comboniani. I superiori, prima dell’ordinazione, gli chiesero di indicare la terra preferita di missione, dandogli la possibilità di esprimere tre scelte. Lui scrisse: 1) Paesi arabi 2) Paesi arabi 3) Paesi arabi. Inutile dire dove fu inviato.

Dopo due anni passati in Siria e Libano a studiare la lingua, «senza mai neanche un giorno di vacanza», ha esercitato il suo ministero per 24 anni in Egitto e 10 in Sudan. Nel 2005 è stato ordinato vescovo e inviato nella Penisola arabica, in Kuwait. Nel 2011, dopo la divisione in due da parte del Vaticano del vicariato del Golfo, è stato nominato vicario dell’Arabia settentrionale. Da allora si occupa dei cattolici residenti in Bahrain, Qatar, Kuwait e Arabia Saudita, il vero cuore pulsante dell’islam sunnita, religioso e politico-ideologico, dove basta parlare di Gesù a un musulmano per essere messo in prigione e dove le conversioni al cristianesimo sono punite con la pena di morte in base alla sharia, la legge islamica. Un uomo che ha passato 25 anni in Italia e il doppio nei paesi arabi, che vive tra la Mecca e Medina, che si prende cura di oltre due milioni di cattolici su un territorio grande sette volte l’Italia, è l’interlocutore ideale per parlare di Medio Oriente e Occidente, islam e cristianesimo, Primavera araba e laicità.

Distruggere tutti i luoghi di culto
La missione di monsignor Ballin è sui generis dal momento che, come racconta a Tempi dai padiglioni fieristici di Rimini, dove è intervenuto alla XXXVII edizione del Meeting dal titolo “Tu sei un bene per me”, «il nostro compito non è quello di convertire i musulmani al cristianesimo». «In 47 anni», continua, «non ho mai convertito nessuno e ho avuto solo 4-5 richieste. I primi due erano delle spie, incaricati di verificare se intendevo convertire i musulmani, gli altri volevano solo un passaporto europeo, non Gesù. Al di là dei divieti espliciti della legge, poi, una conversione scatenerebbe conseguenze sociali» che è meglio evitare. In Kuwait, Qatar e Arabia Saudita la legge, ispirata alla sharia, permette sempre a un cristiano di diventare musulmano, ma impedisce il contrario. In Bahrain il divieto non è esplicito, ma è come se lo fosse. E basta un aneddoto per capire perché è meglio che i cristiani si tengano alla larga dalle polemiche.

Nel 2012 in Kuwait, racconta il vicario, il ministro degli Affari islamici diede il suo assenso alla concessione di un terreno di 3 mila metri quadrati per la Chiesa cattolica, scatenando un putiferio. L’emirato del Kuwait è grande come il Lazio, ha tre milioni di abitanti, dei quali due milioni sono lavoratori migranti stranieri. Per 350 mila cattolici ci sono appena due chiese e «nonostante abbia chiesto il permesso di costruire una nuova chiesa addirittura attraverso papa Benedetto XVI, in occasione dell’udienza che concesse all’emiro del Kuwait, ancora non abbiamo ricevuto nulla». Quando nel febbraio del 2012 la notizia della concessione dei terreni arrivò in Parlamento, un gruppo di fondamentalisti propose con una mozione di proibire la costruzione di nuove chiese e di demolire quelle esistenti. Perché? «Perché Maometto disse che nel Golfo ci deve essere una sola religione». Gli studi storici hanno ampiamente dimostrato che Maometto si riferiva al concorrente Musailam, il “falso profeta”, ma quel detto oggi viene lo stesso riferito alle altre religioni. Una delegazione dal Kuwait partì per l’Arabia Saudita per chiedere a una delle massime autorità islamiche, il Gran Muftì Shaykh Abdul Aziz ibn Abdullah, quale fosse la sua opinione e lui ribadì la sentenza: distruggere tutte le chiese esistenti.

Il paradosso della laicità
Monsignor Ballin parla sempre senza enfasi, senza aggettivi e senza commenti, ma ci tiene a citare un articolo di allora del Washington Times: «Se il Papa chiedesse la distruzione di tutte le moschee in Europa, avremmo una guerra e una carneficina in tutte le strade del Medio Oriente e del Golfo e in tanti altri paesi del mondo. Ma, quando il capo più influente del mondo musulmano emana una dichiarazione di distruggere le chiese cristiane, abbiamo un silenzio universale». Anche questo «silenzio universale» fa parte della croce che i cristiani nella Penisola arabica devono portare. Alla fine le cinque chiese cattoliche presenti in Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Bahrain non sono state distrutte, ma nemmeno sono stati concessi nuovi terreni in Kuwait.

Con il passare degli anni monsignor Ballin ha individuato inquietanti similitudini tra l’Occidente e i paesi del Golfo. Nel dicembre 2013, continua, un parlamentare del Kuwait ha proposto di eliminare le celebrazioni natalizie perché «inappropriate in un Stato islamico e offensive per i nostri insegnamenti religiosi». Anche questa volta, spiega il vicario, «niente è stato proibito ma noto che qualche direttore di scuola in Italia per motivi diversi vorrebbe fare la stessa cosa». È uno dei tanti segnali della scristianizzazione della società in Europa, un dato di fatto di cui il mondo islamico è ben consapevole.

«Io credo che il futuro dei cristiani in Europa sia di essere ridotti a piccole cellule, spero attive e viventi, non statiche e senza vita», preconizza. «Siamo ormai in un’epoca post-cristiana e temo che la società cristiana in Europa scomparirà. Basta guardare l’Italia: tante famiglie non battezzano neanche più i figli e iniziano a esserci questi matrimoni… o meglio non matrimoni addirittura. Gli arabi vedono che l’Occidente è ormai un mondo vuoto di valori e i musulmani sono convinti che saranno loro a riempire questo vuoto. La storia ci dirà se si sbagliano o meno». Ma a minacciare il cristianesimo in Europa non è tanto l’islam, «quanto il laicismo, che è diverso dalla laicità, e che si propaga sempre di più in questo vuoto spirituale che caratterizza l’Occidente».
Il paradosso è che «la tanto proclamata laicità rivendicata da qualche partito come propria creatura non è figlia, in realtà, di nessun partito ma trova fondamento nelle parole evangeliche di Gesù: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Purtroppo tanti politici non si rendono conto che un giorno dovranno rendere conto a Dio di come hanno esercitato l’ufficio di Cesare».

Un dittatore saggio
Se il cristianesimo in Occidente è in crisi, l’islam non è da meno. «È una religione in difficoltà», spiega monsignor Ballin. «Ha diversi gruppi che pongono problemi. L’islam ha bisogno di uno studio più critico e storico della sua storia e dei suoi testi fondamentali. L’attuale interpretazione letterale dei testi non facilita la comprensione dell’islam. Il cristianesimo ha già compiuto questo percorso e ora tocca ai musulmani». Il discorso vale anche dal punto di vista politico: «Per i paesi arabi forse la soluzione più pratica consiste nell’avere a capo un “dittatore saggio”. So che è una contraddizione in termini, perché è molto difficile che un vero dittatore sia anche saggio. Ma le varie primavere arabe, sorte per volontà popolare, hanno fallito». Può esistere una via araba per la democrazia? «Al momento attuale non ci vedo chiaro».

Il vicario dell’Arabia settentrionale non ha paura di andare controcorrente ed è pieno di coraggio, virtù imprescindibile per intraprendere la sua missione. Lui come sempre fa spallucce, dice che il coraggio «nasce della fede e io ne ho poca» ma i suoi «santi genitori» che gliel’hanno trasmessa, a lui come anche a tre sue sorelle che hanno preso i voti, «in un periodo in cui la voce del Signore era più ascoltata e meno ostacolata di oggi», hanno fatto un buon lavoro. Per questo racconta a cuor leggero un paio di aneddoti: «Nei paesi arabi non mi manca niente: sono seguito, intercettato e controllato 24 ore su 24 ma mi sento libero. La polizia che mi controlla il telefono fa il suo lavoro e io il mio. In Sudan una volta un poliziotto mi disse: “Abbiamo ricevuto una relazione su di te dal governo”. Gli ho risposto: “C’è forse qualche peccato che non so di aver commesso?”. “No, sappiamo che non ti occupi di politica”. “Bene”».

Un altro aneddoto riguarda l’Arabia Saudita, dove è proibito fare entrare libri o oggetti religiosi come «Bibbie, rosari, medagliette» e dove non possono «entrare neanche i sacerdoti, così ai circa 107 mila cattolici che risiedono viene negata ufficialmente la possibilità di ricevere i sacramenti». «I primi anni», racconta, il divieto era ancora più stringente e «ho portato sei o sette grossi volumi di messali in Arabia Saudita. Ero in automobile e ho pregato: “Nostro Signore di Arabia, io sono solo l’autista, perciò alla frontiera ci devi pensare tu”. Sono arrivato davanti alla polizia con molta paura nel cuore, perché ho poca fede. Loro hanno guardato l’auto e mi hanno fatto passare senza domande».

Il piano segreto di Dio
Nel Golfo lavorano più di 15 milioni di immigrati, provenienti soprattutto da Filippine, Bangladesh, Pakistan, India e Indonesia. I cattolici fanno tutti, o quasi, parte di questa categoria e come gli altri stranieri vengono sfruttati e trattati in modo disumano. Di conseguenza, «la Chiesa nel Golfo è una Chiesa di migranti», composta da cristiani che non possono parlare di Gesù ai musulmani, che possono andare a Messa (tranne in Arabia Saudita, dove non ci sono chiese perché tutto il paese è considerato una «grande moschea») solo il venerdì, l’unico giorno libero della settimana, se viene loro concesso, e che sono continuamente spinti a convertirsi all’islam.

«Per noi vivere da cristiani significa testimoniare l’amore di Dio a tutti nel luogo di lavoro», anche solo attraverso il modo di parlare o di comportarsi, «e restare fedeli a Gesù Cristo in terra araba. Ai musulmani vogliamo testimoniare l’insegnamento “Amatevi gli uni gli altri” e far conoscere l’amore di Dio padre che Gesù ci ha rivelato in modo completo». Io sono certo, continua monsignor Ballin, «che i nostri fedeli siano stati mandati da Dio per essere la presenza del suo amore nel cuore dell’islam. Loro non ne sono coscienti, vengono solo per lavoro, ma io vedo dietro a questa enorme massa di cristiani nel Golfo un piano di Dio. In questo modo noi cristiani collaboriamo attivamente per la formazione di una società sempre più umana in terra araba».

Guardando in modo disincantato la missione di monsignor Ballin si è tentati di parlare di fallimento. Soprattutto se persino chi dedica tutta la vita al miglioramento della società, come le suore Missionarie della Carità nello Yemen, finisce per essere massacrato dai terroristi islamici. Ma proprio a partire dal caso delle quattro suore uccise ad Aden il 4 marzo, il vicario afferma: «Più un cristiano è vicino a Gesù, più è coinvolto nella sua passione. Quando un cristiano muore martire, imita Gesù fino alla fine. L’assassinio delle suore, così come quello in Francia di padre Jacques Hamel, non è un caso e io ci vedo un piano di Dio. Il sangue dei martiri è sempre seme di nuovi cristiani ma i tempi e i modi non sono nostri».

Per spiegare quest’ultimo concetto, ricorre all’esempio storico per eccellenza: «L’impero romano era molto più feroce anche dei regimi del XX secolo. I cristiani allora venivano dati in pasto ai leoni per divertimento. Noi non riusciamo neanche a immaginarlo, ma come oggi andiamo allo stadio a vedere la partita di calcio, allora si andava al Colosseo a vedere i cristiani sbranati dai leoni. Che disumanità inconcepibile. Ebbene, l’impero romano è stato travolto dal cristianesimo. Ma i martiri cristiani non hanno visto il giorno in cui il cristianesimo ha trionfato. Dio ha i suoi piani e i suoi tempi, che quasi mai sono i nostri».

Tra poco monsignor Ballin festeggerà le nozze d’oro con il mondo arabo: «Se sono ancora qui dopo 47 anni è perché ho trovato nei musulmani e cristiani dei fratelli che mi accompagnano nella vita. Non ho mai avuto nessun problema personale con i musulmani. Posso dire che è infinitamente di più quello che ho ricevuto dal mondo arabo di quanto io abbia dato finora. Sono lieto di poter dire con tutta sincerità a qualsiasi fratello arabo: tu sei un bene per me, lo sei stato per 47 anni e lo sarai per tutta la mia vita».

Foto Ansa

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