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La borsa e la vita

L’inverno parallelo di natalità e salari

Di Alan Patarga
04 Aprile 2026
Perché la nostra era glaciale demografica appena certificata dall’Istat ha molto a che fare con la gelata degli stipendi (se siamo l’unico paese europeo che ha perso potere d’acquisto nelle ultime tre decadi, qualcosa c’entrerà)
Foto Depositphotos

L’ultima conferma è arrivata questa settimana, quando l’Istat ha pubblicato il proprio bilancio demografico aggiornato alla fine del 2025. In Italia nascono sempre meno bambini: lo scorso anno ne sono venuti alla luce 355 mila in tutto, aggiornando il record negativo del 2024 di 370 mila. Significa che il tasso di fecondità è ulteriormente sceso a 1,14 figli per donna (dodici mesi prima eravamo a 1,18), il più basso della storia italiana e tra i peggiori al mondo, eccezion fatta per paesi come Corea del Sud e Taiwan dove addirittura l’indicatore si ferma a 0,8.

Ciononostante, come emerge chiaramente dal pamphlet Istat, non siamo meno di un anno fa: anzi, dopo dodici anni la popolazione è stabile a 58 milioni e 943 mila abitanti, grazie all’allungamento della vita (gli over 85 sono centomila in più in un solo anno) e ai 188 mila stranieri che si sono aggiunti ufficialmente al computo. La speranza di vita si alza a 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne e l’età media degli italiani sale dunque a 47,1 anni, in crescita di circa sei mesi rispetto all’anno precedente.

Grafico: Il calo delle nascite in Italia tra 2008 e 2025
Il calo delle nascite in Italia

Il parallelo con la Francia

Nel documento – ricordando che il coefficiente di sostituzione, quello che garantisce il ricambio generazionale mantenendo invariata la popolazione complessiva, dovrebbe essere di 2,1 figli per donna – gli analisti dell’Istat tracciano un parallelo con quanto avviene in Francia. E simulano quanti figli avremmo sfornato nel nostro paese nel 2025 se avessimo mantenuto un tasso di fecondità pari a quello delle cugine d’Oltralpe nel 2024 (1,61): circa 494 mila. Sempre pochi, ma quasi 140 mila in più della realtà.

Peccato che in Francia nello stesso periodo quel medesimo coefficiente abbia portato a riempire 664 mila culle e la ragione è presto detta: un calo costante delle nascite restringe nel tempo anche la platea della popolazione in età fertile. Un circolo vizioso di infecondità, quello italiano, che affonda dunque le proprie radici nei decenni passati.

La preoccupazione degli americani

Siamo perfino fonte di preoccupazione per gli alleati. Come raccontato nei giorni scorsi dal Messaggero, l’Italia (con la Germania) è finita tra i paesi “attenzionati” nell’Annual Threat Assessment 2026, il documento pubblicato ogni anno dall’Office of the Director of National Intelligence, per mettere in fila quadrante per quadrante tutte le minacce alla sicurezza nazionale statunitense che si profilano sullo scacchiere globale. Ebbene, a preoccupare del nostro paese è proprio la gelata demografica, quella che lo scorso anno aveva fatto esclamare a Elon Musk, patron di Tesla e X, che «l’Italia sta scomparendo».

La preoccupazione americana nei nostri riguardi è, a ben vedere, perfettamente sensata: con il sensibile e costante calo delle nascite, si lascia intendere, Roma dovrà affrontare sfide sempre più complesse dal punto di vista fiscale, con un bilancio pubblico pericolosamente squilibrato tra uscite in aumento (pensioni, sussidi e spese sanitarie) ed entrate in contrazione (meno giovani in età da lavoro, quindi meno contributi e tasse).

Nel documento, gli 007 contraddicono poi una delle teorie più in voga tra demografi e sociologi: e cioè che ci salveranno gli immigrati. Certo, l’arrivo di “forze fresche” da oltreconfine può essere, nell’immediato, una compensazione numerica tale da impedire o limitare la riduzione della popolazione generale, ma per deficit di scolarità e integrazione quel contributo può solo in minima parte risolvere il problema dello squilibrio economico, dato che i neoarrivati tendono a inserirsi alla base della piramide lavorativa con impieghi a basso valore aggiunto, paghe conseguentemente di importo contenuto che a loro volta generano una quota contributiva tutto sommato modesta. A questo, l’analisi statunitense aggiunge una constatazione dettata dall’esperienza: l’immigrazione porta con sé difficoltà di integrazione che alimentano le tensioni sociali, come insegnano le esperienze di paesi vicini al nostro e come noi stessi stiamo sperimentando sempre più spesso.

Non bastano bonus e incentivi

La vita più lunga e l’afflusso di nuovi residenti dall’estero, però, alla lunga non potrà compensare un probabile ulteriore declino della fecondità in Italia. Se la traiettoria delle nascite non dovesse modificarsi, a fare il calcolo in questo caso è l’Ocse, da qui al 2060 in Italia verrebbero comunque a mancare circa 12 milioni di lavoratori, con una discesa al 45 per cento del rapporto tra persone occupate e popolazione attiva (oggi siamo ancora al 62,4 per cento). Significherebbe meno di mezzo paese che si fa carico dell’altra abbondante metà, con il rischio concreto di dover mettere pesantemente mano ai livelli di tassazione e contribuzione sugli uni per consentire la sopravvivenza degli altri.

Un quadro a tinte fosche che nessuna politica pubblica, sinora, pare in grado di evitare: i bonus garantiti negli ultimi anni per i nuovi nati e le neomamme, così come gli aiuti per il pagamento delle rette degli asili nido, il rafforzamento dei congedi parentali e soprattutto l’assegno unico universale per i figli non hanno sortito gli effetti desiderati. Hanno sì alleviato la vita dei genitori in essere, ma non hanno inciso significativamente sulla propensione ad avere figli dei giovani italiani.

Ne è prova lampante la contrazione del budget pubblico per l’assegno unico: secondo i dati dell’Inps, a gennaio 2026 questo strumento ha coperto 256 mila bambini e ragazzi in meno rispetto al gennaio 2025. I beneficiari sono scesi a 9 milioni e 290 mila, suddivisi in 5 milioni e 890 mila famiglie, 139 mila in meno. Si calcola che questo trend, per il quale sono più gli ultra 21enni a uscire dal radar dell’assegno unico dei nuovi nati ad entrarci, a fine anno porterebbe a un risparmio per la casse dell’istituto di circa mezzo miliardo di euro. Mentre sale, costantemente, il costo delle pensioni.

Meno figli, più poveri

L’era glaciale demografica promette dunque di aggravare i fondamentali della nostra economia. Circa un anno fa, in una relazione consegnata alla Commissione parlamentare d’inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica, il vicecapo del dipartimento Economia e Statistica della Banca d’Italia, Andrea Brandolini, aveva evidenziato come

«nei prossimi venticinque anni, se i tassi di occupazione, gli orari di lavoro e la produttività oraria rimanessero immutati sui livelli attuali, il calo della popolazione in età da lavoro implicherebbe una diminuzione dell’input di lavoro e quindi del Pil dello 0,9 per cento all’anno […] la riduzione del Pil pro capite sarebbe più contenuta, lo 0,6 per cento annuo, per effetto della parallela flessione della popolazione complessiva».

In parte potrebbero compensare alcuni cambiamenti: l’esponente di Bankitalia, nel proprio intervento lasciava intendere che un maggior tasso di partecipazione al mondo del lavoro di alcune fasce della popolazione. Una constatazione che, se legata al dato di fatto di un aumento della vita media lascia intravedere i presupposti per ulteriori aumenti dell’età pensionabile.

L’altro aspetto da prendere in considerazione è la produttività, altro mantra che da ormai tre decenni ci insegue puntualmente: come ben spiegato da un articolo di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi pubblicato lo scorso 1° febbraio dal Sole 24 Ore, siamo però di fronte a un equivoco di lunghissima durata.

«Il problema risiede nel modo in cui misuriamo la produttività. Le statistiche ufficiali (Pil/ore lavorate) non misurano l’efficienza fisica (quanti pezzi escono), ma il valore aggiunto monetario. Come mostrano i dati sui paesi asiatici, che non vengono mai confrontati con l’Italia perché altrimenti tutta l’ipotesi “bassa produttività” cadrebbe, l’Italia (circa 74-75 dollari) ha una produttività statistica molto più alta di Giappone (circa 51-69 dollari) e Corea del Sud (circa 47-64 dollari)».

Salari reali ma sempre più impalpabili

In Occidente, siamo invece dietro a Stati Uniti e Germania, non distanti dalla Francia e sopra il Regno Unito. Ma combinando i dati a disposizione emerge una realtà più complessa: i dati Istat, Mediobanca e Ocse evidenziano un ottimo stato di salute delle nostre imprese, che macinano profitti (nel 2023 il risultato lordo di gestione delle società non finanziarie ha sfiorato i 480 miliardi di euro), mentre a restare al palo sono gli stipendi.

In particolare, ha fatto a lungo discutere un grafico che mostrava come nel trentennio 1990-2020 l’Italia fosse l’unico paese dell’area Ocse a registrare una flessione del 2,6 per cento dei salari reali a fronte di crescite sostenute nelle altre nazioni, soprattutto quelle che nel frattempo si erano affrancate dal giogo sovietico come i paesi baltici, ma non solo loro.

Grafico: Variazione percentuale dei salari medi annuali nei paesi europei dell’Ocse tra il 1990 e il 2020
Variazione percentuale dei salari medi annuali nei paesi europei dell’Ocse tra il 1990 e il 2020

Che la curva demografica e quella dei salari vadano ormai da tre decenni di pari passo è un dato di fatto. Becchi e Zibordi non ci girano intorno:

«Per dirla in modo molto semplice: chi non guadagna in modo adeguato è difficile che decida di fare un figlio o se è giovane di mettere su famiglia. Se è giovane ed ha buone competenze è anzi molto probabile che se ne vada a lavorare in un paese che gli offra una buona retribuzione».

E infatti, come certifica l’Istat, la quota salari nel nostro paese è scesa di recente al minimo storico del 39 per cento del Pil esattamente mentre crescevano i profitti. E lì che i margini si sono fatti cospicui, con un atteggiamento sostanzialmente predatorio da parte di un buon numero di imprese, favorite in questo dalle scelte fiscali della politica, che rischia di rivelarsi miope sul medio e lungo periodo.

Eppure c’è chi spera ancora

Tutto questo dovrebbe condurre a una resa, i freddi numeri non consentono margini di ottimismo. Ma la vita conserva una quota di fascino che le analisi statistiche, grazie al cielo, non riescono a ingabbiare. Di recente, un’analisi della società SumUp (attiva nel settore dei pagamenti elettronici) ha messo in evidenza come i millennial abbiano una propensione al risparmio superiore a quella dei loro genitori: il 57,7 per cento degli under 45 vuole e cerca di mettere via il più possibile, a fronte di una quota del 46,2 per cento degli ultrasessantenni. Un ribaltamento di prospettiva che lascia intravedere una maggior voglia di stabilità (e di famiglia?) nelle generazioni più giovani, perché una cosa è certa: se non hai nessuno a cui pensare, i soldi te li spendi subito.

Certo, a pesare c’è anche (comprensibilmente) l’incertezza sul futuro della previdenza, ma in generale prevale una prudenza che si riflette perfino sui consumi, con una flessione – segnalata costantemente nell’ultimo biennio – dai rapporti di Italgrob sul settore Ho.re.ca. (hotellerie, restaurant, café/catering), secondo i quali a soffrire sono soprattutto aperitivi e cene fuori.

Non a caso, nel 2024 i dati Istat dicevano che il 74,5 per cento dei giovanissimi (sotto i 20 anni) immaginava una vita in coppia e il 69,4 per cento di avere figli. È crescendo che uno su tre – come raccontato da una ricerca della Fondazione Magna Carta – comincia a nutrire incertezze sul mettere al mondo bambini senza una adeguata rete di supporto pubblica o privata. Insomma, a dispetto della narrazione prevalente i dati economici e le indagini demoscopiche dicono che i giovani italiani sono pronti per il grande passo. C’è qualcuno disposto ancora a scommettere su di loro? Per cominciare, basterebbe una giusta paga.

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