Tentar (un giudizio) non nuoce
Il metodo di Dio
«Quello che Dio vuole non è mai troppo, il Signore c’è e guarda giù». È una frase, riportata da Avvenire, di Adele Asnaghi, una donna di Seveso che nel luglio del 1976, quando esplose il reattore dell’Icmesa e contaminò Seveso con la diossina, era incinta e subiva le pressioni di chi invocava l’aborto obbligatorio per tutte le donne «per evitare di partorire mostri». Previsione che, per inciso, si rivelò del tutto infondata: nessun nascituro nacque deforme e non furono trovate malformazioni neppure nei feti dei 26 aborti ufficialmente registrati. Aveva ragione chi ebbe speranza!
Nella vita di tutti ci sono momenti di fatica e difficoltà gravi da affrontare. Sono le croci della vita, che ognuno di noi è chiamato a portare, nessuno escluso, ovviamente neppure io. In questo tempo, peraltro, tra i miei amici più cari stanno aumentando i casi di malattie gravi, problemi con i figli, difficoltà serie. A volte, dunque, a noi sembra che in realtà Dio chieda troppo; perlomeno che quello che ci chiede non corrisponda alla nostra volontà, alla nostra visione di bene, sembri un di meno rispetto alla promessa di felicità e al centuplo già in questa vita.
Del resto, questa sembra una caratteristica costante del metodo di Dio: fa una promessa di bene, poi sembra quasi contraddirla nei fatti. Ad Abramo promette una discendenza numerosa, ma non concepisce un figlio se non in tarda età, che poi gli viene chiesto di offrire in sacrificio; a Mosè promette la terra promessa, ma dopo 40 anni nel deserto la può solo vedere e non raggiungerla; a Maria l’angelo dice che chi nascerà «sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre», ma poi nasce in una grotta lontano da casa, deve scappare per anni in Egitto, ecc.
Persino Gesù, come ricorda san Paolo nella Lettera agli Ebrei (Eb 5,7-8), «nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a colui che poteva salvarlo dalla morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito».
Sorprende quel «venne esaudito», perché Dio non risparmiò la Croce a Gesù, come presumibilmente la sua umanità chiedeva. Ma lo esaudì risuscitandolo dalla morte e Gesù, «pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì».
Un di meno
Allora sorgono alcune domande: cosa vuol dire per noi, che ci troviamo oggi nella condizione di «forti grida e lacrime», imparare l’obbedienza da ciò che soffriamo? Come si impara a dare tempo e fiducia a Dio perché mostri come mantiene la sua promessa, benché ciò avvenga in modo diverso da quello che noi speriamo e desideriamo? Se questo è il metodo di Dio, come imparare davvero a fidarsi e ad affidarsi a Lui, senza venir meno alla nostra umanità e a ciò che desidera?
A volte poi a noi sembra più facile cercare un’obbedienza fatta di accettazione rassegnata e consolatoria delle croci che dobbiamo portare, ma questa posizione non è pienamente umana e fedele. Come ricordava recentemente un sacerdote amico: «Se una cosa ti sembra un di meno, devi avere il coraggio di dire che è un di meno!». Di fronte all’ansia che nasce dai problemi e dalle situazioni che dobbiamo affrontare, è più facile mettersi a pregare piuttosto che riflettere e approfondire ragioni e motivazioni: dunque persino la preghiera, comunque sempre utile perché a Dio si può e si deve chiedere tutto, se non è dentro una coscienza umana piena, può diventare in fondo una fuga consolatoria. Ma il dolore, la prova, la croce non sopportano a lungo posizioni umane che non sono sorrette da ragioni adeguate.
Tre punti
Dunque, riprendendo i consigli di un amico prete e teologo, provo a richiamare tre punti che sono stati utili a me.
Innanzitutto, Dio non vuole e non manda il male: quando Dio terminò la creazione «vide che era cosa molto buona». Il male, le disgrazie, le sventure non vengono da Dio. Il male, nel racconto biblico, è conseguenza del veleno entrato nella creazione a causa del peccato originale. Però, come dice san Paolo, «tutto concorre al bene di coloro che amano Cristo». Anche le esperienze più tragiche della vita, che in sé sono un male, possono concorrere al bene se vissute dentro una prospettiva di fede.
Dio di solito non agisce nel mondo e nel tempo cambiando le circostanze. Sì, talvolta ci sono anche i miracoli, che cambiano in modo repentino e misterioso circostanze drammatiche. Ma di norma Dio agisce cambiando il cuore dell’uomo che affronta le circostanze dolorose.
Infine, l’esperienza insegna che Dio è fedele: mantiene sempre la sua promessa anche se di solito questo avviene in forme e modi diversi da quelli che noi avremmo immaginato e desiderato. Occorre lasciare a Dio il tempo perché ciò accada e questa è la sfida della fede.
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