Cosa viene dopo la Primavera

L’islam oltranzista dei salafiti contro quello presentabile dei Fratelli musulmani. Gli avanzi del regime di Ben Ali contro i giovani rivoluzionari. Disincanto contro speranza. Viaggio in Tunisia alla vigilia delle prime elezioni libere nel mondo arabo

Pubblichiamo l’articolo di Rodolfo Casadei, inviato da Tunisi, uscito sul numero 42 di Tempi.

La Tunisia è il primo paese arabo che ha avuto una Costituzione moderna, già 150 anni fa. Il secondo che, in epoca post-coloniale, ha abolito la monarchia. Il primo ad abolire la poligamia e a varare uno statuto personale della donna e, nove mesi fa, il primo a cacciare con una rivolta popolare il dittatore, a introdurre un genuino pluralismo politico e la libertà di espressione. E fra pochi giorni diventerà, inshallah, il paese dove si sono tenute le prime elezioni libere della storia del mondo arabo. Questa piccola nazione è l’anticipatrice delle tendenze, è il porcellino d’India delle novità politiche del mondo arabo: se funziona qui può funzionare altrove, se va male qui, andrà male dappertutto.

Zouhair continua a guardare il bicchierino di tè alla menta e non si decide a sorseggiarlo. Timidezza e impaccio lo irrigidiscono. Forse quel cognome comincia a pesargli. Bouazizi. Mohamed Bouazizi, il giovane che si è bruciato vivo a Sidi Bouzid, quello che è diventato famoso in tutto il mondo come la scintilla che ha fatto divampare l’incendio delle rivolte arabe, era suo cugino. Appena si è sparsa la notizia insieme a centinaia di persone Zouhair è andato a protestare davanti al governatorato. Non lo sapeva, ma quel pomeriggio stava prendendo parte all’evento che avrebbe cambiato la storia. Qualche giorno dopo è tornato a Kairouan, dove frequentava l’università, e insieme ai suoi compagni del sindacato degli studenti ha organizzato una manifestazione di protesta. A mezzanotte in sede è arrivata la polizia e li ha arrestati tutti. Li hanno trasportati a Tunisi, nelle celle sotterranee del ministero degli Interni. Li hanno picchiati al momento dell’arresto, in commissariato, all’arrivo a Tunisi e durante tutti gli interrogatori. Botte, calci, manganellate. Li hanno denudati e sottoposti a scariche elettriche, incatenati alle pareti a braccia e gambe larghe, fatti sedere sull’apertura del collo di bottiglie e premuti in giù; hanno stuprato le ragazze.

Quando cominciavano a disperare, quando già erano iniziati i tentativi di suicidio, quando non arrivava più cibo da tre giorni, improvvisamente la libertà. L’autista di un pulmino che li vede smarriti all’uscita dell’edificio del ministero: «Cosa fate? Non lo sapete che Ben Ali è scappato da tre giorni?». Lacrime, lacrime di giovani liberi. Liberi! È una strana libertà quella che si respira per le vie di Tunisi. Paradossale. Nei bar e nelle trattorie dove si sentiva solo discutere di calcio adesso si parla di politica ad alta voce, senza paura. Ma dai discorsi il governo esce sfiduciato e i partiti tutti snobbati. Come a Istanbul, per la strada si vedono donne in jeans con le chiome al vento, altre col foulard islamico e qualcuna col niqab che le copre dalla testa ai piedi: prima del 14 gennaio solo le prime avevano diritto di cittadinanza, perché qui per le donne non vigeva, come in Arabia Saudita e in Iran, il divieto di scoprirsi, ma quello di coprirsi. La libertà religiosa trova i difensori più storicamente improbabili: «Nessuno deve essere spiato dalla polizia perché frequenta un luogo di culto! Nessuno deve vedersi tolto il lavoro o negata la carriera perché prega!», tuona al suo comizio nel quartiere di Ariana Hamma Hammami, nientemeno che segretario generale del Partito comunista degli operai della Tunisia, clandestino dal 1986 fino al 18 marzo scorso. Allude ai tempi in cui solo i tesserati dell’Rcd, il partito di Ben Ali, potevano permettersi di andare in moschea indisturbati fuori dagli orari di preghiera canonici: tutti gli altri erano sospettati di essere simpatizzanti di Ennadha, il partito islamista fuorilegge, o di essere salafiti, e ne pativano le conseguenze.

Tra pompieri e piromani
Ennadha e salafiti sono al centro di tutti i discorsi. Come i loro analoghi in Egitto, i primi giocano il ruolo dei pompieri, i secondi quello dei piromani. Mentre Ghannouchi, El Aridh e gli altri leader del partito islamista moltiplicano i proclami a favore della natura civile e non religiosa dello Stato e del pieno riconoscimento dei diritti della donna a partire da quelli codificati dallo statuto del tempo di Bourguiba, i salafiti moltiplicano le provocazioni. «Prima del 14 gennaio non sapevo di avere tanti salafiti fra i miei studenti: ora a lezione vedo barbe lunghe e ragazze velate, e a volte l’atmosfera si fa tesa», racconta Amel Grami, islamologa di chiara fama e di tendenza femminista dell’università di Manouba. «Hanno cercato, senza successo, di influire sui contenuti dei corsi perché coincidessero con la loro interpretazione dell’islam, e a volte mi criticano durante le lezioni. Riesco sempre a zittirli, perché sono sempre in grado di dimostrare che la loro interpretazione di certi versetti del Corano non è la più scientificamente fondata. Ma la cosa che mi fa più soffrire in realtà è il silenzio ostinato delle ragazze velate: ai miei tempi le giovani islamiste erano colte e le discussioni con loro serie e profonde». Le salafite d’oggidì cercano piuttosto la prova di forza: dal 14 gennaio a oggi già 53 hanno cercato di iscriversi nelle facoltà universitarie rifiutando di mostrare il volto nascosto sotto il velo integrale. Sono state sempre respinte, fra polemiche e incidenti.

Ma il più noto dei recenti incidenti è certamente il tentato assalto del 9 ottobre scorso ai locali della società di produzione di Nessma Tv, la tivù di proprietà di Tarak Ben Ammar che aveva trasmesso Persepolis, un cartone animato che racconta le disavventure di una ragazza ai tempi del khomeinismo. La ragione ufficiale dello scandalo non sarebbe tanto la rappresentazione negativa della repubblica islamica, quanto il fatto che nel film la divinità viene presentata con tratti umani: un sacrilegio. Tutti hanno condannato l’azione squadristica, ma molti partiti hanno riunito nella medesima riprovazione i manifestanti violenti e la tivù che ha deciso di trasmettere il cartone animato. Nabil Karoui, il general manager di Nessma Tv, ha chiesto formalmente scusa «al popolo tunisino» per quello che ha descritto come un errore di omesso controllo. La trasmissione di uno spettacolo atto a infiammare gli animi proprio alla vigilia della più delicata tornata elettorale nella storia del paese è stata giudicata un vero e proprio regalo fatto all’estremismo e soprattutto alla controrivoluzione: causare violenze di piazza, alimentare il disordine, spaventare la massa del popolo e ispirargli il desiderio dell’avvento di un altro uomo forte è quel che ci vuole per far fallire la transizione democratica.

Il messaggio dei candidati
I tunisini che stanno seguendo con un certo distacco la campagna elettorale e che ironizzano sui candidati dei 110 partiti in lizza che recitano i loro messaggi monocordi di tre minuti negli spazi televisivi concessi dalla legge elettorale, sono gli stessi che fanno incetta di latte, uova e acqua minerale nel timore di sommosse o di un pronunciamento militare all’indomani del voto. Il messaggio della grande maggioranza dei partiti è chiaro: per salvare la democrazia tunisina allo stato embrionale occorrerà, dopo le elezioni, dare vita a un governo di unità nazionale o di larga convergenza che comprenda Ennadha. «Dentro a Ennadha ci sono veri democratici e ci sono elementi pericolosi, è un partito in evoluzione», spiega Abdelwahab El Hani, esule per vent’anni e oggi leader di El Majd, un partito centrista conservatore. «È nostro compito facilitare l’integrazione degli islamisti nella democrazia, perché dispongono di una base popolare decisiva per lo sviluppo democratico della Tunisia».

«Il nuovo governo dovrà prima di tutto servire gli interessi del popolo, ma è importante che Ennadha ne faccia parte, perché in questi anni il partito è cambiato, e se si riuscisse a far proseguire questa sua evoluzione democratica, per la Tunisia sarebbe una grossa conquista», argomenta Mohamed Mzem, membro del comitato centrale del Partito comunista tunisino. «Gli islamisti non hanno altra scelta che essere moderati negli atti politici come lo sono stati finora nelle parole», sorride Mohamed Jegham, già ambasciatore in Italia e prima ancora ministro degli Interni e degli Esteri di vari governi, oggi leader del partito centrista El Watan. «Anche sommando a Ennadha le formazioni minori, sono convinto che non possano totalizzare più del 35 per cento dei seggi. Se adottassero un profilo oltranzista, gli altri partiti si coalizzerebbero insieme e li caccerebbero all’opposizione». Alla moderazione spingono anche altri due fattori: la crisi economica, col numero dei disoccupati balzato dai 400 mila di inizio anno ai 750 mila attuali, con la fuga di un terzo degli investitori stranieri e una flessione del 35 per cento delle presenze nel turismo; poi il fatto che l’apparato amministrativo, giudiziario, militare e poliziesco della Tunisia di oggi è lo stesso del tempo di Ben Ali: con rare eccezioni, dirigenti e sottoposti sono gli stessi. Lo sanno bene Zouhair e i suoi amici, che non hanno fino a oggi sporto denuncia per gli abusi subiti in gennaio: «Prima vediamo come vanno le elezioni, vediamo se cambia qualcosa», dice, e abbassa gli occhi un’altra volta.