Cosa si aspetta il grande popolo armeno dalla visita di papa Francesco

Il conflitto con l’Azerbaigian e il riconoscimento del genocidio. Il paese dalle antiche radici cristiane attende il Pontefice. Intervista a Simone Zoppellaro, autore di “Armenia oggi”

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Papa Francesco arriva oggi in Armenia. Simone Zoppellaro, corrispondente dall’Armenia per l’Osservatorio Balcani e Caucaso, seguirà il viaggio apostolico da vicino, proprio negli stessi giorni in cui esce in Italia un suo libro intitolato Armenia oggi: drammi e sfide di una nazione vivente (edizioni Guerini e Associati, pp. 88, 9,50 euro, prefazione di Antonia Arslan). La speranza, dice Zoppellaro a tempi.it è che «papa Francesco, come già avvenuto in passato, parli del genocidio e del conflitto ancora in corso con l’Azerbaigian per sostenere i cristiani armeni».

Pur parlando del passato, lei ha raccontato anche il presente dell’Armenia.
Lo scopo del mio libro è partire spiegare il dramma di questa nazione, da ieri a oggi. L’Armenia è un paese di cui non parla mai nessuno, tuttavia ha un grande cuore, una grande storia, cultura e risorse che vengono dalla sua tradizione cristiana. I problemi, però, sono tanti: si va dal conflitto in corso con l’Azerbaigian all’isolamento internazionale, alla povertà, fino alla questione del riconoscimento del genocidio.

Che cosa sta accadendo con l’Azerbaigian?
È un conflitto sorto nella regione di Karabakh (confinante con l’Azerbaigian), un territorio armeno a maggioranza cristiana che Stalin decise di cedere alla Repubblica dell’Azerbaigian musulmano controllata dall’Unione Sovietica. Nei primi anni Novanta, con la perestrojka di Gorbaciov e lo smembramento dell’Urss, la popolazione chiese il ricongiungimento con l’Armenia, motivo per cui si scatenò una guerra fra i due Stati che raggiunse il culmine più violento fra il 1991 e il 1994. Di fatto, lo scontro fu vinto dagli armeni, ma non ci fu mai un riconoscimento internazionale in grado di riportare la pace. Il conflitto si è quindi congelato e oggi riesplode continuamente facendo, di volta in volta, centinaia di vittime. Ad aprile sono morte 300 persone e in 25 anni si contano circa 30 mila morti e un milione di sfollati. A questo si aggiunge il problema dei profughi.

Ossia?
Si sente parlare sempre del dramma dell’Europa che deve aprire le porte a quanti fuggono dalle guerre mediorientali, ma mai del grande sforzo di questo paese che, pur povero di risorse, ha dato rifugio a ben 13 mila siriani, molti dei quali hanno origini armene e i cui parenti sono stati vittime del genocidio.

Cosa si aspettano gli armeni dalla visita papale?
Quello del Papa è un viaggio storico, attesissimo in una nazione cristiana così tribolata. I cittadini sperano che si rompa l’isolamento e che cada il tabù sul genocidio. Il Pontefice in passato lo ha riconosciuto e si spera che ne parli ancora. Insieme, c’è una grande attesa di una parola chiara sul conflitto in corso. Sopratutto i cristiani cercano un sostegno e un aiuto per essere riconosciuti. Questo implica anche la necessità di un serio tentativo diplomatico (il massimo che si è raggiunto finora è il “cessate il fuoco” del 1994) per riportare la pace e quindi degli alleati che tolgano l’Armenia dall’isolamento in cui è, circondata da giganti con forti alleati e interessi internazionali.

Perché è così importante che la parola genocidio sia pronunciata?
Capisco che la faccenda è delicata e che si temano ripercussioni sulle minoranze cristiane o che si cerchi di favorire il dialogo interreligioso. Ma, pur essendo questi fattori importantissimi, c’è una ferita aperta che non permette al popolo armeno di riscattarsi dalla situazione di chiusura e solitudine in cui vive: è come se oggi la Shoah fosse negata. Infatti, prima del Bundestag tedesco che recentemente ha riconosciuto il genocidio, causando anche attriti diplomatici con la Turchia, nessuno ha mai avuto il coraggio di dire la verità su questa truce pagina di storia: né l’Italia né tantomeno gli Stati Uniti. L’unico presidente che, una volta, ebbe la lealtà di usare questa parola fu Ronald Reagan. Gli altri, come Barack Obama, promisero il riconoscimento in campagna elettorale ma la promessa è stata tradita.

Che contributo può dare l’Armenia al mondo?
È una nazione che dovrebbe essere oggetto di attenzione per la sua capacità creativa. Pur non avendo risorse importanti come il petrolio, è in grado, per la sua storia, tradizione e forte identità, di inventarsi continuamente. Infatti, dal punto di vista dell’insegnamento e della cultura è in prima linea. Basti pensare che viene chiamata la “piccola Silicon Valley”, data la sua capacità innovativa nel settore dell’It, nella produzione di software e di tecnologia in generale. Fuori dalle città, invece, si vive prevalentemente di agricoltura e di allevamento, con prodotti buonissimi ma che faticano ad essere esportati proprio a causa dell’isolamento internazionale. Rispetto all’Italia ricordo il contributo della comunità armena che, anche dal punto di vista artistico, ha arricchito il nostro paese con Chiese e monasteri meravigliosi. Inoltre l’Armenia è sulle frontiere dell’Europa ed è circondata da paesi di grande importanza strategica. Infine, esiste una grave emergenza umanitaria in corso che chiede attenzione: sono tantissimi i giovani che, a causa del conflitto in Karabakh, vivono nelle trincee per anni. Quanti anni di silenzio devono passare ancora affinché la pace sia stabilita?

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