Il magistero dei mentecatti

Uno spettacolare, indispensabile viaggio per immagini dentro l’ospedale psichiatrico di Limbiate. Dove la carne diventa catechismo

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Sabato 3 ottobre alle ore 17 sarà presentato nell’ambito della 35esima edizione di Expo Brianza, a Bovisio Masciago, Anime prigioniere. Volti e storie del Corberi. Il libro, un viaggio dentro lo storico “presidio di riabilitazione” di Limbiate dedicato alle persone affette da disturbi psichiatrici, contiene 150 fotografie di Sergio Caminata (una la vedete in pagina) e testi di Matteo Rigamonti. Pubblichiamo di seguito la prefazione di Martino Cervo, direttore del Cittadino di Monza e Brianza, editore del volume.

Agli ospiti del Corberi si dovrebbe attaccare un cartello. Lo stesso che Dante aveva messo alle porte dell’Inferno: «Giustizia mosse il mio alto fattore/ fecemi la divina podestate,/ la somma sapïenza e ’l primo amore». Nel più nero degli abissi senza tempo, all’ingresso del frutto più maturo del male, il Poeta incastrava un crescendo di bellezza: potestà divina, somma sapienza, primo amore. A Limbiate, nascosta nel verde placido di una Brianza tra le meno vicine al suo stereotipo laborioso e produttivo, questa fetta di inferno apparente è bellissima. Non che manchi il dolore: ogni finestra, ogni muro, ogni faccia, piange della fatica di vite – migliaia nei decenni, 118 oggi – che senza particolari cattiverie si potrebbero tranquillamente espungere dal novero delle esistenze “vere e proprie”. Perché la prima cosa da fare è levarsi il finto pudore: al Corberi c’è gente che non parlerà mai, non camminerà mai, non capirà mai, non mangerà mai. Ci sono ex modelle inchiodate da 20 anni a un letto che ne ha distrutto ogni possibilità di bellezza; ci sono persone che guardano senza vedere; signore che viaggiano appese a una specie di sacchettone blu, dove vivono accoccolate come un bimbo nella sporta bianca serrata nel becco dalla cicogna dei fumetti; tizi simili agli egizi delle pergamene, con le braccia innaturalmente tese da una parte e le gambe e il profilo dall’altra, senza più neanche l’intenzione della postura che fa dell’uomo un uomo.

Quelle domande radicali
Via il pudore, dunque: che senso avrebbero queste esistenze fuori da qui? Che senso avrebbero vite sottratte anni fa alla cura delle famiglie d’origine? Sarebbero capaci, adesso, di vivere oltre il Corberi? Ecco, dentro questo scandalo si innesta un altro mistero, quello dantesco dell’amore. Giorgio Gaber la metteva giù così, con l’insistenza cattiva della verità che è l’unica ad andare al fondo delle cose: «Ma in ospedale, dove la perdita è totale/ dove lo schifo che devi superare/ è quello di aiutare un uomo a vomitare,/ dove non c’è più nessuna inibizione/ dal vomito al sudore alla defecazione,/ allora salti il piano, se lo sai saltare,/ ed entri in un altro reparto dell’amore» (Gildo, 1982). Il Corberi pianta nell’anima un bivio: o si salta il piano, oppure si ha il coraggio di dire che le vite dei suoi pazienti, i milioni del contribuente spesi per custodirle, il lavoro di chi timbra il cartellino ogni mattina lì dentro, sono senza senso. Il bivio è in realtà già incastonato nello squallore della nostra sopravvivenza quotidiana, solo che a Limbiate è più difficile fingere che non sia così. Però aiuta a percorrerlo il riconoscere che il salto è umanamente possibile, e che qui l’inferno si tramuta in qualcosa d’altro: il reparto dell’amore c’è, ed è fatto del mistero della cura, della pazienza, dell’incredibile stupore nel sorriso di un paralitico che il genio di Sergio Caminata ha messo in immagini meglio di quanto le parole storpie che leggete possano fare.

Questi pazienti sono da guardare per un motivo semplice: è utile. La domanda sul senso della loro vita, dal più allegro dei vecchietti senza denti al più tremendo degli allettati, coi guanti per non graffiarsi, legato al letto, con due tubi infilati nel corpo per buttarci dentro aria e cibo, è una domanda sulla nostra, come ha spiegato il cardinale Scola nell’omelia pronunciata a fianco dei padiglioni. Li vedi lì, e un istante dopo hai l’incombenza ineluttabile di chiederti: ed io, che sono? Chi mi vuole bene? A chi ne voglio? Perché vivo? Cos’ho, cos’ho davvero, più di loro, dentro la stoffa che costituisce il mio essere? E cos’hanno loro meno di me?

La sacra corporeità
Chi si mettesse a dare risposte definitive sarebbe quasi violento quanto chi negasse le domande a priori. C’è però un fatto: se esiste, nella storia, un avvenimento dopo il quale la corporeità umana, dall’esplosione della sua bellezza fino al ribrezzo del suo sfarsi, può essere abbracciata dalla tenerezza anche iconica e fotografica, questo avvenimento è il cristianesimo. Non c’è cultura al mondo dove la carne, poiché abitata da Dio, si sia resa catechismo, cattedra, spettacolo. In fondo sta qui l’origine del rigetto di ogni iconoclastia. Dal primo incurvarsi del ventre di una futura madre all’ultimo refolo in petto a un vecchio che muore, c’è un punto nella vicenda umana a partire dal quale la vita ha preso a rendersi sacra, sempre e per sempre.

Il Corberi è uno degli infiniti modi in cui questa esperienza, questa possibilità di concepire l’esistenza, ha preso forma, si è fatta lavoro, opera, cultura: ecco perché i suoi “mentecatti” (non suoni offensivo, è il termine letterale più corretto: persone cui è stata tolta la mente) sono da guardare. Questo posto è, con chi lo abita, una lezione; e queste pagine un piccolo tentativo di invito all’ascolto.

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