«Reddito? Noi vogliamo il lavoro di cittadinanza per il nostro made in Italy»

Intervista a Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato: «Servono le opere. Tra il 2009 e il 2017 gli investimenti pubblici sono crollati del 37,7% provocando la perdita di 122 mila posti di lavoro»

Innanzitutto i numeri: oggi l’Italia ha una dotazione infrastrutturale inferiore del 19,5 per cento rispetto alla media Ue e nelle sette regioni più manifatturiere (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Toscana e Marche) il gap di infrastrutture sale al 20,6 per cento rispetto alle regioni competitor della Germania. Tra il 2009 e il 2017 gli investimenti pubblici sono crollati del 37,7 per cento provocando la perdita di 122 mila posti di lavoro nel settore delle costruzioni. Il valore degli investimenti pubblici oggi è inferiore di 17,1 miliardi in confronto alla media Ue. Non solo, oggi la durata media per la realizzazione di un progetto è di 4,4 anni, e la metà, 2,4 anni, non è operativa: langue nei tempi morti dei procedimenti burocratici e autorizzativi. E sono solo alcuni numeri dei ritardi sul fronte delle infrastrutture italiane e del loro impatto negativo sulle piccole imprese che Confartigianato ha denunciato il 13 dicembre scorso a Milano alla manifestazione “Quelli del sì”, radunando oltre 2.000 piccoli imprenditori arrivati da tutta Italia.

«Abbiamo voluto far sentire la voce di 4,4 milioni di piccole imprese italiane che danno lavoro a 10,8 milioni di addetti. Praticamente il 65 per cento degli occupati nelle aziende del paese», spiega Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato, a tempi.it. Durante la manifestazione, Confartigianato ha presentato il rapporto “La caduta” con gli spread di investimenti pubblici e infrastrutture e ha fatto il punto su otto opere-simbolo, con un costo complessivo di 36,8 miliardi di euro, pari al 2,1 per cento del Pil dell’Italia. Ricordando che nell’ultimo anno i settori a maggiore concentrazione di piccole imprese manifatturiere hanno esportato beni per 125,4 miliardi di euro con un trend positivo e pari al +3 per cento. «È l’Italia delle piccole imprese che vuole rimanere competitiva in Europa e nel mondo. Ecco perché abbiamo detto tanti sì che sono altrettanti incitamenti al Governo per realizzare le condizioni per lo sviluppo: dalle infrastrutture fisiche e immateriali alla Pubblica amministrazione, dal fisco alla giustizia civile alle politiche per il lavoro».

Presidente, lei è reduce dagli incontri con i ministri Matteo Salvini e Luigi Di Maio: cosa ha chiesto al governo, quali iniziative tra quelle annunciate vanno secondo lei nella giusta direzione e cosa manca ancora?
Innanzitutto dal vicepremier Salvini abbiamo ricevuto rassicurazioni sull’importanza che il governo attribuisce al dialogo con le forze imprenditoriali. A Salvini abbiamo ribadito che gli imprenditori sono persone concrete. Vogliamo toccare con mano la riduzione delle tariffe Inail pagate dagli artigiani per abbattere il costo del lavoro, la revisione del Codice degli appalti con l’affidamento delle opere alle imprese “a chilometro zero” e l’innalzamento delle soglie per gli affidamenti in forma diretta. In particolare, su quest’ultimo aspetto Salvini ha confermato che ci sono “lavori in corso” all’interno del governo. Abbiamo anche sollecitato la concreta attuazione della misura per innalzare la deducibilità dell’Imu sugli immobili strumentali delle imprese, l’abolizione del Sistri sostituito da un sistema di tracciabilità dei rifiuti realmente efficace. Ma anche la proroga del super ammortamento che ha permesso a molte imprese di rinnovare e incrementare i beni strumentali guadagnando in competitività, e il rifinanziamento del credito d’imposta per la formazione in competenze digitali previsto dal Piano Impresa 4.0.

E con Di Maio come è andata?
Il ministro Di Maio ci ha anticipato le misure che sono state inserite nel Dl semplificazioni varato dal Governo il 12 dicembre e che noi abbiamo giudicato un primo passo per cominciare ad abbattere il mostro della burocrazia italiana, nemico numero uno delle imprese. Ma la battaglia non è priva di rischi da evitare come la tentazione di digitalizzare l’inutile, solo trasformando gli adempimenti da cartacei in telematici. Apprezziamo l’abolizione del Sistri che non ha mai funzionato e da 8 anni pende come una spada di Damocle sulla testa degli imprenditori. Ora però bisogna evitare che, morto un Sistri, se ne faccia un altro. Bene anche l’impegno sul fronte dei debiti della Pa nei confronti delle imprese. Anche in questo caso, però, non vanno ripetuti gli errori del passato. Insistiamo che la soluzione al problema è a portata di mano: consentire la compensazione diretta e universale tra debiti e crediti verso la Pa. Quanto alla legge delega sulla riforma del Codice appalti, del processo civile e del diritto sul lavoro, penso richieda un impegno straordinario. Non ci si può permettere errori. Le norme e gli adempimenti sono talmente numerosi e stratificati nel tempo da imporre un’operazione attenta di razionalizzazione da condurre con le organizzazioni che rappresentano le imprese. E poi va eliminato lo squilibrio nell’imposizione di tasse e oneri generali di sistema sulle bollette dell’energia elettrica degli imprenditori italiani. Oggi i piccoli imprenditori consumano il 33 per cento di energia elettrica e pagano il 45 per cento di oneri generali di sistema e di tasse, mentre le grandi imprese energivore consumano il 19 per cento di energia e pagano il 9 per cento di oneri e tasse.

Sono otto le opere simbolo scelte per la vostra manifestazione: quali e perché?
Nuovo collegamento ferroviario Transalpino Torino-Lione, Galleria di base del Brennero, Pedemontana Lombarda, Pedemontana Veneta, Terzo valico dei Giovi, Sistema stradario in Sicilia e linea Alta Velocità – Alta Capacità Napoli-Bari e il Passante autostradale nord Bologna. Tutte queste opere, dalle più grandi a quelle più piccole, sono essenziali per la mobilità di merci e persone e per consentire alle piccole imprese di portare il made in Italy in Europa e nel mondo.

E cosa ha comportato per voi il crollo degli investimenti pubblici in infrastrutture in termini di posti di lavoro?
Tra il 2009 e il 2017 gli investimenti pubblici sono crollati del 37,7% provocando la perdita di 122.000 posti di lavoro nel settore delle costruzioni.

Quanti associati ha Confartigianato?
Confartigianato associa 700.000 imprese e imprenditori e opera in tutta Italia con una sede nazionale a Roma e 1.200 sedi territoriali. La Confederazione difende e promuove il valore artigiano del made in Italy e lo facciamo anche con l’attività di rappresentanza e di interlocuzione con le istituzioni per liberare le imprese dai vincoli e costi che le soffocano. Non solo. Portiamo le imprese sui mercati mondiali con un’intensa attività di internazionalizzazione.

Che impatto avrà sul mercato del lavoro una misura come il reddito di cittadinanza?
Innanzitutto noi diciamo sì al lavoro di cittadinanza. Se misure assistenziali devono esserci devono avere durata temporanea. Perciò penso che convenga puntare sul “reddito di formazione” per garantire il “lavoro di cittadinanza”. Significa che bisogna preparare i giovani ad entrare nel mondo del lavoro incentivando lo strumento più efficace: il contratto di apprendistato. Perché le nostre aziende hanno bisogno di manodopera qualificata per poter mantenere elevata la qualità manifatturiera made in Italy.

L’occupazione si crea per decreto e con la burocrazia? Quali sono le vostre proposte per affrontare la congiuntura?
Ovviamente l’occupazione non si crea per decreto! L’economia italiana è segnata da profondi cambiamenti e in cui sono ancora evidenti i segni lasciati dalla crisi degli ultimi anni. La strada della ripresa non è ancora certa e delineata. Il futuro è tutto da costruire. Eppure lo si scorge proprio nei risultati ottenuti dai piccoli imprenditori che si impegnano ad innovare prodotti e servizi, che moltiplicano le esportazioni, che migliorano la produttività e garantiscono l’occupazione. Sono queste le virtù italiane che hanno dato nuovo smalto al made in Italy e hanno rilanciato nel mondo il valore artigianato della nostra manifattura. Virtù, intese come capacità e spirito d’impresa, che devono fare i conti con le contingenze e i condizionamenti dei contesti nazionale e internazionali, le inquietudini e le trasformazioni della società, i cambiamenti delle scelte politiche, i velocissimi mutamenti della tecnologia. In tutto questo è l’incognita, ma anche l’opportunità di dare vita ad un nuovo modello di sviluppo che riconosca e valorizzi il ruolo economico e sociale delle piccole imprese. E che spazzi via i tanti ostacoli, in tema di fisco, burocrazia, mercato del lavoro, infrastrutture, credito, giustizia civile, tempi di pagamento, innovazione. In altre parole, dobbiamo finalmente eliminare quei “vizi” tutti italici che bloccano le “virtù” dei nostri imprenditori.