Con la maschera di Spiderman all’inferno di Dante

Che ci azzeccano i supereroi con i dannati, i grattacieli di New York con i gironi della Commedia, un illustratore della Marvel con un professore di liceo? Ecco cosa è successo quando quando Gabriele Dell’Otto ha incontrato Franco Nembrini

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La leggenda è che avesse iniziato a chiedere carta e penna prima di dire mamma e papà, la verità è che la nonna era tutta preoccupata che quel nipote mostruosamente bravo con la matita non si trovasse più una fidanzata. Viveva alla periferia di quell’impero di fumetti che il padre collezionava in lungo e in largo, Herman, i Bonelli, italiani, americani, europei erano di casa quanto la sua poca voglia di uscire a far bisboccia con i coetanei perché lui doveva disegnare, e immancabilmente sbroccare, accartocciare la carta quando la penna non obbediva, gli altri andavano in spiaggia, lui disegnava, sbroccava, accartocciava. La fidanzata poi se la trovò, anzi, se oggi Gabriele Dell’Otto è diventato quello che è – il grande fumettista e illustratore, l’uomo della Marvel, la star di ogni Comics Festival, perfino del Meeting di Rimini 2018, e ora vediamo perché – lo deve quasi tutto a lei, a carta e penna sì, ma soprattutto a Margherita.
QUEL GIORNO, MARGHERITA. Che ci azzecca Margherita con il successo di Dell’Otto è presto detto: siamo nel 1998, il ragazzo (classe 1973, allora ha 25 anni), ha concluso il liceo artistico e poi il corso di illustrazione presso l’Istituto Europeo di Design, lavora Roma in un studio di illustrazione scientifica, quando Margherita gli dice più o meno che si è rotta le scatole di vederlo disegnare per se stesso e che è ora che faccia vedere i suoi lavori a qualcuno. «Ovviamente io non volevo andarci, terrorizzato che i miei lavori venissero rifiutati, ma insomma: lei è Margherita, io uno che faceva bottega illustrando il ciclo di vita della rana e in breve mi ritrovo in coda ad Expo Cartoon per mostrare i miei disegni a Marco Marcello Lupoi, direttore responsabile della Marvel Italia. Immaginate la scena – racconta Dell’Otto a tempi.it –: tutti in fila, lui che scuote la testa e manda via tanti prima di me, arrivo io, tace per tre minuti che a me sono sembrati tre anni, scalpito, gli chiedo “c’è qualcosa che non va?”. Lui alza la testa, “sì, più guardo questa roba più non capisco perché tu non abbia ancora pubblicato nulla”».
I CAZZOTTI CON SPIDERMAN. Lupoi non aveva capito nemmeno perché quel ragazzo gli avesse portato tutta una serie di materiale su Batman ammettendo candidamente che a lui i personaggi Marvel non piacevano, ma tant’è: promotore della cultura del fumetto in Italia negli anni in cui si registrava una ripresa dei comics superoistici, l’uomo si prende a cuore in casa Marvel il ragazzo che bravo lo è davvero. Dell’Otto inizia così a lavorare tra Italia, Francia e Germania, e da lì è storia, quella di un sodalizio che vede protagonista anche la Dc Comics statunitense. Nel 2002 David Mac, illustratore della Marvel America, presenta i suoi lavori a Joe Quesada, gran visir della Marvel Comics che affida al ragazzo i primi lavori negli States, ed è qui che Dell’Otto inizia a collaborare col grande sceneggiatore Brian Michael Bendis. Tutto va bene, Dell’Otto fa a cazzotti con Spiderman, «un costume impossibile, un personaggio già disegnato in oltre sessanta posizioni diverse, difficilissimo da caratterizzare e personalizzare», ma a metterlo alla prova veramente è il primo dei suoi tre figli, undici anni e già una testa così piena di domande sulla vita, il significato di questo e quello, nulla sfugge al suo ragazzino.
«TI PIACE PINOCCHIO?». Poi, una sera, Dell’Otto torna a casa e Margherita gli passa sotto il naso un video, «era la lezione di un professore di una scuola di Bergamo, Franco Nembrini. E io me la guardo tutta, parlava di educazione, parlava di qualcosa che mi interessava moltissimo. Caso volle che dalla parrocchia di casa qualche tempo dopo ci invitassero a una serata, “c’è un professore di Bergamo che viene a Roma per un ciclo di incontri sulla Divina Commedia, Franco Nembrini”. Ancora lui, ho pensato, e ci andai». E che botta, quella sera. L’appassionato professore bergamasco sembrava parlasse proprio a lui, per lui, Dante finalmente sembrava dirgli qualcosa. E come sempre, Dell’Otto prese carta e penna e iniziò a disegnare. Andava a tutti gli incontri, tornava a casa e metteva su carta e poi tela quello che gli era successo. La sera dell’incontro conclusivo Dell’Otto si avvicinò a Nembrini, «io volevo chiedergli l’onore di una sua introduzione a un piccolo portfolio sull’inferno, lui invece mi invitò allo spettacolo teatrale della sua scuola, la Traccia, a Bergamo, “facciamo Pinocchio. Ti piace Pinocchio?”. Andai a Bergamo, dopo lo spettacolo mi invitò a cena a casa sua e davanti a un piatto di pasta cucinata da sua moglie iniziammo a parlare».

IL BAMBINO DI REVOLUTION. In realtà Dell’Otto e Nembrini non iniziano a parlare, diventano amici. Di quelli che in capo a poco hanno già messo in pista un progetto di tre libri per Mondadori, Dell’Otto illustra e Nembrini commenta i canti della Divina Commedia (il primo, l’inferno, uscirà a ottobre), ma non è un sodalizio professionale quello che inizia a legare i due uomini, a cambiare qualcosa nel disegnare di Dell’Otto, nel tornare a casa dai suoi tre figli, nell’affrontare i giovani che iniziano a stringersi a lui calamitati dai suoi supereroi, dai suoi fumetti. Nel 2014 Dell’Otto è al Lucca Comics & Games, deve realizzare la locandina Revolution!, gli frulla già in testa l’urgenza educativa. Sceglie dunque il suo primogenito come soggetto, lo illustra illuminato da un fascio di luce, colto nell’atto di avventurarsi lungo le strade della vita, mentre si gira contento con una chiave in mano davanti a una grande porta di pietra, come grato a chi gliel’avesse consegnata: «Ma chi ha la chiave di accesso al Mistero – dirà Nembrini –. Chi aprirà per noi quella porta? Chi permetterà a a quella luce di rendere nuove tutte le cose? Solo un bambino, cioè solo un uomo che abbia di nuovo la curiosità e lo stupore di fronte alle cose e senta il desiderio irrefrenabile di conoscere quella verità e di esserne in qualche modo partecipe». E ancora, sul manifesto di Dell’Otto, «È il fotogramma dell’educazione: il maestro scompare, la madre e il padre scompaiono perché il giovane è ormai in grado di essere a sua volta educatore, padre e madre».
«IO, NON ENEA, NON PAULO SONO». Sono passati quattro anni da quella sera di pastasciutta e queste cose Nembrini e Dell’Otto le hanno raccontate al Meeting di Rimini, incontrando migliaia di persone che hanno affollato la mostra “Gabriele Dell’Otto incontra”, tra supereroi e canti dell’inferno, dove l’illustratore si è addentrato nella selva oscura, strappando gli occhi a Dante, rendendo mostruosamente umani fino all’ultima goccia di sangue le anime dei dannati e non solo: ha anche messo all’asta uno dei suoi capolavori per sostenere l’edizione del prossimo anno. «Non posso più ignorare quello che ho incontrato, quello che ho visto, capito, il viaggio che ho iniziato non mi lascia mai tranquillo – spiega Dell’Otto –. “Ma io, perché venirvi? O chi ’l concede? Io non Enea, io non Paulo sono; e degno a ciò né altri ‘l crede”, si chiede Dante. Me lo chiedo anche io. Ed eccomi qui».

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