L’Apartheid autoinflitta

La preoccupazione di proteggere gli studenti da ogni minimo turbamento sta raggiungendo livelli parossistici. L’ultima moda è la creazione nei campus universitari di alloggi per soli neri

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – La mania dei “safe space” che ammorba il clima nelle istituzioni educative americane pare non avere alcun freno possibile. La preoccupazione di proteggere gli studenti da ogni minimo turbamento intellettuale, e cioè da ogni minimo contatto con idee o portatori di idee potenzialmente “offensive” (leggi: non allineate al pensiero unico politicamente corretto), sta raggiungendo livelli parossistici, al limite dell’autogol. L’ultima assurda moda è la creazione nei campus universitari di alloggi per soli neri.

Avete letto bene. Dormitori per neri. Pochi giorni fa a fare notizia è stato l’annuncio della creazione di uno studentato dedicato alla “Black Living-Learning Community” da parte della California State University di Los Angeles, ma facility dello stesso tipo erano spuntate in precedenza a Davis, a Berkeley e in Connecticut.

Naturalmente le cose non sono mai messe giù così brutalmente, ma per quanto questi spazi siano limitati (non si tratta di interi edifici adibiti allo scopo, per ora, ma solo di singoli piani o ali), per quanto siano pretestuosamente “aperti” a tutti, e per quanto in diversi campus esistano già aree analoghe dedicate ad altre minoranze (questa semmai sarebbe un’aggravante), la tendenza non può che risultare paradossale.

La presidente di una “Black Student Union” descrive il dormitorio per neri della sua università come «decisamente un safe space», uno spazio davvero sicuro, perché in giro si vede solo «gente che ha il tuo stesso aspetto, che passa attraverso le stesse cose che attraversi tu». Visto? Bastava così poco per sconfiggere il razzismo.

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