Colpi pesanti contro lo Stato islamico a Sinjar e Aleppo. E la Turchia si prepara a invadere la Siria

Maxi controffensiva dei curdi in Iraq per riprendersi la città che collega Raqqa e Mosul. In Siria esercito, russi e iraniani rompono l’assedio di Aleppo

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Oltre 7.000 uomini dell’esercito del Kurdistan iracheno hanno lanciato all’alba l’offensiva “Operazione Sinjar libera” per riprendersi la città di Sinjar, strappata ai yazidi l’estate dell’anno scorso dallo Stato islamico. Si tratta della seconda cattiva notizia per l’Isis in soli due giorni, dopo che ieri l’esercito siriano è riuscito a rompere un importante assedio ad Aleppo.

POLI DEL CALIFFATO. Nell’agosto del 2014 i terroristi islamici hanno occupato la città, che si trova a metà strada tra Mosul e il confine siriano, massacrando almeno 5.000 yazidi e sequestrando come minimo 7 mila donne e ragazzine. Da mesi i peshmerga vogliono riprendersi il territorio per tagliare il collegamento tra i due poli del Califfato, Mosul e Raqqa, ma anche perché gli abitanti yazidi cacciati, considerati eretici dall’Isis, sono di etnia curda. L’offensiva è sostenuta anche dai raid aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti.

«CENTINAIA DI TERRORISTI UCCISI». L’attacco rappresenta un duro colpo per l’Isis, già provato ieri da una pesante sconfitta. L’esercito siriano, infatti, aiutato da milizie iraniane e di Hezbollah, e coperto dai bombardamenti aerei russi, ha spezzato l’assedio dei terroristi islamici all’aeroporto militare Kwairis vicino alla città settentrionale di Aleppo che durava da due anni.
Secondo l’agenzia di Stato Sana, «centinaia di terroristi dell’Isis sono stati uccisi e i loro rifugi distrutti con le armi dentro». Da oltre un mese l’esercito di Bashar al-Assad cercava di conquistare la zona, ancora in larga parte in mano a Isis e ribelli. Gli altri obiettivi dell’alleanza russo-siriana sono le province Hama e di Idlib, dove operano ribelli insieme a una milizia jihadista finanziata da Turchia, Qatar e Arabia Saudita.

TURCHIA INVADE LA SIRIA. L’avanzata dell’esercito di Assad potrebbe convincere la Turchia ad attuare il prima possibile il suo progetto di invasione della Siria. A luglio i giornali turchi avevano annunciato l’esistenza di un piano di Ankara per sconfinare. Questo prevedeva l’utilizzo di 18 mila soldati per occupare un’area di 33 chilometri tra le città siriane di Kobane e Marea. La cosiddetta “Linea Marea” servirebbe a realizzare quanto annunciato da Erdogan il 26 giugno: «La comunità internazionale deve sapere che, costi quel che costi, non permetteremo mai che venga creato un nuovo stato nel nord della Siria lunga la nostra frontiera meridionale».

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METÀ DICEMBRE. Ieri, il quotidiano filogovernativo Yeni Safak ha ribadito l’esistenza del piano, riducendo di circa la metà le proporzioni dell’impegno militare (10.700 soldati invece che 18 mila) ma anticipando la data dell’invasione, che dovrebbe avvenire a metà dicembre. Sempre secondo il giornale turco, il piano, che ha già l’approvazione di Barack Obama, che ne ha parlato personalmente con il presidente Recep Tayyip Erdogan in una telefonata di 45 minuti, potrebbe incontrare anche il favore di molti paesi europei dal momento che prevede la creazione di una “zona sicura” dove allestire almeno sei campi profughi per migliaia di persone.

«FACILE ENTRARE, DIFFICILE USCIRE». Così, con la scusa umanitaria, Erdogan cerca di recuperare la partita siriana, che sta nettamente perdendo. Ma la scelta dell’invasione è rischiosa, come dichiarato apertamente anche dal capo di Stato maggiore, Necdet Ozel: «Entrare [in Siria] è facile, ma come uscirne poi? Se non si prepara il terreno dal punto di vista diplomatico, la Turchia si troverà in difficoltà». Secondo un ex ambasciatore europeo in Turchia citato a luglio da Le Monde, «varcare il confine non sarebbe difficile per la Turchia», visto che la Siria è uno Stato in dissoluzione e non ha più il controllo delle sue frontiere, però «Assad, Iran e Russia percepirebbero questa mossa come un’aggressione unilaterale. La legge internazionale darebbe ad Assad [e ai suoi alleati] il diritto di vendicarsi». Allargando ancora di più il conflitto. Questa volta, però, a un paese membro della Nato.

Foto Ansa/Ap

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