Così la Cina accetta di perdere soldi pur di dedollarizzare il mondo
La Cina ha deciso di internazionalizzare la sua moneta, lo yuan, per farlo diventare una valuta di riserva come il dollaro Usa, e persegue questo obiettivo anche se le costa parecchi quattrini che potrebbe in alternativa incassare. L’ultimo esempio in ordine di tempo è la conversione del debito denominato in dollari che alcuni paesi africani hanno con la Cina, in debito denominato in yuan. All’inizio del mese scorso il Kenya ha finalizzato la conversione in renminbi (altro nome della valuta di Pechino) di tre prestiti cinesi stimati complessivamente in 3,5 miliardi di dollari e destinati alla costruzione di una linea ferroviaria lunga 600 chilometri fra il porto di Mombasa e la stazione di Naivasha nella Rift Valley.
Per parte sua l’Etiopia ha avviato negoziati col governo cinese allo scopo di convertire almeno una parte dei suoi 5,38 miliardi di dollari di debito verso Pechino in debito denominato in renminbi. Lo Zambia, che deve alla Cina una cifra approssimativa attorno ai 6 miliardi di dollari, segue da vicino l’accordo concluso dal Kenya nella speranza di poterne concludere uno analogo. Fuori dall’Africa, lo Sri Lanka (4,7 miliardi di dollari di debito verso la Cina) risulta interessato alla stessa soluzione.
Nairobi risparmia, Pechino ci smena
Il motivo che spinge i paesi sopra menzionati a chiedere la conversione del loro debito è la possibilità di un risparmio sul pagamento degli interessi: è vero che dall’inizio della presidenza Trump il dollaro ha perso circa il 10 per cento del suo valore, e quindi potrebbe sembrare conveniente conservare in questa valuta il debito contratto, ma si dà il caso che nell’arco degli ultimi quattro anni i tassi d’interesse americani siano saliti, passando dall’1 per cento del 2021 al 4,15 per cento di oggi. Di conseguenza, indebitarsi in yuan risulta attualmente più conveniente che indebitarsi in dollari americani: secondo il ministro delle Finanze kenyano John Mbadi l’accordo concluso con Pechino permetterà al suo paese di risparmiare 215 milioni di dollari.
Nel suo caso, i prestiti contratti in dollari comporterebbero interessi del 7 per cento da pagare, contro il 3 per cento di un debito denominato in renminbi. Se questo è vero, la Cina ha accettato di perdere risorse che avrebbe altrimenti incassato. Il motivo della sua decisione non sta nello spirito filantropico dei suoi governanti, ma nella volontà politica di internazionalizzare la propria moneta come riserva valutaria e di incoraggiare la dedollarizzazione dell’economia mondiale.
Fuga da valuta e debito Usa
La dedollarizzazione è già in corso da tempo, anche se procede nei fatti lentamente. Fanno tuttavia notizia avvenimenti come l’annuncio che Panama e Colombia, paesi molto dipendenti dal dollaro, abbiano deciso di contrarre nuovi prestiti in una valuta come il franco svizzero. O il fatto che la Cina, per un certo periodo detentrice numero uno di titoli di Stato del debito Usa, sia oggi scesa al terzo posto (dietro al Giappone e al Regno Unito), dopo aver venduto 600 miliardi di bond del Tesoro americano fra il 2016 e il 2023. Pechino si “accontenta” di detenere oggi circa 757 miliardi di dollari del debito pubblico Usa (che nel totale raggiunge la stratosferica cifra di 38 mila miliardi di dollari).
La stessa strategia di relativa dedollarizzazione della finanza sta prendendo piede in molti paesi. Scrive il quotidiano finanziario francese Les Echos:
«In Asia, nei paesi del Golfo e oramai in Africa i dirigenti politici cercano di ridurre la loro dipendenza dal dollaro per rafforzare i legami finanziari regionali, attenuare la loro esposizione ai cicli dei tassi di interesse americani, stabilizzare la gestione dei loro tassi di cambio e diversificare le riserve. Sul piano politico, questi paesi vogliono limitare la loro esposizione alle sanzioni e ai cambiamenti di politica di Washington. Nel frattempo la Cina ne approfitta per rafforzare la propria influenza su questi paesi».
L’espansione dell’influenza cinese
Gli effetti di questo riorientamento cominciano a farsi sentire. Nel quarto di secolo che va dal 1999 al 2024 la percentuale della valuta americana detenuta nelle riserve delle Banche centrali di tutto il mondo è scesa dal 71 per cento al 57,8 per cento delle riserve; negli ultimi otto anni, cioè fra il 2016 e il 2024, la percentuale è scesa dal 65,4 al 57,8 per cento.
A beneficiare di questo riaggiustamento però finora non è stata la valuta cinese, ferma a un modesto 2,1 per cento (che però è il doppio dell’1,1 per cento del 2016), né l’euro che alla fine del 2024 segnava più o meno lo stesso valore del 2016 (19,84 per cento contro il 19,14 per cento di otto anni prima), bensì l’insieme delle “altre valute”, che comprendono anche lo yuan, ma soprattutto lo yen giapponese (5,82 per cento), la sterlina britannica (4,73 per cento), il dollaro canadese (2,77 per cento), il dollaro australiano (2 per cento) e il franco svizzero (0,8 per cento).
Convertire in yuan i prestiti in dollari fatti a paesi soprattutto africani (ma anche asiatici e latinoamericani) è certamente un modo per consolidare l’influenza cinese su questi paesi in una fase in cui Pechino tende a fare pochi nuovi prestiti. Attualmente i paesi emergenti versano alla Cina 3,9 miliardi di dollari di interessi all’anno sui debiti che hanno contratto con essa, cioè una cifra decisamente superiore ai nuovi prestiti cinesi. Non bisogna però dimenticare la grande operazione della realizzazione di progetti infrastrutturali, che hanno comportato anche molti prestiti e che la Cina ha condotto nei paesi emergenti fra il 2008 e il 2024: si calcola che essa abbia comportato investimenti per 472 miliardi di dollari.
Oro in cascina
Per garantire tangibilmente la sua moneta e per combattere la dollarizzazione della finanza mondiale la Cina ha poi inaugurato la politica dell’acquisto dell’oro. L’interesse della Cina per l’oro è apparso chiaro nel 2010, quando le sue riserve auree sono salite a 1.054 tonnellate, dalle circa 600 tonnellate del 2005. Dieci anni dopo, nel 2020, le sue riserve auree erano quasi raddoppiate di nuovo, raggiungendo quasi le 2 mila tonnellate. Alla fine del 2024 sono arrivate 2.279 tonnellate, quasi il quadruplo rispetto al 2005 e il 30 per cento in più rispetto al 2015, quando erano già diventate 1.762.
L’attuale quantità fa della Cina il sesto paese al mondo per quantità di riserve auree, in un mercato nel quale il prezzo dell’oro continua a salire. Ciò è dovuto non solo agli acquisti cinesi, ma anche a quelli di India e Russia, passate rispettivamente dalle 557 e dalle 1.414 tonnellate del 2015 alle 822 e alle 2.329 di fine 2024. Invece Stati Uniti, Germania, Francia e Italia sono rimaste sostanzialmente agli stessi valori che registravano nel 2015. Lo Shanghai Gold Exchange festeggia.
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