«Ci avete rubato il futuro», dicono gli ambientalisti che non vogliono darci un futuro

Per alcuni giovani attivisti il j’accuse più vecchio del mondo è una buona ragione per non infliggere più figli al pianeta

“Ci avete rubato il futuro” è un j’accuse vecchio come la terra. “Ci avete rubato il futuro” è la liturgia di tutte le occupazioni e dei cortei studenteschi. “Ci avete rubato il futuro” lo ha twittato la generazione Erasmus che non voleva la Brexit. Lo ha scritto il trentenne Michele prima di suicidarsi nel 2017 a Udine, stanco dei troppi colloqui di lavoro inutili, lo ha postato una giovane disoccupata sarda senza soldi per sposarsi sulla bacheca di Di Maio il giorno della festa del lavoro, ottenendo un boom di like e condivisioni. A riprendersi il futuro ha puntato la sommossa parricida del Sessantotto, e da Freud in poi la rivolta contro i padri è entrata di diritto nella scienza psicanalitica.

Insomma, tra storia e slogan, non c’era niente di nuovo sotto il sole che splendeva sui #FridaysForFuture ispirati dall’attivismo della sedicenne svedese Greta Thunberg: l’incertezza del futuro, attribuire la colpa di tale incertezza a padri e padroni, è da sempre la condizione di tutte le generazioni. E vivere il rapporto con l’altro attraverso un modello di fraternità, uguaglianza e pari opportunità, e non più attraverso il modello della paternità, della genealogia e della discendenza, è da sempre l’aspirazione di ogni democrazia moderna. Per questo i #FridaysForFuture piacciono a tutti. La novità, che vivaddio ha ancora il fiato corto in piazza, ma lunghissimo tra i media che quella piazza non smettono di elogiare, è che l’incertezza del futuro si possa combattere annullando il futuro stesso.

«SIAMO FOTTUTI, È GIUSTO AVERE ANCORA FIGLI?»

Quando due anni fa il Foreign Policy mise a un tavolo Travis Rieder (del Berman Institute of Bioethics della Johns Hopkins University) e Rebecca Kukla (del Kennedy Institute of Ethics della Georgetown) a discutere se è etico avere figli in un mondo minacciato dal degrado ambientale, non immaginavamo che la teoria denatalista avrebbe tenuto bordone tra le stesse giovani generazioni. La più giovane parlamentare degli Stati Uniti d’America, Alexandria Ocasio-Cortez, ne ha parlato con i suoi 2,7 milioni di follower su Instagram: «Siamo fottuti. Mi spiace dirvelo ma quando si parla di clima siamo davvero fottuti. Esiste una minaccia globale per il pianeta», «c’è consenso scientifico sul fatto che la vita dei bambini sarà molto difficile e questo dovrebbe portare i giovani a una domanda legittima: è giusto avere ancora figli?».

LA GARANZIA DI UNA “VITA FELICE”

L’astro nascente del partito democratico è una buonissima influencer e le sue bizzarre esternazioni richiamano un’indagine del New York Times del luglio scorso: il 33 per cento degli intervistati tra i 20 e i 45 anni dichiarano di avere, o che avranno, meno figli di quelli desiderati perché «preoccupati dai cambiamenti climatici». Di più: il 38 per cento degli americani tra i 18 e i 29 anni, che il mese scorso hanno partecipato a un sondaggio di Business Insider, ha convenuto che il cambiamento climatico dovrebbe essere un fattore decisivo nella scelta di una coppia sull’opportunità di avere figli. E il 34 per cento degli americani di età compresa tra i 30 e i 44 anni concordano. L’89 per cento di tutti loro ritiene in ogni caso che per mettere al mondo un figlio bisogna prima valutare la capacità di sostenerlo e «garantirgli una vita felice».

«NON POSSIAMO PROTEGGERE I FIGLI DA KATRINA»

Che “siamo fottuti” è anche il mantra di Conceivable Future, il portale ultimamente più citato dai media liberal in difesa di Ocasio-Cortez, celebrata per aver toccato un argomento tabù che pochi politici avrebbero il coraggio di affrontare. Fondato da una sociologa e una scrittrice, questo movimento vede il cambiamento climatico come una questione di «giustizia riproduttiva»: «Non siamo la generazione del futuro, siamo la generazione del presente», «non possiamo proteggere i nostri figli da un’altra Katrina o da un’altra Harvey, da un incendio in California o da una colata di Washington, e non possiamo dar loro da mangiare quando la siccità distruggerà i nostri approvvigionamenti. Abbiamo bisogno del sostegno del governo per tenere fuori dalla nostra falda acquifera sostanze cancerogene e per combattere la diffusione di Zika». Per le attiviste il cambiamento climatico sta imponendo crescenti restrizioni all’autoderminazione riproduttiva, «nessuno può fare liberamente “scelte” riproduttive di fronte a così tante pressioni economiche e ambientali».

LA COLPA DELLA FAMIGLIA TRADIZIONALE

Due mesi fa la Bbc in un video corredato da immagini catastrofiche intitolato “Climate Change: Are children really the future?” ha ospitato le testimonianze di quanti hanno deciso «di non avere figli, di fare la mia parte per i cambiamenti climatici», persone «che hanno paura del futuro e hanno ripensato all’idea di creare una famiglia». È l’inquietante, spontaneista, risposta alla domanda dei bioeticisti Rieder e Kukla: «La comunità globale dovrebbe pensare all’adozione di politiche di pianificazione familiare per ridurre la crescita della popolazione?». Sarebbe una buona idea, visto che è il tasso di crescita della popolazione a rendere ancora più spaventosi i cambiamenti climatici, rispondono i due, non fosse che nella nostra cultura ci sono «brave persone, persone altruiste, persone carine con buoni valori, che vogliono avere figli, vogliono costruire cose che assomigliano a famiglie tradizionali». Come fare perché queste brave persone la smettano di danneggiare il pianeta, senza scadere nella terribile politica del figlio unico in Cina, guardando magari al modello “non coercitivo” dell’Iran che in vent’anni portò il numero medio di figli partoriti da ogni donna da sei e mezzo a due, fornendo un più facile accesso alla contraccezione e vari strumenti di pianificazione familiare?

«INFLIGGIAMO IL BAMBINO AL MONDO E IL MONDO AL BAMBINO»

Si potrebbe pensare, azzardano i filosofi, a telenovele che mostrino alle donne quanto è possibile godersi la vita ritardando il matrimonio, la gravidanza, restando single e senza figli, o proponendo incentivi positivi o negativi (per promuovere la partecipazione delle coppie a corsi di pianificazione famigliare o addirittura tassando il numero di figli per le famiglie facoltose). Gli studiosi ammettono che la questione è spinosa, in molti casi potrebbe distruggere il già fragile controllo delle donne sul proprio corpo, tuttavia sono anni che Rieder va promuovendo una piccola etica famigliare o una ingegneria della popolazione, ripetendo che ogni bambino aumenta la pressione sull’ambiente, che «infliggiamo il bambino al mondo e infliggiamo il mondo al bambino».

Per il bioeticista, ripubblicato dal Guardian al The New Republic, «sebbene speriamo che gli umani ci salvino (in effetti, abbiamo disperatamente bisogno di persone brillanti per sviluppare una tecnologia capace di rimuovere il carbonio dall’aria, per esempio), la soluzione al problema non può essere continuare ad avere il maggior numero possibile di bambini. Perché ogni bambino è anche un emettitore, che sia un genio o meno». Non è un danno per qualcuno non nascere, dice Rieder che considera più “anti-vita” dare la vita a qualcuno in queste condizioni, «io, come molti filosofi, ritengo sia molto più morale rendere le persone felici piuttosto che generare persone felici».

LA VIGNETTA DI ALTAN

Il 2 giugno 2012 Repubblica pubblicava una vignetta di Altan. Due bimbi con un giocattolo in mano si scambiano due battute: “Abbiamo diritto a un po’ di felicità”, “a chi gliela togliamo?”. Non c’è immagine più azzeccata per descrivere un certo ambientalismo neomalthusiano e dalla coscienza estremamente pulita, che dal preservare la terra per i bambini è già passato al preservare la terra dai bambini: se la felicità è un diritto e ha i giorni contati a causa dei cambiamenti climatici, è inevitabile che qualcuno dovrà perderla. Ma per dirla alla Chuck Palahniuk, quand’è che il futuro è passato da essere una promessa a essere una minaccia? E come si è passati dalla soppressione dei padri a quella dei posteri?

Foto Ansa