Educate Greta Thunberg al pensiero critico (e salvatela dal Nobel)

La ragazzina svedese è affetta da sindrome di Asperger e non è uno scienziato. Non stupisce dunque che dia voce ai peggiori luoghi comuni sul clima, stupisce l’autismo di una società che si rinchiude in un adorante mutismo selettivo

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Educate Greta Thunberg, educatela a un pensiero critico. Educatela, liberatela dal cretinismo demagogico degli editorialisti di tutto il mondo che quando la guardano fanno “oh”, dagli incensi del Forum economico di Davos, dalla Commissione Ue e dalla Cop24 di Katowice, dal Premio Nobel per la Pace e da chi l’ha investita della missione di rappresentare sul pianeta un modello di determinazione, ispirazione e azione positiva.

Perché se è vero che attraverso i giovani si ricostruisce una società, il primo problema della società dovrebbe essere educarli. Cioè spalancare loro finestre e insegnare loro che diventare grandi è guardare fuori e respirare a polmoni pieni, non andare in brodo di giuggiole perché a 16 anni ne hanno già “pieni i polmoni”.

CHI È GRETA THUNBERG

Greta Thunberg non è uno scienziato, né un economista, né tantomeno un climatologo, si è formata sui luoghi comuni, è fermamente convinta che basti far sentire in colpa le persone per convincerle che è il tubo di scappamento della loro automobile a desertificare il Madagascar meridionale, e che il commissariamento di ogni attività umana risolverà la situazione. Ecco chi è Greta, una sana adolescente ignara della complessità del mondo, che si è ritrovata in un batter di ciglia a far da megafono di quanti sul mondo hanno già preso topiche clamorose: pensiamo solo al blasonato Ipcc, gruppo intergovernativo Onu sui cambiamenti climatici che aveva previsto lo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya (che non si sono sciolti).

Un anno fa non era così: introversa, colazione alle sei del mattino, scuola, ritorno a casa alle 15, «nella mia vita non stava accadendo nulla», ha raccontato la piccola svedese in un’illuminante intervista al Guardian. La sua mamma, Malena Ernman, è una delle cantanti liriche più famose della Svezia, suo padre, attore e autore, si chiama Svante in omaggio a Svante Arrhenius (scienziato che prese il Nobel e nel 1896 calcolò il rapporto tra emissioni ed effetto serra). Quattro anni fa le viene diagnosticata la sindrome di Asperger: «Penso troppo. Alcune persone possono semplicemente fregarsene delle cose, ma io non posso, soprattutto se c’è qualcosa che mi preoccupa o che mi rende triste. Mi ricordo quando ero più giovane e a scuola i nostri insegnanti ci hanno mostrato dei video sulla plastica che riempie l’oceano, orsi polari morti di fame e così via. E io ho pianto durante tutti i film. I miei compagni di classe si erano preoccupati guardandoli, ma appena ultimati hanno iniziato a pensare ad altro. Io non potrei farlo».

DALLA DEPRESSIONE AL «FARE LA DIFFERENZA»

A otto anni entra in depressione, sente parlare di cambiamenti climatici e inizia a chiedersi «se avrò un futuro». Si rinchiude in se stessa, smette di andare a scuola. Finalmente si confida con i suoi, non crede ai loro «andrà tutto bene» ma si sente meglio a parlarne, a mostrare loro i video, gli articoli che la preoccupano, si sente ascoltata e quando vede che i genitori iniziano a prendere in considerazione le sue preoccupazioni decide che quella è la strada giusta per uscire dalla depressione, farsi ascoltare, «fare la differenza».

Greta inizia a usare i suoi genitori come cavie, scopre di avere «notevoli poteri di persuasione». Convince la mamma abituata alle tournée a non viaggiare più in aereo (cosa che avrà un notevole impatto sulla sua carriera), il padre a diventare vegetariano. I suoi si sentono sollevati, Greta non è più imbronciata e introversa, e si appassionano ai libri che legge, all’emergenza climatica: «Se questo può accadere, tutto può succedere».

IL SOLLUCHERO DEI GIORNALI E DEI POTENTI

Il 20 agosto scorso, dopo un’ondata di caldo record che devasta di incendi i boschi svedesi, succede per esempio che Greta salti la scuola per andare a protestare con la sua bici davanti al Parlamento. Conquistandosi, con la sua faccia bambina e le trecce che spuntano dal cappellino, un posto al sole sui giornali di tutto il mondo. Quando iniziano a invitarla a tenere discorsi pubblici sul clima i genitori sono reticenti, li preoccupano i periodi di mutismo selettivo associati alla sua sindrome. Ma Greta è determinatissima e quando arringa la folla invitandola a filmare e diffondere i suoi appelli in un inglese perfetto attraverso i social i genitori impazziscono di gioia: «Ho pianto», dice il papà.

La bambina ormai vive per combattere malfattori e nemici del clima, da qui il celebre discorso ai miliardari di Davos: «Non voglio che siate pieni di speranza. Voglio farvi prendere dal panico. Voglio che sentiate la paura che provo ogni giorno». I giornali vanno in solluchero, fraseggi come quelli rivolti agli studenti che scioperano criticati dai loro insegnanti («cercano sempre di cambiare argomento, sanno che non possono vincere questa battaglia perché non hanno fatto nulla per combatterla») portano Greta a dividere il podio con rappresentanti dell’Onu, il presidente francese Emmanuel Macron, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e a farsi elogiare dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.

NON TRASFORMATELA IN UNA GINKS QUALUNQUE

A buttarla in vacca bisognerebbe riconoscere che il climate change ha avuto un favoloso impatto su questa famiglia in cui prima «non stava accadendo nulla» e ora «tutto può succedere». I genitori affermano adesso che l’Asperger è stata una benedizione, impedisce alla loro figlia di perdere tempo con le distrazioni sociali e concentrarsi sui problemi. Le permette di trovarsi a suo agio con le folle, lei, che ha difficoltà a spiccicare parola a tu per tu e avere rapporti personali. «Ci sarà molto odio», dice Greta degli haters, suoi e dunque del pianeta terra e dei suoi giovani militanti. «È un segno positivo. C’è perché ci vedono come una minaccia. Ciò significa che qualcosa è cambiato nel dibattito e stiamo facendo la differenza».

Intanto bisognerebbe fare la differenza anche all’interno del conformismo verde imperante, augurarsi che nessuna Greta cresca come l’astro nascente del partito dem americano Ocasio-Cortez, a pelare patate su Instagram invitando il popolo a smettere di figliare, a distruggere e ricostruire ogni singolo edificio americano, chiudere il traffico aereo e arrivare alle Hawaii in treno. O come il movimento delle Ginks che mirano a ridurre la popolazione mondiale di 500 milioni di individui nel 2050 e che per dare il buon esempio hanno smesso di riprodursi («la contraccezione è un mezzo che costa cinque volte meno delle tecnologie convenzionali per combattere il riscaldamento climatico»).

L’ADORANTE MUTISMO SELETTIVO DELLA SOCIETÀ

Il fatto è che Greta ha mutuato tanta superficialità green in qualcosa di più radicale: «Ho la sindrome di Asperger, e per me, quasi tutto è bianco o nero», ha detto a Londra, «non ci sono zone grigie quando si tratta di sopravvivenza». Ed ecco il punto: non stupisce il fatto che una adolescente, con una sindrome dello spettro autistico, venga usata per veicolare la visione dell’implacabile uomo Crono intento a cibarsi dei virgulti della terra («Dite di amare i vostri figli più di ogni altra cosa, invece gli state rubando il futuro», grida Greta sulla copertina di Internazionale). Stupisce piuttosto l’autismo di una società che vuol dirsi adulta e che davanti a una ragazzina (davanti ai ragazzini, da quella che ha invitato il Papa a trascorrere una Pasqua vegana ai migliaia di studenti che ogni santo “Fridays for future” diserteranno i banchi per fermare i cambiamenti climatici), invece di spalancarle finestre e mostrare che no, il mondo non è bianco e nero, che lo scopo della vita non è un obiettivo di Parigi e che l’orizzonte è più grande del 2050, si rinchiude in un adorante mutismo selettivo.

È questo il vero debito della società adulta verso i suoi ragazzi: aver rinunciato a guidarli, nelle loro ricerche azzardate sul destino del mondo, a un punto di approdo, una sorgente ricca di acqua fresca. E che potrebbe avere un impatto più devastante di ogni global warming.

Foto Ansa

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