Chi rappresenta i popolari di centrodestra?

Il tonfo dei grillini (bene), ma per chi s’impegna per una politica all’insegna della sussidiarietà è ora di farsi qualche domanda brutale

Per chi come noi ha sempre guardato con simpatia ad una politica che mettesse al centro la persona, secondo il metodo della sussidiarietà, ispirandosi a una tradizione cattolica, riformista e moderata, mentre ha sempre ritenuto alla stregua di una pestilenza una politica impostata sul risentimento e lo statalismo, il voto in Emilia-Romagna e Calabria dice due cose.

Rovina grillina

La prima, positiva, riguarda la débâcle dei cinquestelle. Il movimento di Beppe Grillo conferma di essere in seria difficoltà. In Emilia-Romagna aveva il 13,3 per cento alle regionali del 2014, il 27,5 alle politiche del 2018, il 12,8 alle Europee del 2019 e oggi raggranella un misero 4,7. Nel 2018 aveva raccolto 698.000 voti, oggi 102.000. Un tonfo proprio nella regione da dove partì tutto. Qui ha giocato certamente il voto dei grillini per Stefano Bonaccini, ma i numeri sono numeri e la rovina è lampante.

In caduta anche al Sud, dove negli ultimi anni si erano concentrati i maggiori consensi. In Calabria era al 4,9 nel 2014, al 43,4 nel 2018, al 26,7 nel 2019 e oggi al 6,2 (qui sotto la tabella apparsa oggi su Repubblica, con i dati odierni non ancora definitivi).

Liquefazione nel Pd

La progressiva scomparsa di Grillo, il “passo di lato” (lo chiamano così) di Luigi Di Maio, l’evanescenza pasticciona di una classe dirigente che o non fa o fa disastri (reddito di cittadinanza, spazzacorrotti, prescrizione) segnano la fine del Movimento? A noi pare, e ormai già da un po’, che i cinquestelle stiano liquefacendosi per finire nel Pd, come le stesse mosse di Giuseppe Conte confermano.

La scomparsa di Forza Italia

C’è poi una seconda osservazione da fare e che riguarda il centrodestra, ormai sempre più “destra” e sempre meno “centro”, soprattutto al Nord. L’area che ruota intorno a Forza Italia in Emilia-Romagna è passata dall’8,4 delle regionali del 2014 al 9,9 delle politiche 2018, al 5,9 delle Europee del 2019 al misero 2,6 di ieri. Sono tutti voti che si sono spostati verso la Lega e Fratelli d’Italia, cioè verso due forze che hanno priorità diverse da quelle rappresentate dall’area dei liberali che Silvio Berlusconi ha sempre cercato di rappresentare.

In Calabria, la situazione è diversa, anche per ragioni su cui ora non ci si soffermerà. Forza Italia è passata dal 12,3 del 2014 al 20,1 del 2018, al 13,3 del 2019 al 12,4 di oggi (più la percentuale della lista Santelli, 8,5, e quella di una lista moderata della coalizione, intorno al 6).

Domande brutali

I dirigenti berlusconiani insistono nell’enfatizzare il risultato calabrese, come lecito, a discapito di quello emiliano-romagnolo, ma anche qui i numeri sono numeri ed è lampante come la presenza di Forza Italia sia ormai al lumicino tra le forze imprenditoriali del Nord che ormai paiono essersi spostate (chissà quanto convintamente) su Lega e Fdi.

Le domande che si impongono sono brutali. C’è ancora spazio in Italia per una forza popolare che non si riconosca nella sinistra? Dove? Intorno a quali parole d’ordine? Con quali leader? Si accettano suggerimenti.

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