«Centinaia di profughi sono ammassati sulle coste libiche, le milizie li obbligano ad andare alla morte in mare»

Intervista a padre Mussie Zerai, sacerdote candidato al premio Nobel per la pace che aiuta i migranti: «L’avanzata dello Stato islamico peggiora la loro situazione»

mussie-zerai-facebook«Stanno raggruppando centinaia di profughi sulle coste libiche, pronti a mandarli allo sbaraglio». Le ultime notizie dalla Libia pervenute a padre Mussie Zerai (foto a fianco) non sono per niente rassicuranti. Il sacerdote cattolico eritreo, candidato al premio Nobel per la pace 2015, è la prima persona che i profughi chiamano per chiedere aiuto quando i bastimenti rischiano di affondare e durante il terribile viaggio che li porta dai paesi di origine fino alle coste italiane. Davanti all’avanzata dello Stato islamico in Libia e al rischio di una nuova guerra, padre Zerai è «preoccupato, perché i primi a fare le spese del peggioramento della situazione saranno i migranti», dichiara a tempi.it.

Cosa sta succedendo sulle coste di Tripoli?
Ho parlato anche ieri sera con alcuni profughi eritrei, che si trovano sulle coste di Tripoli. Mi hanno detto che ogni giorno arrivano tra le 60 e le 100 persone. Li ammassano verso le coste da tutta la Libia e poi li costringono a entrare dentro capannoni, dove vivono anche 600 persone. Ora gli hanno detto che partiranno, anche se non sanno il giorno preciso.

Quanti sono in tutto?
È difficile dare numeri perché i capannoni sono tanti e non comunicano tra di loro. Molti non sanno neanche dove si trovano perché vengono trasportati lì rinchiusi dentro ai camion. I profughi dai capannoni non possono neanche uscire e sono costretti a fare i loro bisogni lì dentro, dove vivono e dormono. Ci sono anche donne incinte. La loro situazione igienico-sanitaria è spaventosa.

L’avanzata dello Stato islamico peggiora ancora di più le cose?
Sì, se il conflitto peggiora, perché nessuno si preoccupa di queste persone e basta un colpo di mortaio che cada sui capannoni per fare una strage.

mare-nostrum-marina-lampedusa-migranti-barconi4Sembra che l’Isis abbia preso i porti da cui partono i migranti. Sono loro ora che li tengono prigionieri e li sfruttano?
I migranti non sanno distinguere gli uomini armati che li circondano. Non sanno se appartengono a una milizia oppure a un’altra, vedono solo uomini con le armi.

Il caos libico è alla base della strage della scorsa settimana (almeno 300 morti in mare, ndr)?
In parte sì, perché per le milizie che si dedicano a questo traffico si tratta di un affare da milioni di dollari. Il fatto che il paese sia fuori controllo permette loro di agire indisturbati. Questi criminali obbligano le persone a partire contro la loro volontà anche quando il mare non è tranquillo, su gommoni o barconi fatiscenti. Bisogna capire che sono mandati a morire anche se non vogliono. Ma c’è un’altra causa.

Quale?
La cancellazione del progetto Mare Nostrum. È chiaro che il nuovo progetto Triton non basta, perché ha il solo mandato di sorvegliare i confini e, in caso, di soccorrere i barconi a trenta miglia dalla costa. Ma i disastri avvengono molto prima. La comunità europea deve fare di tutto per salvarli e tornare a un progetto simile a Mare Nostrum perché stanno per partire in migliaia. Anche se neanche questo basta.

Di cosa c’è bisogno?
È necessario chiudere il rubinetto alla fonte. Da quali paesi stanno partendo queste persone? Bisogna risolvere nei paesi d’origine di queste persone i problemi che li spingono a partire. Altrimenti non ne usciremo mai più.

mare-nostrum-marina-lampedusa-migranti-barconi2Lei è d’accordo con un nuovo intervento internazionale in Libia?
Dipende. Se c’è una strategia precisa per rimettere in piedi un paese allo sfacelo, allora sì. Ma questo andava fatto nel 2011. Da allora ad oggi, i diversi terroristi si sono armati e organizzati. È difficile ricomporre tutto dopo che Al Qaeda, Isis e altri hanno messo le mani sul paese. La situazione libica si avvicina a quella somala ormai. Se l’Unione Europea è pronta a una lunga ed estenuante battaglia per rimettere in piedi questo Stato e sollevarlo dal caos, allora va bene. Ma non possono più pensare di liquidare le cose in tempi brevi.

Le ha fatto piacere ricevere la candidatura al premio Nobel?
Sì, ma solo se serve a richiamare l’attenzione della comunità internazionale su questo dramma. Non c’è pace senza giustizia, non c’è pace senza diritti. Questa gente scappa da persecuzioni e ingiustizie, cercando libertà e dignità. Se la candidatura serve a fare luce su questa situazione, ben venga.