La scuola è cominciata anche per i figli dei detenuti. «Le colpe dei genitori non ricadano su di loro»

Mozione alla Camera per «garantire visite in carcere compatibili con gli orari di lezione». Intervista al primo firmatario Piergiorgio Carrescia (Pd)

«Sono 100 mila i minori che ogni anno varcano le soglie di 207 istituti penali per andare a trovare i loro familiari detenuti», dice a tempi.it il deputato Piergiorgio Carrescia (Pd). Numeri impressionanti che testimoniano l’urgenza di misure volte a facilitare ai figli di detenuti la visita in carcere dei loro genitori, senza costringerli ad assentarsi da scuola. Così lo stesso Carrescia, il 23 luglio scorso, si è convinto a depositare alla Camera una mozione in materia, un testo che ha trovato subito una larga disponibilità da parte degli eletti: le firme dei deputati in calce alla mozione sono una cinquantina, da Pd, Sel, Scelta civica e gruppo misto.

Onorevole, che dimensioni ha questo problema?
È molto difficile quantificare il numero delle persone coinvolte. Secondo i dati del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al 31 dicembre 2012, i 65 mila detenuti hanno dichiarato di avere un totale di 24.564 figli. Questo dato in realtà sarebbe di gran lunga maggiore, considerando le stime (peraltro prudenti) delle associazioni di volontariato che si occupano dei detenuti e dei loro figli, secondo le quali i minori sono circa 100 mila. In Europa sono invece 800 mila. Purtroppo la nostra organizzazione penitenziaria fa ricadere le colpe dei genitori sui figli, pesantemente penalizzati nel diritto allo studio dall’amministrazione penitenziaria.

Perché?
I colloqui con i genitori detenuti consentiti (per un massimo di sei visite al mese) avvengono di solito come tutti gli altri colloqui, solo nei giorni infrasettimanali, ad esclusione dei giorni festivi e della domenica. E per di più di mattina, in orari “di lezione”. Secondo uno studio condotto in una tesi di laurea, per esempio, nella regione Marche dei circa 400-500 minori figli di detenuti solo alcuni riescono nel corso dell’anno scolastico ad avere un colloquio con i genitori. È un problema gravissimo e la Commissione mista per lo studio dei problemi della magistratura di sorveglianza è stato il primo organismo istituzionale italiano a portarlo all’attenzione dell’amministrazione penitenziaria, chiedendo di introdurre maggiore flessibilità per gli orari d’accesso, utilizzando i giorni festivi e le domeniche. Per questo abbiamo presentato la mozione parlamentare.

E ora cosa succederà?
L’iter prevede che sia la conferenza dei capigruppo con la Presidenza della Camera a decidere quali mozioni calendarizzare in aula. Spero che la nostra, essendo firmata da esponenti di più gruppi, sia programmata con celerità.

Qual è stata la reazione dei parlamentari quando ha presentato loro il testo della mozione?
Ne ho trovati diversi che si sono voluti aggiungere ai firmatari e molti altri che dopo il deposito hanno apprezzato l’iniziativa: sul tema delle carceri c’è sensibilità. È chiaro che il problema è complesso e una mozione non basta, ma almeno è utile ad aprire una breccia di sensibilità interpartitica. Bisogna risolvere il problema quanto prima, dato che si è già aperto un nuovo anno scolastico.

Lei ha avuto modo di incontrare personalmente i detenuti o i loro parenti?
Non ho potuto finora entrare in carcere, ma ho incontrato dei familiari ed è stato toccante. È un tema che ho conosciuto soprattutto in questi ultimi mesi da parlamentare. Ho incontrato in particolare il figlio di un detenuto, che mi ha raccontato cosa ha comportato per la sua famiglia avere un padre in carcere, parlarne con gli amici: sono situazioni molto personali e non voglio addentrarmi, ma sicuramente la difficoltà per queste persone è anche psicologica. Per un bambino o un ragazzo il fatto di doversi assentare da scuola per visitare il genitore in carcere, oltre al problema concreto, pone un problema psicologico, la ferita di doversi giustificare con gli insegnanti o i compagni di classe e a volte di essere giudicati. Non ci si pensa mai, ma i figli dei detenuti sono a loro volta vittime del reato.