Libia. Il generale Haftar si prende i pozzi di petrolio e il governo appoggiato dall’Onu gli dichiara guerra

Mentre va avanti la battaglia per cacciare da Sirte l’Isis, Haftar, che controlla il Parlamento di Tobruk, ha conquistato i principali pozzi di petrolio che erano nelle mani di una milizia legata al governo Onu

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

tratto dall’Osservatore romano – Si complica la situazione in Libia. Mentre la battaglia per riconquistare Sirte ai miliziani del cosiddetto Stato islamico (Is), a quattro mesi dal suo inizio, non è ancora completata, il generale Khalifa Haftar ha saputo approfittare della cruenta offensiva contro i jihadisti per impadronirsi del controllo della Mezzaluna petrolifera, la zona che va da Agedabia passando per Al Sidra e Ras Lanuf fino al porto di al Zuwetina, un’area tra la costa e il deserto in cui si trovano le principali installazioni petrolifere del Paese.

Il Consiglio di presidenza del Governo di accordo nazionale libico del premier designato, Fayez Al Serraj, riconosciuto dall’Onu, ma non dal Parlamento di Tobruk, che deve ancora votare la fiducia all’Esecutivo, ha affermato in una nota che «l’attacco ai terminal di petrolio contrasta con il processo di riconciliazione nazionale e fa cadere le speranze dei libici nella realizzazione della stabilità». Poi il premier libico Al Serraj, ha annunciato la controffensiva per la ripresa dei pozzi petroliferi, caduti nelle scorse ore nelle mani del generale Haftar. Ora il rischio è una recrudescenza dei combattimenti tra le fazioni dell’est e dell’ovest del Paese nordafricano.

D’altra parte la questione del petrolio è quella cruciale in Libia e la battaglia per il controllo dei pozzi e dei terminal petroliferi rischia di sfociare in una vera e propria guerra civile, un confronto aperto tra le truppe del generale Haftar e le milizie di Misurata — già impegnate contro l’Is a Sirte — che sostengono il premier Al Serraj. L’offensiva del generale Haftar mette infatti a rischio la strategia di sopravvivenza del Governo di Al Serraj, alla disperata ricerca di risorse finanziarie (dopo la caduta di Gheddafi, la produzione petrolifera è crollata: oggi arriva a stento ai 200.000 barili al giorno, il 10 per cento rispetto al 2011). Ma sfida anche gli sforzi delle Nazioni Unite di tutelare il Governo di unione nazionale.

Gli attacchi ai terminal petroliferi nell’est della Libia «minano la stabilità e portano a una maggiore divisione del Paese», ha affermato l’inviato speciale dell’Onu per la Libia, Martin Kobler, aggiungendo: «Chiedo il rispetto della risoluzione 2259 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che riconosce il Governo di unità nazionale come l’unica autorità esecutiva in Libia. Le forze militari che proteggono gli impianti petroliferi devono essere sotto l’autorità del Consiglio presidenziale». Kobler ha poi «esortato tutte le parti a evitare danni alle strutture petrolifere».

Anche i Governi di Francia, Germania, Italia, Spagna, Stati Uniti e Regno Unito, in una dichiarazione congiunta, condannando gli attacchi del fine settimana ai terminal petroliferi di Zuwetina, Ras Lanuf, Es Sider e Brega da parte delle forze del generale Khalifa Haftar e rivolgono un «appello a tutte le forze militari che sono entrate nella Mezzaluna petrolifera a ritirarsi immediatamente, senza precondizioni». E intanto, l’Italia si prepara a inviare a Misurata una missione umanitaria che prevede la creazione di un ospedale da campo protetto dai militari proprio nella città che fornisce il maggior numero di miliziani che combattono l’Is a Sirte. Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha detto ieri finora abbiamo «curato i feriti libici nei nostri ospedali o inviando medicine», ma adesso l’intervento «lo faremo lì». Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni (che oggi riferirà in Parlamento assieme alla collega della Difesa) ha poi precisato che il Governo italiano ha accolto la richiesta dell’Esecutivo di Tripoli di «inviare un ospedale militare, che ovviamente avrà le sue protezioni».

Foto Ansa/Ap

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •