Sulla canonica di Cervia campeggia la “N” araba dei cristiani perseguitati. «Il loro martirio risveglia la nostra fede imborghesita»

Intervista al parroco Pierre Laurent Cabantous: «Questo segno viene messo sulle case dei cristiani di Mosul. Noi per solidarietà, oltre alla preghiera, l’abbiamo affisso sulla canonica. In Italia c’è troppa rassegnazione»

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La lettera “N” in arabo (“ن”), che sta per Nazarat e che è stata usata dai terroristi dello Stato islamico in Iraq per marchiare le case dei cristiani e così cacciarli dalla città, campeggia da tre giorni anche sulla canonica della Concattedrale di Cervia. Ad affiggerla è stato il parroco Pierre Laurent Cabantous (foto a destra) «per dare un segno, una testimonianza di comunione con tutti i nostri fratelli che in questo momento vengono massacrati e anche crocifissi in Iraq, Siria e non solo», dichiara a tempi.it.

pierre-laurent-cabantousPadre, come le è venuta questa idea?
Siccome questo segno viene messo sulle case dei cristiani di Mosul, noi per solidarietà, oltre alla preghiera, l’abbiamo affisso sulla canonica. Perché siamo anche noi seguaci del Nazareno.

I suoi parrocchiani come hanno accolto questa iniziativa?
Molto bene, in modo entusiasta. Domenica ho spiegato il significato di questo gesto prendendo spunto dal Vangelo della perla preziosa: nella parabola si parla di chi vende tutto per acquistare il campo dove è nascosto il tesoro. La domanda che ho rivolto a tutti è: e noi, cosa siamo disposti a mettere in gioco per la nostra fede? Ho citato la testimonianza di Meriam, che si è fatta condannare a morte pur di non abiurare e ha dovuto partorire in carcere, ho parlato di Asia Bibi, che è in prigione da anni ormai. La Chiesa è un unico corpo: oggi delle membra di questo corpo soffrono e noi come possiamo restare indifferenti? Ecco perché ho affisso quella “N”, perché come diceva Madre Teresa di Calcutta, l’indifferenza è più grave del peccato.

case-cristiani-mosul-califfato-homeChe valore ha per lei la testimonianza dei cristiani perseguitati?
Questi nostri fratelli subiscono il martirio in odio alla fede. La loro testimonianza ci scuote dal nostro torpore, dalla nostra fede un po’ imborghesita e ci fa chiedere: a noi cosa costa essere cristiani? Io penso che un po’ costi anche a noi perché in Occidente ormai anche noi siamo marchiati, almeno culturalmente.

Pensa che qualcuno seguirà il suo gesto?
Non lo so e non è importante. Però è triste che oggi non si veda nessuno in piazza mentre anni fa, quando c’è stata la guerra in Iraq, tanti hanno protestato con le bandiere della pace. Dove sono questi pacifisti ora? Dove sono le bandiere arcobaleno? Io sono solo un parroco di provincia ma mi rammarica un po’ vedere in Italia una certa rassegnazione a questi eventi terribili.

C’è un antidoto a questa rassegnazione?
Sì, il primo antidoto è la preghiera, sperando che dalla preghiera nasca anche la capacità di far sentire la nostra voce per sollecitare i responsabili delle nazioni a venire in aiuto di questa gente. Ricordiamoci che in gioco c’è uno dei beni più preziosi al mondo, la libertà religiosa. Il califfo sta compiendo crimini contro l’umanità. In Francia hanno dimostrato solidarietà ai cristiani scendendo in piazza davanti alla cattedrale di Notre-Dame a Parigi e anche a Lione. E noi in Italia?

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