Bortolussi: «Sì ai licenziamenti, ma solo con ammortizzatori adeguati»

Nella lettera di intenti del governo, anche proposte sulla flessibilità in uscita. I sindacati fanno muro. Giuseppe Bortolussi, segretario Cgia di Mestre, commenta a Tempi.it: «Il sindacalista ci prova ma noi dobbiamo dirgli no. La flessibilità in uscita ci vuole, sennò penalizziamo i giovani. Però solo se prevediamo anche ammortizzatori adeguati, altrimenti è inaccettabile»

«Sono molto perplesso: perché un paese che ha pensioni di anzianità e di vecchiaia, mantiene le prime per aggravare le seconde? Non ha senso». Giuseppe Bortolussi, segretario Cgia di Mestre, l’associazione degli artigiani e delle piccole e medie imprese, trova pregi e difetti nella lettera di intenti presentata dal governo Berlusconi a Bruxelles. E parlandone a Tempi.it non si appiattisce sulle polemiche pro e contro ai cosiddetti “licenziamenti facili”.

Tutti i giornali oggi sottolineano una riga e mezzo delle 16 pagine della lettera di intenti e accusano il governo per queste parole: “licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato. Lei da che parte sta?
La questione è un po’ più complessa di come la dipingono i giornali. Oggi in entrata la flessibilità è tanta e non c’è per niente in uscita. Chi ha il posto garantito, è blindato e nessuno lo può toccare, chi è precario non ha nessuna protezione. Bisogna smettere di fare finta che oggi le cose non stiano così, bisogna smettere di penalizzare i giovani.

Dovrebbero pensarci i sindacati, che però si sono scagliati tutti contro il governo.

Già, i sindacati. Gli stessi che si sono opposti a far pagare un contributo di solidarietà simbolico, pari all’uno per cento, ai baby pensionati? Queste persone hanno dato 10 e ricevono 80 o 100. E’ giusto? Gli si chiede un contributo simbolico e il sindacato si oppone. Secondo me c’è un bel problema di rappresentanza che bisognerebbe risolvere. Però c’è da dire anche un’altra cosa?

Cosa?

Il sindacato fa il suo lavoro, difende gli interessi dei suoi iscritti. Un paese serio, però, dovrebbe criticarlo quando esagera. Altrimenti è un povero paese. Il sindacalista fa il suo lavoro, siamo noi che dobbiamo dirgli no.

Invece noi ci opponiamo alla flessibilità in uscita, sembra proprio un tabù
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La flessibilità serve, sia in entrata che in uscita. Chi si oppone sempre, sbaglia. Ma perché si possa fare qualcosa sul fronte dei licenziamenti, ci vogliono ammortizzatori sociali adeguati, come in Danimarca ad esempio. E’ per questo che, a malincuore, stavolta un po’ d’accordo con i sindacati mi ritrovo. Se una persona viene licenziata e sta a casa, lo Stato guadagna di meno in tasse e aumenta la spesa sociale. Bisogna invece prevedere un periodo di tempo in cui si forma la gente perché possa rientrare nel ciclo produttivo. Allora sì che si può aprire ai licenziamenti. Io mi faccio sempre una domanda: ma perché non copiamo da chi è più bravo e più avanti di noi? Dalla Danimarca, ad esempio, che adotta il sistema che ho appena descritto.

E le imprese, come la pensano?

Dipende di quali aziende parliamo, perché tutto questo vale per quelle che hanno più di 18 dipendenti. Ma lo sappiamo tutti che l’Italia ha un tessuto formato per la stragrande maggioranza da piccole e medie imprese, che non hanno bisogno principalmente di licenziare dipendenti. Anzi. Se sono in crisi, ma hanno un dipendente bravo, mi vengono a chiedere prestiti per mantenere loro e l’azienda in attesa di tempi migliori. Il governo, in questo caso, è miope.

Questa lettera di intenti resterà tale?

Non lo so, ma spero che non ci facciano fare altre figuracce. Queste misure che ci sono state chieste da Ue e Bce, poi, vanno bene ma non risolvono il problema alla radice. Non si uscirà davvero dalla crisi fino a quando non si abbasserà il valore dell’euro. La moneta è troppo forte, adesso. Il problema principale dell’Italia oggi è in Europa.