Un gesto di carità concreto. Così ho imparato che “Tu sei un bene per me”

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Pubblichiamo la rubrica di Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Mi chiamano dalla recepción della Clinica perché una signora vuole darmi personalmente un contributo per le opere. Mi dice: «Padre, mentre l’aspettavo, sono rimasta colpita dal via vai della gente che viene a portare di tutto, da pacchi di pannoloni, a stock di medicine o che, come me, danno il loro contributo in soldi». Torno a casa, suona il campanello, apro la porta e una signora mi dice: «Sono di Luque (una città a 20 chilometri da Asunción) e insieme ad altre amiche abbiamo raccolto questo denaro per i suoi poveri». Non faccio in tempo a sedermi, che mi chiamano nuovamente dalla recepción: «Padre, c’è un gruppo di studenti della facoltà di diritto dell’università nazionale con un camion pieno di viveri».

Mi raccontano che tutto è partito da uno striscione in città con su scritto “Padre Aldo ha bisogno di…”. Uno studente l’ha letto e subito si è messo all’opera con i compagni che si sono mossi con grande generosità. Una foto ricordo e se ne vanno con la promessa di tornare con un nuovo carico. La responsabile del Banco Alimentare ha avuto il suo daffare per ordinare tutti quei viveri che in settimana sfameranno cinquecento persone che gravitano intorno alle opere della fondazione San Rafael. «Grazie per avermi dato, come penitenza, di compiere un gesto di carità», mi dice una donna a cui avevo chiesto, prima di darle l’assoluzione, di comprare un pacco di pannolini per i miei ammalati. Don Luigi Giussani ci ha educato alla carità attraverso il gesto della caritativa, ma anche attraverso la scuola di comunità, che terminava sempre con la proposta di un impegno concreto. Si impara facendo e non parlando della carità.

Mi è arrivato in questi giorni l’avviso del Meeting 2016. Un titolo bellissimo, “Tu sei un bene per me”, ma anche una sberla per tutti: quanti sono coloro che hanno questa coscienza? Spero che non prevalgano le tavole rotonde o i discorsi filosofici o teologici su chi è l’altro e perché è un bene per me. Penso alla mia povera mamma che, nonostante più volte abbiamo sofferto la fame, quando veniva un povero o un frate questuante gli dava un chilo di fagioli e un po’ di formaggio. Da lei ho imparato chi è l’altro e perché è un bene per me. Per questo, mi duole quando, via mail, chiedo agli amici, la maggioranza dei quali frequenta il Meeting, di aiutare quest’opera di Dio, come l’ha definita papa Francesco, offrendo il costo di una pizza margherita, e loro non rispondono.

Non lo chiedo per padre Aldo, ma per l’altro che è un bene per me. Come sarebbe bello ascoltare la testimonianza di quell’amico che per aiutare i miei numerosi figli ha rinunciato da molto tempo al caffè che quotidianamente prendeva al bar! L’amore è un avvenimento, ma si manifesta nei dettagli, e lo si vede dal criterio con cui uno decide di comprarsi una macchina e il tipo di macchina, dal luogo che sceglie per le vacanze o dalle cene luculliane a cui partecipa.

Come il buon samaritano
È passato quasi un anno da quando il Papa è venuto a casa mia, e non passa giorno che non dica: «Signore, perché proprio a un poveraccio di prete questa grazia? E perché ha voluto, per sua decisione, regalare la Fiat Idea che aveva usato durante il suo soggiorno in Paraguay alla fondazione?». Ma ancor prima di papa Francesco, don Giussani mi aveva educato, continuando il cammino di mia madre, all’altro che è un bene per me. Viveva in via Martinengo, in un’umile casa che condivideva con padre Romano Scalfi, e quando avevo la grazia di visitarlo mi chiedeva sempre di cosa avevo bisogno e se era vicina l’ora del pranzo mi invitava a mangiare con lui. E come non ricordare quando nell’estate 1989, prima di mandarmi in Paraguay, mi ha tenuto con sé sapendomi vittima di un grave esaurimento! È perchè mi sono sentito un bene prezioso per lui che oggi ogni persona che incontro è un bene concreto per me.

«Che grande opera di Dio c’è laggiù», ha detto il Papa, riconoscendo in essa la stessa ragione per cui mia mamma donava un po’ di fagioli e un pezzo di formaggio a chi, durante il freddo inverno, bussava alla porta chiedendo aiuto: era Gesù, cioè il Bene supremo per lei. E questo è il motivo, ultimo e profondo, del perché l’altro è un bene grande per me. Spero che il Meeting tenga questa posizione, quella di mia madre, quella di chi scende da cavallo e, in ginocchio, chinandosi sul malcapitato, faccia come il buon samaritano.
paldo.trento@gmail.com

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