La sinistra dovrà rassegnarsi a dividersi tra filoatlantici e filocinesi

Giuseppe Conte (M5s) e Enrico Letta (Pd)
Il leader del M5s Giuseppe Conte e il segretario uscente del Pd Enrico Letta (foto Ansa)

Su Fanpage Livio Gigliuto, analista demoscopico, dice: «È evidente che sommando semplicemente la quota che ha avuto il centrosinistra alla quota che ha avuto il M5s, alla quota del campo largo, quindi mettendoci dentro anche il cosiddetto Terzo Polo, si arriva a un totale che nettamente è più alto della coalizione di centrodestra. Però va anche detto che noi abbiamo registrato la crescita del M5s. Ricordiamo che ad agosto stava a cavallo del 10 per cento, non era neanche sicuro di arrivare alle doppia cifra. Da quel momento abbiamo registrato una crescita molto importante del Movimento, che poi è arrivato al 15,5, che è il dato di adesso. Perché è successo? È stata anche una conseguenza della fine dell’alleanza del Pd, e anche del superamento del profilo un po’ più istituzionale governista, che gli aveva fatto perdere molti consensi. Ma questa crescita così importante che il M5s ha ottenuto nell’ultimo mese sarebbe avvenuta se fosse stato in alleanza con il Partito democratico? È molto improbabile che questa crescita si sarebbe verificata, senza accantonare l’alleanza con i dem».

Le parole di questo analista demoscopico del giro di Nicola Piepoli spiegano che per riflettere sui processi politici in atto e possibili, si debba fare i conti con gli elettori in carne e ossa, e proprio da questa riflessione si deduce come amalgamare quella palude che è diventato il Pd, con i modernizzatori-affaristi calendian-renziani e la banda di peronisti filocinesi a cinque stelle, sia operazione più o meno impossibile.

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Su Scenari economici Leonardo Dortona scrive: «Qual è il problema di un’economia basata solo sulle sovvenzioni pubbliche? Che queste diventino una droga dalla quale non si riesce a sfuggire. Un conto è un intervento una tantum o un sistema di assistenza sociale che aiuti durante i periodi di disoccupazione, un altro è un sistema completamente malato che, invece, sopravvive politicamente solo grazie agli aiuti pagati ai cittadini, praticamente per acquistarne il consenso politico. I risultati sono evidenti e la peronista Argentina, che ha scelto la seconda strada, ne è l’esempio più eclatante. L’inflazione è alle stelle».

Sono dieci anni che la centrale retorico-propagandistica unificata dei media mainstream definisce “populista” qualsiasi movimento nazionalista o conservatore non automaticamente allineato al conformismo prevalente. In realtà il termine “populista” identifica una specifica tendenza politica che si è sviluppata nel Novecento nel sud del Sud America: il peronismo. E le caratteristiche di questo movimento argentino, ancora in azione, oggi sono così sovrapponibili a quelle del programma politico dei 5 stelle che finalmente possiamo dire che esista un movimento politico veramente populista.

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Su Formiche Carlo Fusi scrive: «Berlusconi, l’immortale. Ha spaziato su TikToK, ha annichilito i gufi. Da trent’anni è sempre lì sul palcoscenico, e non c’è verso di farlo scendere. Sembrava un patetico ex leader destinato al tramonto: è stato capace di un’unghiata che fa male».

Mentre sulla ripresa dei 5 stelle, sul modesto successo calendian-renziani, sul calo della Lega i segnali erano del tutto evidenti, la vera sorpresa finale del voto del 25 settembre è stata la tenuta di Forza Italia, data anche nei sondaggi pre-voto sostanzialmente per spacciata. È un voto più che a una politica, a una carriera di chi come Silvio Berlusconi ha tenuto aperta la democrazia italiana nonostante la magistratura militante e un Quirinale assai spesso superintrigante e deciso a far governare il paese dall’alto e da fuori.

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Su Dagospia si riprende un articolo di Carlo Bertini per la Stampa dove si scrive: «Goffredo Bettini, l’ideologo della sinistra, molto vicino a Conte, ha ultimato il suo libro senza aver ancora chiuso l’ultimo capitolo sulla “proposta”. Ritiene che con questo risultato, il Terzo Polo non possa più costituire una calamita per gli ex renziani dem, ma valuta anche la nascita di una “cosa rossa”. L’esigenza che ci sia una sinistra democratica e orgogliosa delle sue radici è uno dei postulati del suo pensiero ma Bettini aspetta di vedere se vi sia nel Pd uno spazio politico adeguato».

La politica è innanzi tutto politica estera. Alla fine è molto probabile dunque che la sinistra si divida tra filoatlantici e filocinesi. E non è impossibile che i filocinesi diano vita a una formazione melenchonista senza però poter contare su un intellettuale con un forte retroterra poltico e culturale come il socialista-trotzkista francese, senza un sindacato ristretto ma compatto come la Cgt, nelle mani di un ispiratore politico intelligente ma salottiero come Goffredo Bettini, di un pagliaccio come Beppe Grillo, di un avventuriero come Giuseppe Conte con il contorno di Massimo D’Alema e (più nascosto) Romano Prodi, nonché di qualche esponente del mondo cattolico che conta.

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