Papa Francesco e Cl. E quella volta che don Giussani ci parlò di «un movimento nel movimento»

Pubblichiamo la rubrica di Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Le parole che il Santo Padre ha rivolto il 7 marzo scorso a ciascuno di noi, che viviamo l’esperienza di Comunione e Liberazione, mi hanno fatto rivivere l’abbraccio che mi diede don Giussani mandandomi in Paraguay. Mi veniva chiesta una vera “decentralizzazione”, come ad Abramo: «Lascia tutto e vai verso un paese che io ti mostrerò». Grazie alla Madonna, la mia libertà riconobbe che quel gesto di obbedienza non poteva non contenere qualcosa di buono e di bello per la mia vita. L’abbraccio di don Giussani che mi aveva accompagnato all’aeroporto era la continuità di quel primo abbraccio, pieno di misericordia, con cui mi aveva accolto alcuni mesi prima, nel momento più doloroso della mia vita. Ricordo lo sguardo di mia madre inferma e il silenzio pieno di dolore di mio padre; eppure, non solo non fecero obiezioni, ma abbracciandomi, mi diedero la benedizione.

Nelle parole del Santo Padre ho sentito abbracciata tutta la mia vita: non si tratta solo delle stesse parole di don Giussani, ma della medesima concezione che lui aveva della fede; per questo siamo partiti in molti, raggiungendo America, Africa, Asia e l’est Europa. Sono grato per il richiamo all’origine del carisma, del cammino per arrivare a Gesù. Quante volte don Giussani ci ha ripetuto che il fine di Cl era quello di comunicare la fede e che l’unica opera del movimento era quella di costruire la Chiesa là dove Dio ci collocava, vivendo intensamente la realtà in tutte le sue dimensioni e che nessuna circostanza, anche la più difficile e dolorosa, era una obiezione per amare Gesù.

È la stessa posizione che padre Julián Carrón ci testimonia oggi e con lui migliaia di amici. Quanto vedo accadere oggi intorno alla mia fragile persona è una piccola testimonianza di cosa vuol dire “decentralizzazione” del carisma, che arriva fino alle necessità più drammatiche, abbracciando ogni miseria umana. L’origine di quanto Dio fa con me è il frutto della passione per Cristo comunicatami da don Giussani. Nei primi anni di missione guardavo fuori dal finestrino dell’autobus e mi cadevano le lacrime pensando se gli abitanti di quelle casupole illuminate avessero o meno incontrato Gesù. Erano gli anni della mia depressione, eppure la passione per Gesù non è mai venuta meno. L’anno scorso, in un momento in cui qualcuno aveva dubitato della mia appartenenza al movimento, addolorato, sono andato da Carrón. E lui mi disse: «Padre Aldo, al movimento appartengono coloro che sono innamorati di Cristo».

Fu per me una gioia sentirmi riconfermato in ciò che anche il Papa ci disse, un anno dopo, in piazza San Pietro. Quale amore più grande di quello di un padre che desidera per i suoi figli che vivano la freschezza del carisma, che è la strada che ci conduce a Gesù e da Gesù ci porta nelle periferie, cioè a vivere la dimensione missionaria della fede? Quando don Giussani, in un incontro con gli insegnanti a Viterbo, negli anni Settanta, ci disse che «era necessario creare un movimento nel movimento», aveva chiaro che noi rischiavamo di trasformare Cl in un club. Un rischio sempre presente se non ci assimiliamo alla testimonianza che ci dona chi guida il movimento e coloro che vivono la freschezza di questa amicizia.

Dov’è “l’anima della ricreazione”?
In questi giorni ho letto ciò che don Bosco, già anziano, diceva ai suoi sacerdoti: «Vidi l’oratorio e tutti voi che facevate ricreazione. Ma non udivo più grida di gioia e canti, non vedevo più quel movimento, quella vita come nella prima scena. Osservai e vidi che ben pochi preti e chierici si mescolavano tra i giovani, e ancor più pochi prendevano parte ai loro divertimenti. I superiori non erano più l’anima della ricreazione. (…) Sapete che cosa desidera da voi questo povero vecchio, che per i suoi cari giovani ha consumato tutta la vita? Niente altro fuorché, fatte le debite proporzioni, ritornino i giorni felici dell’antico oratorio. I giorni dell’affetto e della confidenza tra giovani e superiori; i giorni dei cuori aperti; i giorni della carità e della vera allegrezza per tutti».
Una provocazione che vale anche per me e i miei amici, se non prendiamo sul serio il dono che la Misericordia divina ci ha fatto incontrare. Non riuscirei ad alzarmi dal letto la mattina se aprendo gli occhi non sentissi vibrare in me questa appartenenza, che si manifesta nello sguardo a questo popolo che Dio mi ha donato.
paldo.trento@gmail.com

Foto Ansa

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