Il mondo nelle mani (ma un po’ mi manca la sporca carta dei quotidiani)

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Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Milano. Quando andavo a scuola la mattina passavo da via San Marco, accanto al palazzo del Corriere. C’erano delle grate sul marciapiede da cui usciva l’odore del piombo delle rotative. Io aspiravo profondamente. Era l’odore del giornale, e mi inebriava. Un giorno mio padre, che al Corriere lavorava, mi portò di notte a vedere le rotative in funzione. Erano enormi nastri d’acciaio che mi fecero pensare alla colonna vertebrale dei dinosauri, al museo di storia naturale. Producevano un impressionante fragore, sembrava che ti corresse accanto un treno a gran velocità.

Quando cominciai a lavorare si stava passando alla fotocomposizione. Non c’era più quell’odore di piombo nelle redazioni, ma mi piaceva tanto ancora sentire il rombo delle rotative che si mettevano in moto. Era l’onda delle notizie da tutto il mondo che si alzava, e cominciava a correre.

Poi sono arrivati il web, Google, Facebook, e anche io mi sono abituata. Però mi restava, ogni mattina sulla scrivania, la mazzetta dei quotidiani del giorno. Un bel pacco di carta stampata, che dava l’idea di avere il mondo sotto controllo. Sfogliavo adagio le pagine, la carta ruvida sotto alle dita quasi da accarezzare.

Da qualche tempo questa lunga abitudine per me è finita. Il mio giornale, Avvenire, ha introdotto nel suo sistema editoriale una funzione con cui puoi accedere a tutte le testate nazionali. Metti la password, fai il login e leggi in edizione integrale i quotidiani che vuoi. Così ho preso l’iPad, mi sono identificata, e sono entrata nell’edicola digitale.

Devo ammettere che è una cosa fantastica. Tutti i quotidiani, e le edizioni delle più piccole province, e anche alcuni esteri. Apri, sfogli, leggi. Che libertà, mi dico. Con un iPad, il mondo nelle mani.

Leggo a lungo, dal Quirinale all’Isis. Premo, e cambio pagina. Mi cattura un titolo, e ingrandisco. Pensa mio padre, mi dico, che rincasava con una mazzetta pesante come un vocabolario, se vedesse questa roba.

Poi, mi sono accorta che mi mancava qualcosa: la carta. La sporca carta dei quotidiani. E questa mancanza mi dava un senso di immaterialità: come se le notizie, spento l’iPad, potessero svanire. D’altronde, già da tempo quel pacco sulla scrivania aveva assunto ai miei occhi un aspetto antico. Era un pezzo del passato che si ostinava a resistere.

È stato, lasciare la carta, per me come uno scatto dell’orologio della storia. Ammetto che sono una passatista, e dopo l’entusiasmo ho avuto un istinto di rifiuto. Attenzione, mi sono detta: sono i vecchi, quelli che non tollerano di cambiare abitudini.

Così mi sono rimessa a digitare – è una vergogna inaccettabile, oggi, restare tecnologicamente indietro. Sono diventata brava, a muovermi nell’edicola virtuale.

Sentendomi però – senza confessarlo a nessuno – come forse si sentivano i conducenti di carrozze a cavalli, la prima volta che su una strada si videro sorpassare da un mostro di lamiera, veloce, rumoroso, sputacchiante gas. Da una assurda macchina, che le persone aggiornate chiamavano “automobile”.

Foto tablet da Shutterstock

 

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